

Pensieri notturni di un parkinsoniano
Pensieri notturni di un parkinsoniano
La malattia è un evidenziatore nella testa, ma forse vale solo per la mia e, in ogni caso, non è così importante. Pensavo a questo mentre mi preparavo per la notte. C’è gente che ama farla lunga sui suoi acciacchi e dolorini; io no. Io cerco anzi di non pensarci affatto, sebbene gli orari delle medicine siano un continuo promemoria.
C’è tanto di cui parlare se hai una vita, e tanto di una vita puoi condividere se vuoi, così da non sprecare il tempo a soffermarti su ciò che è male, e ti fa male. Non so se poi dipenda da questa malattia, oppure dai farmaci che prendo – mi riferisco all’evidenziatore.
Prendo farmaci così forti che il problema non è se curano, ma se riesco a dominare i loro effetti “collaterali”: alcool, sesso, gioco e oscenità. «Collaterali» poi perché? Sono effetti non diversi dalla ragione per cui li prendo. La malattia spegne il piacere e tu lotti per riaverlo. Sto divagando.
Tra i “collaterali” annovero in più la gentilezza con cui ti accolgono i medici neurologi. In realtà, chi mi fece la diagnosi per primo fu brutale, ma è rimasto l’unico in questo. I più gentili sanno, per studio o esperienza, quanto influisca l’umore del paziente sulla gravità dei sintomi: fa parte della cura che sorridano e ci abbraccino. Se ti sorge il dubbio che siano gesti sinceri, non puoi neanche escluderlo a priori: chi ha scelto questa specializzazione potrebbe nutrire una certa simpatia per chi vive in queste nostre angosce.
Non so quindi mai quanto sia tecnica studiata e quanto sia impulso spontaneo della loro umanità. Vorrei saperlo per notare quando divento troppo di peso o ricambiare con calore l’empatia che mostrano chiedendo della mia vita quotidiana. In fondo, di me neanche poi mi importa più di tanto; ma questo può anch’essere uno stadio nel decorso della malattia e non posso quindi ascriverlo a mio merito.
Torniamo all’evidenziatore. Ogni essere umano sulla terra prende consapevolezza di essere individuo diverso e distaccato da quando si identifica col protagonista della storia che ha creato su di sé nella sua mente.
Ciò che pensiamo di essere non è che quell’insieme di ricordi a cui abbiamo dato un senso e messo in ordine per farne un unico racconto.
Non parlo qui di ciò che noi siamo per davvero – l’esistenza di quel «siamo per davvero» è oggetto di una fede non diversa da quella in un Creatore onnipotente – ma mi riferisco a quell’immagine che abbiamo ottenuto amalgamando il nostro ricordo delle scelte e delle sensazioni con l’immagine di noi che gli altri ci hanno trasmesso.
Io ogni giorno, almeno da quando comincio a ricordare, con la fantasia rigiudico il passato e invento un futuro che non potrà mai realizzarsi. A volte invento anche il passato, ad ogni modo.
Sarà per via dei farmaci, sarà per qualche effetto della malattia, o solo per vecchiaia: da un po’ rivivo il mio passato e sento ancora dentro i dolori che ho provato. Anche le mie gioie le rivivo, ma adesso sono attento più ai dolori. Ecco che arrivo finalmente all’evidenziatore.
Non penso sia una tappa dello spirito, perché non ho perdoni da dare o da ricevere, ma adesso ho nella testa come un evidenziatore giallo (non lo so perché debba proprio esser giallo) che fa brillare le ferite ricevute nella psiche; messe in fila come in un copione di una serie alla TV, esse mi guidano ogni giorno, mi fanno luce fino al fondo, rivelandomi aspetti di me che non avrei mai potuto sospettare e sarebbero lì rimasti misteriosi e, in qualche caso, come occasioni insuperabili di peccati ripetuti. Chissà le gioie cosa mi riveleranno.
Ho detto una bugia: mi sono accorto di avere perdoni da dare che non sapevo di dovere e perdoni da chiedere che non mi va ormai di chiedere… e davvero non mi importa. Ah sì, dimenticavo: questo è uno degli effetti della malattia.
E gli altri sentimenti e tutte le mie idee, arrivati a questo punto, sono davvero frutto del mio io o sono solo uno spruzzo di ormoni tra sinapsi? E che significa la parola «io»? Non riesco a immaginare di essere solo ciò che sento, e ora so che forse non sono neanche ciò che penso. Se però non sono qualcosa di preciso, dove comincia e dove finisce ciò che chiamo “io” e che vivo come un essere a sé da tutto il resto? e senza un pezzo duro a cui la mia carne sia attaccata, come faccio a camminare?
Questi pensieri sono l’ingresso nella depressione, mi ha detto in confidenza un caro amico. Eppure non mi lasciano tristezza.
Ho letto qualche pagina del libro pubblicato di recente da un prete segnato dalla mia stessa malattia. Delle cose che io scrivo non fa cenno. Forse ancora non le vive, e forse lui non le vivrà.
Si preoccupano i credenti di difendere Dio da ogni colpa e anche proteggerlo da noi, che non possiamo neanche esistere da soli, noi che in fondo siamo solo dei pacchetti di energia sparsi dentro un nulla immenso e vuoto. Se scorriamo la Bibbia, gli unici che si arrogano il compito di difendere Dio sono gli «amici di Giobbe» e non è che Dio li apprezzi molto, a dire il vero.
Sottrarre la rabbia a chi è malato è spegnere la fiammella traballante. Se non puoi più avercela con Dio, è facile che tu smetta del tutto di pregare, per precipitare nell’abisso di una solitudine muta e sorridente, senza Dio e senza amici, che non suscita allarme intorno a te, finché il cappio non ti si è, finalmente, stretto al collo.
Giobbe non fa filosofia, né tiene al guinzaglio la sua rabbia, ma si rivolge a Dio come a un amico, gli sputa addosso tutto il veleno accumulato, perché non teme, come chi ha davvero stima dell’amico, che Dio si possa offendere e lo lasci agonizzante nella sofferenza. Dio non se la prende infatti, ha spalle molto larghe; sono le mie invece che si stanno indebolendo.
Un’anziana si è lamentata con me nel pomeriggio e mi ritorna ora in mente. È piuttosto vecchierella e ci tiene proprio a dirmi quanto senta la stanchezza.
Si lamenta a lungo che io non le dia mai tempo sufficiente per parlare e vorrebbe che riuscissi a capirla, sebbene nessuno possa capirla finché non abbia la sua età, mi dice in conclusione.
C’è chi le prepara il letto, chi l’accompagna sempre e chi la visita a richiesta per ogni sintomo che sente. Io ho 60 anni e non sono ancora così fragile, ma qualcosa di questo già lo vivo e basteranno pochi anni per ridurmi molto peggio. Cosa glielo dico a fare? E poi, ormai è un ritornello: in fondo non mi importa.
I dottori che incontro nel quartiere sono con me tutti gentili. Lo vedo il loro impegno, la faticosa disponibilità verso i pazienti. Mi dicono d’esser stanchi, ma davvero tanto stanchi, e ciascuno vorrebbe non so cosa. Tutti vogliono qualcosa. Alcuni si accontenterebbero di essere sé stessi, se sapessero chi sono.
Ora c’è silenzio intorno, non sento più lamenti; è quasi l’una, ma arrivato a questo punto ci sono abituato. C’è chi dice: «beato te, così la notte tu puoi scrivere». E chi mi legge? Non arrivano forse nemmeno alla decina, e anche a loro, in fondo, di tutto quello che qui ho scritto poco importa. Come potrebbe essere altrimenti?
Fra tre ore sarò di nuovo sveglio, ma qualche volta riesco a riappisolarmi un pochettino. Mi aiutano le pillole a sospendere i pensieri nel cervello, dare un po’ di requie alle mie gambe e sciogliere un po’ i muscoli del braccio. Dicono che si diventa scemi dopo un po’: davvero c’è bisogno di leggerlo in un libro? Provate per un anno a dormire ogni notte poche ore e alla fine mi direte.
Sarete, d’altronde, comunque un po’ più svegli di coloro che hanno pubblicato il libro, a mio parere. Tuttavia non mi lamento, non vado in giro a dire d’esser stanco e lascio agli sbadigli di dimostrare il sonno. Alla fine, ho un po’ di pace in Dio e di speranza nelle medicine, e questo è ciò che mi dovrà bastare in futuro.
Sono solo nella notte, ma domani, alle prime luci del mattino, sarò pur sempre solo, ma almeno in compagnia. Di fronte a Dio e dentro al mio io – della cui esistenza continuo a credere di entrambi anche nel buio – siamo sempre nudi e soli, ma sentire che qualcuno lì, a un tiro di sasso, biascica per te delle preghiere, questo a me un po’ ancora importa.
Ora salgo in terrazza. Aspetto il sole.
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Don, sei un grande.
Attilio Migliorato