L’anno che verrà e la nostalgia del futuro

Dopo l’Annus horribilis 2020, la speranza e l’attesa di un futuro che non sia un ritorno al passato
Francesco Sirleto - 30 Dicembre 2020
“Caro amico, ti scrivo, così mi distraggo un po’/ E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò/ Da quando sei partito c’è una grande novità/ L’anno vecchio è finito, ormai/ Ma qualcosa ancora qui non va/  Si esce poco la sera, compreso quando è festa/ E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra/ E si sta senza parlare per intere settimane/ E a quelli che hanno niente da dire/ Del tempo ne rimane/ Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ Porterà una trasformazione/ E tutti quanti stiamo già aspettando ….”
Lucio Dalla, L’anno che verrà
“La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare … L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune … I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi …”
Papa Francesco, da Laudato si’, enciclica sulla cura della casa comune, 2015

Per descrivere i sentimenti e le aspettative che caratterizzano la stragrande maggioranza degli esseri umani – in qualunque parte del pianeta Terra essi vivano – in questi ultimi giorni dell’annus horribilis 2020, credo sia opportuno provare ad immaginare i pensieri i sogni e i desideri dei nostri padri e nonni (qualcuno per fortuna ancora vivente) negli ultimi giorni del 1944, (altro annus horribilis nella storia dell’umanità). Tutti, in quei giorni e in quelle ore, sapevano che la guerra stava per finire, lo sapevano i futuri vincitori anglo-americani e sovietici, ma anche tedeschi e giapponesi le cui ultime illusioni di vittoria si stavano, pian piano, estinguendo sotto i colpi terribili dei quotidiani bombardamenti alleati sulle principali città della Germania e dell’Impero del Sol Levante. E lo sapevano i cittadini degli altri Stati, sia di quelli rimasti neutrali (pochi) sia di quelli coinvolti nella guerra (molti). Tutti erano consapevoli che, si fosse trattato di settimane oppure di mesi, una cosa tuttavia era certa: il nuovo anno, il 1945, sarebbe stato l’anno della fine (delle sofferenze, delle paure, dei rastrellamenti, del genocidio), così come di un nuovo inizio (di pace, di amicizia tra i popoli, di ritorno a casa, di lavoro e di ricostruzione). Ebbene, se il 2020 può essere paragonato al 1944 (a causa degli sconvolgimenti provocati a livello mondiale dalla pandemia del Coronavirus), credo non esista persona, sulla faccia della Terra, che non desideri che il 2021 sia un altro 1945, cioé l’anno della fine della pandemia – grazie anche alla scoperta e alla diffusione e somministrazione dei vaccini – e, contemporaneamente, l’anno di un “nuovo inizio” o, almeno, di quella trasformazione che tutti quanti stiamo già aspettando, come dicono i versi della celebre canzone del compianto Lucio Dalla.

Ora, il termine trasformazione presuppone che, dopo la fine della pandemia, l’umanità inizi un cammino e imbocchi una strada differenti da quelli già percorsi prima che il flagello del Coronavirus ci precipitasse addosso. Anche perché sta crescendo la consapevolezza, suffragata da innumerevoli prove scientifiche, che la causa della pandemia coincida proprio con quel vecchio, e tuttora in vigore, modello di sviluppo economico: uno sviluppo basato sullo spreco, sulla crescita illimitata e scriteriata dei consumi, sull’ineguale e distorta distribuzione delle ricchezze, sulla dilapidazione delle risorse energetiche e, soprattutto, sulla violenza esercitata quotidianamente (in termini di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo provocata dall’abnorme ed esponenziale crescita e dispersione di rifiuti tossici e non) ai danni della nostra casa comune: la Terra.

La trasformazione, quindi, è possibile se, e solo se, da parte delle organizzazioni internazionali, degli Stati, ma anche dei singoli individui, si intraprenda (o si riprenda) un percorso che abbia come obiettivi la cura del pianeta e delle patologie di cui soffre; il che significa, in tempi brevi, porre termine ai cambiamenti climatici, mediante la riduzione dei gas serra, la sostituzione dei combustibili fossili con fonti energetiche rinnovabili, il blocco al fenomeno della deforestazione per uso agricolo ma anche alla cementificazione (e quindi alla crescita ormai insostenibile dell’urbanizzazione) per fini speculativi. Ma ciò comporterà, di conseguenza, una diversa distribuzione della ricchezza non solo all’interno degli stati ma anche tra stati sviluppati e stati in via di sviluppo; non si può chiedere infatti agli stati in via di sviluppo di porre termine alla deforestazione per uso agricolo, quando, per milioni di persone che vivono in quei paesi, l’agricoltura estensiva è la principale fonte di sostentamento.

E’ necessario che la nuova cultura ecologica diventi patrimonio di tutti, non solo di quei giovani che, nei due anni precedenti lo scoppio della pandemia, ispirati dall’esempio di Greta Thunberg hanno manifestato ogni venerdì nelle principali città e metropoli del pianeta, chiedendo a gran voce ai potenti della terra misure immediate contro i cambiamenti climatici. Quei giovani ai quali fa appello, in ogni suo discorso e in ogni sua enciclica, una figura come Papa Francesco il quale, anche in questi ultimi mesi non si è mai stancato di richiamare tutti al dovere di pre-occuparsi dei più deboli e dei più emarginati tra gli esseri umani. Anche sulla questione della distribuzione dei vaccini anti-Covid, Francesco, solo qualche giorno fa, ha richiamato l’attenzione di tutti i governi sulla necessità che, dalla somministrazione del vaccino, non vengano escluse quelle categorie e quei paesi che, a causa delle loro condizioni economiche, andranno incontro ad oggettive difficoltà tanto per quanto riguarda l’accesso, quanto per quel che concerne la diffusione dei vaccini.

In conclusione, nell’imminenza della fine del funesto 2020 e nell’avvicinarsi del 2021 (l’anno che verrà), facciamo in modo che quest’ultimo non sia un semplice ritorno al passato pre-pandemia (un passato di cui non dovremmo avere alcuna nostalgia), ma sia effettivamente l’inizio di un diverso e migliore futuro per tutta l’umanità: dopo l’annus horribilis 2020, un 2021 annus mirabilis.

Pertanto, teniamo a mente, scolpendole nei nostri cuori, le parole del filosofo ebreo tedesco Hans Jonas, quelle parole che costituiscono il nuovo “imperativo ecologico” del XXI secolo: Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra.

 

Francesco Sirleto

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