

Diversi gli interrogativi da parte dei cittadini sulla qualità delle sue acque
Il temporale che nei giorni scorsi ha colpito Roma ha lasciato un segno anche lontano dalle solite strade allagate.
Nel cuore del parco della Caffarella, l’antico fiume Almone si è trasformato in un imbuto: la piena ha trascinato giù dalle sponde canne spezzate e una massa di detriti plastici che, incastrandosi, hanno dato vita a una diga artificiale.
Una barriera che non lascia passare l’acqua, ristagna e puzza. Ma soprattutto rischia di vomitare rifiuti nel verde, a pochi passi dai camminatori e dalle famiglie che animano il parco.
Non è la prima volta che accade. Chi conosce l’Almone sa che la sua è una lunga agonia: trattato per decenni come una discarica a cielo aperto, è oggi un fiume in perenne bilico tra sopravvivenza e morte ecologica.
“Non abbiamo più notizie sullo stato del fiume – denuncia Roberto, del Comitato per la Caffarella – né sul convegno che la Città Metropolitana aveva annunciato per luglio”.
Quell’incontro, pensato per rilanciare la tutela del corso d’acqua, è stato rimandato a data da destinarsi. “Forse a fine ottobre”, ha ammesso il consigliere Rocco Ferraro.
Nel frattempo restano i dati. L’Arpa Lazio, fino al 2023, ha monitorato l’Almone con analisi trimestrali. L’ultimo report parla chiaro: il fiume è inquinato, profondamente malato. E la diga di plastica formatasi dopo l’ultima piena sembra un sinistro promemoria.
Eppure qualche spiraglio c’è. Nel 2024, grazie alla pressione dei volontari e al via libera della Regione, l’Almone è entrato a far parte della rete dei fiumi monitorati. Non più analisi spot, ma un percorso di lungo periodo. I primi dati raccontano una doppia verità:
biologicamente l’Almone è quasi morto, incapace di ospitare vita;
chimicamente, invece, mostra segni incoraggianti: “buono” è la valutazione dell’Arpa.
Troppo poco, per ora. Perché basta guardare quella barriera di plastica che strozza l’acqua per capire che la strada della rinascita è ancora lunga.
“L’Almone – ricordano i volontari – non è solo un rigagnolo dimenticato. È storia, natura, paesaggio. Se non impariamo a rispettarlo, rischiamo di perderlo per sempre.”
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