

Presentato il 19 maggio 2008 al residence Ripetta il libro di Stefanini. Presenti, oltre all’autore, Poletti, Celli, Casini, Bersani, Dondi
Il 19 maggio 2008 presso il Residence di Ripetta è stato presentato il il libro “Le sfide della cooperazione” (Donzelli, pp.161, 15 euro) alla presenza, oltre che degli autori, di autorevoli commentatori quali: Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Pier Luigi Celli, Giuliano Poletti (coordinati nel dibattito da Giancarlo Santalmassi), il libro è già nelle librerie della città.
La cooperazione ha ancora un futuro?
Stretta, com’è, tra mercato ed etica, tra competitività e mutualità, tra democrazia ed efficienza, la cooperazione ha ancora ruoli e spazi d’intervento nell’economia italiana e globalizzata? In bilico, come oggi è l’impresa cooperativa, tra l’essere l’ultimo bastione “rosso” della società industriale fordista (che non c’è più) e la ricerca faticosa di un nuovo ruolo di sviluppo e di socialità nella società post-industriale, la cooperazione rischia, come Faust, di vendere l’anima al diavolo?
Insomma, se vogliamo banalizzare il dilemma che i cooperatori si pongono, come si può fare “capitalismo” senza essere “capitalisti”? Questi sono alcuni dei quesiti che sono stati posti dal libro di Pierluigi Stefanini, intervistato nelle pagine scritte da Walter Dondi, nel libro: “Le sfide della cooperazione”.
Confronto a più voci, dunque, che è stato schietto, per nulla diplomatico e scontato (come lo è il libro, d’altronde), perché gli argomenti toccati sono stati spinosi, anche duri, ma di grande rilevanza generale. Merito, questo, anche di Dondi, il quale non ha avuto peli sulla lingua nell’intervistare il suo “capo”, entrando pure coi piedi nel piatto (come suole dirsi) delle tematiche più controverse.
Le risposte alle domande che prima menzionavamo possono, però, riassumersi in queste poche righe che, testualmente, riportano le parole stesse dell’autore: “Sono convinto che la cooperazione abbia un futuro. Per la ragione che ha a che fare con le trasformazioni in atto nell’economia e nella società, caratterizzate sempre di più dal peso della conoscenza, dell’informazione, dei servizi rispetto alla produzione. Le persone (il corsivo è nostro) riacquistano dunque una nuova centralità nel processo economico e sociale. E’ quindi evidente che, per un modello d’impresa che ha la persona al centro, tanto come lavoratore che come utente e consumatore, tutto ciò costituisce una grande opportunità. A condizione che la cooperazione sia in grado di coglierla e di appropriarsene. Per farlo deve cambiare, innovare, modernizzarsi, riformarsi”.
Questo libro, che ci è parso interessante, incalzante e spregiudicato, in sintesi è una sorta di filosofia e di manifesto del movimento cooperativo di oggi e, soprattutto, di quello di domani. Un “manuale di stato dell’arte sulla cooperazione”, come ha anche sottolineato Bersani. Le argomentazioni e i temi affrontati nelle sue pagine si aprono non alla ricerca di uno spazio corporativo di nicchia in un mercato egemonizzato dalle imprese di capitale, bensì essi guardano al futuro del paese.
Tutto questo, ha ricordato con forza Stefanini, “senza mostrare subalternità, anzi interiorizzando di più la consapevolezza del nostro ruolo, come soggetto economico e sociale oggettivamente utile al Paese per realizzare un vero pluralismo del mercato”. Duranbte la presentazione del volume, sono state messe a fuoco alcune delle “sfide” di fondo che sono state (in parte) discusse nella tavola rotonda, rimandando ovviamente il lettore a tutte le altre tematiche sviscerate dagli autori nelle pagine scritte, come quelle del “modello duale” di governance, delle Fondazioni, ecc…
Comunicazione e proiezione esterna della cooperazione.
“C’è nel mondo cooperativo una cronica sottovalutazione della rilevanza della informazione e comunicazione”, scrive Stefanini. Nello stesso tempo Bersani ha denunciato nel dibattito che “la cooperazione è un mondo incompreso e sconosciuto al grosso pubblico”. “Peccato, perché”, così si esprime anche Celli, “i valori, le finalità e i metodi gestionali cooperativisti, vedono al suo interno la centralità di elementi come la fiducia e la solidarietà, che, notoriamente sono punti di riferimento essenziali ad un buon mercato e alla coesione civile di un Paese”.
Per superare questo gap, ha sottolineato Stefanini, i cooperatori devono superare la sola cultura del “fare” che finora li ha (comprensibilmente) contraddistinti e concentrarsi di più, nella società dell’informazione, anche sulla cultura della “divulgazione e della comunicazione con l’esterno, affermando con nettezza il proprio profilo identitario”.
Rapporto con la Politica e superamento delle divisioni organizzative ideologiche tra le centrali cooperative.
L’on. Casini, nel suo intervento, ha chiesto esplicitamente un atto di coraggio da parte della cooperazione. Quello dell’abbandono definitivo e conclamato del collateralismo coi partiti di riferimento. Anzi, in presenza della fine delle ideologie e della scomparsa delle formazioni politiche che un tempo ad esse facevano riferimento, rilancia un tema che non a caso viene trattato pure da Stefanini nel suo libro. Quello del superamento della divisione tra (semplificando) cooperative “rosse” e “bianche” .
Giuliano Poletti, presidente nazionale della Lega Coop, sul tema del “collateralismo” ha risposto all’uomo politico che la cooperazione lo ha già risolto nei fatti e nei comportamenti, perché è riprovato che “non abbiamo mai tirato la volata a nessuno” (testuale). Semmai, ha però osservato Poletti, la politica e il mercato stesso, mentre a parole sono per la libera concorrenza, di fatto gli fa comodo avere un banchiere o un imprenditore amici, oppure un politico compiacente, ecc.. Insomma, ha concluso il Presidente Naz. Lega Coop, “ci vuole coerenza e rigore da parte di tutti per favorire legalità e rispetto delle regole condivise”.
Stefanini, inserendosi sul tema, ha fatto suo il coraggioso progetto, che sembra sospeso (così si esprime) “tra utopia e concretezza”, quello dell’”unità del mondo cooperativo”. Una fusione, si auspica, non a freddo ma che parta dal basso e che, a suo dire, non sia la somma delle diverse esperienze storiche ma il risultato di un sforzo virtuoso di reciproco ascolto. Anzi, Stefanini ha ribadito che tale processo di unificazione tra le centrali cooperative “rosse” e “bianche” sarà utile per instaurare un più proficuo rapporto con la società e con la politica.
Politica che, ricorda ancora l’autore nel libro, deve però recuperare il suo ruolo regolatore del mercato plurale che oggi rischia di perdere, sia per la sua crisi di credibilità sia per la esagerata preminenza dell’economia e della finanza dopo le privatizzazioni e le liberalizzazioni di ampi settori produttivi del Paese.
Privilegi alle cooperative?
Tutti gli interlocutori (in particolare Bersani e Casini) hanno convenuto sul giusto riconoscimento della importanza e specificità dell’esperienza cooperativa, peraltro sancite anche nell’articolo 45 della Costituzione. Anzi, l’on. Casini, riferendosi al contributo che la cooperazione ha dimostrato nel far crescere il Paese, denuncia il tentativo di “buttare con l’acqua sporca anche il bambino”. Ne consegue che, è il concetto espresso da Bersani, proprio per la sua natura sociale e non lucrativa sono giustificati e giusti alcuni vantaggi (fiscali e normativi) previsti per le imprese cooperative rispetto a quelle di capitale.
Nel considerare che, accanto a ciò, esistono pure vincoli normativi di accesso al credito e al capitale di rischio che penalizzano la cooperazione, Stefanini avanza però una proposta interessante, che anche Bersani ha sottoscritto come valida. Quella di generalizzare a tutte le imprese (qualunque sia la loro natura giuridica), la “detassazione degli utili reinvestiti (sviluppo, ricerca)”, prevista (in parte, legge Tremonti docet) dall’attuale normativa per le cooperative. Compresa quella, ribadisce nel libro, Stefanini, di “armonizzare la fiscalità di tutte le rendite finanziarie” (ci riferiamo alle trattenute fiscali sui tassi d’interesse attivi, oggi più vantaggiose, nel caso del cosiddetto prestito soci) per tutti i soggetti imprenditoriali.
Democrazia e trasparenza in cooperativa
“Una cooperativa non è del presidente, né dei consiglieri d’amministrazione, tanto meno del management, ma è dei Soci”. Parole di Stefanini. Sembra scontato? Non lo è evidentemente per alcune esperienze di governance, specie per quelle dove talvolta prevalgono, per ammissione dell’autore del libro, i metodi autoreferenziali di cooptazione degli incarichi, al posto di quelli elettivi e democratici (“una testa un voto”), espressi dalla libera volontà dei soci.
La cooperativa, però, continua Stefanini, ha in sé le caratteristiche e le condizioni per affrontare e risolvere positivamente questo problema, per esempio: “introducendo nella governance cooperativa dei meccanismi di rotazione e ricambio dei gruppi dirigenti, per preparare in tempo la ricerca di nuove risorse e immettere nell’organizzazione un permanente pungolo democratico”.
Stefanini auspica, su questo terreno, una forte “discontinuità” rispetto al passato, superando, facendo attenzione a non generalizzare, alcune situazioni presenti in particolari realtà di concentrazione di potere che vedono, ad esempio, un amministratore svolgere allo stesso tempo il ruolo di rappresentante della proprietà e quello di gestore dell’azienda.
Insomma, ci sembra di capire, anche nella cooperazione esiste un conflitto tra vecchio (“incrostazioni, rigidità, logiche di potere”) e nuovo (“apertura al cambiamento, innovazione, cultura riformista”).
Una impresa che opera in una società così articolata e a rischio di frantumazione, se vogliamo trarre una sintesi alla luce delle cose dette, o cambia o perisce.
Però per fortuna non si parte da zero, ma “ricominciando da tre”. Primo: radicamento nel territorio e attenzione ai bisogni reali della società; secondo: coraggio di sperimentare il nuovo senza paraocchi ideologici; terzo: dedizione ai valori storici della cooperazione che si rivelano sorprendentemente utili e moderni.
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