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Memoria femminile del fascismo da conoscere o ricordare

Le donne (quand’anche “meretrici”) la prostituzione e le “Case di tolleranza” o meglio “Chiuse”

“Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto.” (Indro Montanelli, giornalista e scrittore)

Nota: fino alla fine dei suoi giorni Indro Montanelli (1909-2001) – Ufficiale in Etiopia, negli anni Trenta – ha rivendicato, con orgoglio, il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni, perché gli facesse da schiava sessuale. Era il 1935: Montanelli, 26enne, fascista e reporter, era Comandante di Compagnia del XX Battaglione Eritreo. Comprò dal padre e sposò una 12enne abissina di nome Destà.

La vicenda venne raccontata da Montanelli nel Libro “XX Battaglione Eritreo” e ancora dallo stesso giornalista anni dopo, nel 1969, durante la Trasmissione RAI “L’ora della verità” di Gianni Bisiach. E proprio in Studio il giornalista venne contestato. “In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di 12 anni, quali differenze crede che esistano di tipo biologico o psicologico in una bambina africana?”. A incalzare Montanelli, lasciandolo per lunghi tratti senza parole, fu Elvira Banotti, giornalista e scrittrice italiana nata ad Asmara. Montanelli non seppe che rispondere e, alla fine, disse: “In Africa funzionava così”.

Il giornalista, in Africa, aveva contratto un rapporto di “madamato”, ovvero una relazione more uxorio in territorio coloniale di cui non si dichiarò mai pentito.

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“Meretrice” s. f. [dal lat. merĕtrix -icis, der. di merere «guadagnare»]. – “Donna che si prostituisce, sinon. letter. di prostituta, puttana.” (Vocabolario Treccani della Lingua Italiana)

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Volendo scrivere di fascismo e prostituzione femminile (per quella maschile leggere appresso) e senza voler andare troppo indietro nel tempo, riporterò alla vostra Memoria una scena del Film di Nanni Loy “Le Quattro Giornate di Napoli” del 1962 (ché è da poco trascorso l’81° Anniversario dell’insurrezione antinazifascista partenopea “e parte no”, avrebbe certamente detto il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò.  E qui l’espressione divenuta famosa ci sarebbe stata a pennello perché in quelle quattro giornate di lotta si impegnarono (e caddero) anche combattenti non napoletani, come ci ricorda in un altro Film importante (”Tutti a Casa”, diretto da Luigi Comencini nel 1960) il Sottotenente Innocenzi Alberto (Alberto Sordi) che, lasciato il suo Reparto all’8 Settembre del ’43, si ritrova – dopo incredibili peripezie e la morte, per mano tedesca, del “suo” soldato, il Geniere Ceccarelli Assunto (Serge Regiani) – a Napoli, nei giorni dell’insurrezione popolare, a sparare dietro una mitragliatrice, avendo trovato nei Partigiani napoletani freschi commilitoni, insieme ai quali dare un senso nuovo, e diverso alla propria esistenza.

Dunque, la scena è quella del marinaio italiano che sotto una “Casa Chiusa” (leggi un Bordello legale) così apostrofa la ragazza – di professione “meretrice” – che, affacciata al balcone del Casino, osserva i festeggiamenti sottostanti per l’avvenuto annuncio dell’Armistizio dell’8 Settembre ‘43: “Ho bellona costassù e che tu fai? E che sei triste?”. “Niente” – risponde la ragazza – “So cuntenta”. “E che tu farai?” – le dice ancora il marinaio – “Niente. Comme prima” – risponde la ragazza – “però so cuntenta lo stesso, per tutti sti surdati che se ne tornano a casa”. Poi dal Bordello esce un soldato tedesco, anche lui contento per la fine della guerra “Guerra finita. Hitler kaput. Guerra mia, guerra tua, tutto finito!” grida, rivolgendosi al marinaio italiano. E la ragazza al balcone così lo apostrofa: “Fritz e vatte a fa friggere! Vattenne, fetentone!”. Il soldato tedesco e il marinaio italiano se ne vanno insieme in bicicletta, ma poco dopo il tedesco – saputo da alcuni suoi camerati di passaggio su un’auto militare, del “tradimento” degli italiani – punta la sua pistola contro il marinaio italiano che sarà, più tardi, fucilato, con un’esecuzione pubblica, filmata dalla Propaganda militare tedesca.

Finzione e verità

La scena tra il tedesco e il marinaio italiano, di cui sopra, non è andata – salvo il finale, ovvero la fucilazione pubblica del marinaio italiano – come la racconta Nanni Loy nel suo Film. Nella realtà, il marinaio si chiamava Andrea Mansi (Ravello, 1919 – Napoli, 12 Settembre 1943) e venne fucilato per essere stato accusato, ingiustamente, di aver ucciso un soldato tedesco, durante un rastrellamento delle truppe naziste che occupavano Napoli. La fucilazione avvenne sulle scale dell’Università “Federico II” e centinaia di persone furono costrette ad assistervi. A quelle persone venne dato l’ordine di inginocchiarsi, sotto la minaccia delle mitragliatrici, di guardare i soldati tedeschi che sparavano al marinaio ed infine, alla sua morte, di applaudire.

La fucilazione di Andrea Mansi venne utilizzata dai tedeschi come monito per chi avesse voluto compiere altre azioni simili contro di loro. La fucilazione diceva, infatti, chiaramente quale sarebbe stata la fine che avrebbe fatto chi avesse, in qualunque modo, reagito alle violenze dei soldati agli ordini del Colonnello Scholl, il Comandante tedesco della Piazza di Napoli. Della fucilazione del giovane marinaio italiano – che fu ripresa dalla Propaganda militare tedesca – esiste un filmato originale.  Qui vedete un fotogramma di quel filmato e una lapide che ricorda quell’assassinio, non il solo che i tedeschi perpetrarono contro la popolazione napoletana.

Quando vuole indicare il luogo, chiuso e regolamentato, nel quale la donna svolge il mestiere di “meretrice” vendendo il proprio corpo, la lingua Italiana ha molti termini a sua disposizione: “casa chiusa”, “bordello”, “lupanare”, “casino” e infine “casa di tolleranza” ad indicare anche il fatto che quanto si faceva in quei luoghi era appunto tollerata dallo Stato, a patto che non desse pubblico scandalo, si rispettassero le regole fissate e soprattutto si pagasse il relativo balzello allo Stato medesimo stesso..

Anzi, quanto lì si faceva, era per i giovani, (età minima richiesta per l’ingresso anni 18) un vero e proprio rito di iniziazione ché questi, arrivati all’età “giusta” per la bisogna, venivano condotti al “Casino” per imparare a capire il senso di un’altra parola “marchetta” e soprattutto essere materialmente  introdotti a quell’arte amatoria particolare da una “signorina” esperta e paziente che veniva utilizzata come una sorta di “nave scuola” (un’altra espressione che si rinviene in molti resoconti di quel periodo, relativi alla prostituzione femminile) (*).

Al riguardo lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino così scriverà nel suo “Il Malpensante”, 1867: “A diciott’anni si entrava la prima volta in un bordello ed era per i più una cresima lieta, come prendere gli ordini di un sacerdozio profano. Per pochi, uno o due, significò scriversi sopra la carne il tatuaggio di un fiordaliso mortale.”.

Il fascismo – come è certamente noto – non aveva inventato le “Case Chiuse”, ma le seppe far fruttare a suo vantaggio e non solo dal punto di vista economico, ma anche – considerato lo spaccato sociale assai composito – c’erano, infatti, anche pezzi grossi del fascismo – che frequentava i Bordelli – come luogo di controllo sociale e di raccolta di informazioni, spesso preziose. Non tutte le donne che esercitavano “il mestiere più vecchio del mondo” erano però fasciste con tessera fascistizzate. A titolo di esempio, segue la storia di Teresa Pavanello, tenutaria della “Casa Chiusa” sita al civico 11 di Via Chiaia, a Napoli.

Storia di Teresa Pavanello, dal Bordello al Confino di Polizia

“L’8 maggio 1937, intorno all’ora di pranzo, Teresa Pavanello mette in funzione la radio della sala d’aspetto della “casa d’appuntamento” di cui è tenutaria a Napoli, al civico 175 di via Chiaia. In programmazione c’è la “trasmissione di inni patriottici,” e un cliente presente nella stanza chiede di alzare il volume per sentire il discorso di Mussolini. “Altro che discorso, a me aumentano le tasse […] Mussolini ha i milioni alle banche estere e se succede qualcosa in Italia, lui mangia sempre,” commenta Teresa. “Il Duce quando parla porta la mano destra alla fronte e dice: ve l’aggià schiaffà in culo a voi italiani.”

Nella sala scende un silenzio imbarazzato e alcuni clienti se ne vanno indignati. Tra loro c’è anche un capo squadra della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che denuncia la tenutaria. Venti giorni dopo viene emessa un’ordinanza che assegna Teresa al confino di polizia per tre anni a Bianconovo, in Provincia di Reggio Calabria. Al termine di questo, Pavanello finisce legata in un letto d’ospedale psichiatrico, bollata come folle, “delirante, disorientata e a volte aggressiva.”.

La storia della tenutaria di via Chiaia si trova nelle carte del Casellario Politico Centrale, una sorta di anagrafe (creata nel 1894, ma particolarmente attiva nel periodo fascista) delle persone considerate pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica. Lo schedario contiene gli elenchi di oppositori politici, sovversivi, anarchici—ma anche di vagabondi o persone generalmente sgradite.

Tra questi nominativi ci sono anche quelli di molte prostitute arrestate [almeno 27, Ndr] per “misure di pubblica moralità” e poi perseguitate politicamente per aver insultato o deriso i simboli del fascismo. Le storie di 27 di loro —schedate tra il 1927 e il 1942 — sono raccontate nel Saggio “Puttane antifasciste nelle carte di polizia” [scritto da Matteo Dalena e pubblicato dalla Editrice Ilfilorosso nel 2017, Ndr].

(Fonte: Claudia Torrisi su: Vice Media il 30 Giugno del 2017)

Il fascismo e l’omosessualità maschile

Diverso era invece – per il fascismo – l’’atteggiamento da tenere con la prostituzione maschile, confusa ad arte con l’omosessualità, che era severamente repressa. Anche qui i termini da usare per indicare gli appartenenti alla categoria dei “pederasti” erano diversi e ancora una volta evidenziavano quanto sapesse essere duttile la lingua italica. I “pederasti” potevano, infatti, definirsi anche “invertiti”, “deviati,” o anche “ricchioni” e “arrusi”, secondo alcune varianti dialettali.

Negli anni del fascismo l’omosessualità maschile era considerata un “vizio abominevole”, “turpe”, che comprometteva la virilità degli italiani. Centinaia di “pederasti” furono, per questo, spediti al confino: la Colonia di Confino di San Domino, nelle Isole Tremiti, fu a loro diremmo così dedicata e fu liberata dagli americani nell’Autunno del 1943.

Per tornare invece, alla prostituzione femminile – come racconta Vinicio Ceccarini in un pezzo pubblicato sull’ultimo Numero di Patria Indipendente, il Mensile online della ANPI Nazionale, pezzo che trovate sotto – alle prostitute: “Il regime imponeva di avere la tessera del Pnf per esercitarlo e varò norme ferree per regolamentare un fenomeno sociale che non si era riusciti ad arginare in nessun modo e che diventò funzionale allo Stato, anche sul piano economico. Ai confinati politici era vietato frequentare “meretrici”. E dai documenti si conferma con chiarezza l’idea autoritaria e patriarcale della donna tout court.”.

Si tratta di una storia poco nota di cui, spesso, si ricorda solo il finale, ovvero la chiusura (stavolta definitiva) di quelle “Case”, avvenuta con l’entrata in vigore della Legge 20 Febbraio 1958, n. 75, recante: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui“, Legge  fortemente voluta dalla Senatrice socialista Angelina (Lina) Merlin, ex Partigiana combattente, che era stata in precedenza una delle 21 Madri Costituenti che contribuirono a scrivere la nostra Costituzione e fu, in seguito, la prima donna  ad essere eletta al Senato della Repubblica. Una Legge, quella del 1958, che si ricorda sempre proprio come la “Legge Merlin”. Ma anche questa della chiusura dei lupanari è storia poco nota, dunque vale la pena di leggere il pezzo di Vinicio Ceccarini e di farne buona Memoria.

(*) Nelle “Case di Tolleranza”, la consumazione non era obbligatoria, ma quasi. Il cliente, scelta la ragazza – di solito vestita in modo seducente da una sarta del bordello – versava alla cassa il suo obolo e riceveva in cambio una “marchetta” che, arrivati in camera, consegnava alla ragazza. A fine serata, il numero di queste “marchette” in possesso della ragazza, definiva anche il suo compenso in denaro, corrisposto dalla tenutaria del Bordello.

Questa operazione, ripetuta centinaia, migliaia di volte in quegli anni e dopo, ha originato l’espressione “fare una marchetta” che non ha assunto, nel tempo, solo e soltanto il riferimento ad una prestazione sessuale a pagamento, maschile o femminile che fosse. Questi alcuni significati altri di quell’espressione: utilizzare la propria intelligenza per scopi poco intelligenti; approfittare di una determinata situazione per avvantaggiare sè stessi; approfittare di una determinata situazione per screditare gli altri; fare pubblicità positiva di un prodotto o servizio che danneggia gli altri.

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Prostituzione, un “mestiere” solo per donne fasciste

di Vinicio Ceccarini

Il regime imponeva di avere la tessera del Pnf per esercitarlo e varò norme ferree per regolamentare un fenomeno sociale che non si era riusciti ad arginare in nessun modo e che diventò funzionale allo Stato, anche sul piano economico. Ai confinati politici era vietato frequentare “meretrici”. E dai documenti si conferma con chiarezza l’idea autoritaria e patriarcale della donna tout court. Sui social anche una mostra-museo

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Nel 1932 in un’intervista al giornalista Ludwig, Benito Mussolini dichiarò che la donna «deve obbedire» che nello Stato fascista «essa non deve contare».

La cosa forse più surreale del fascismo è che per esercitare il mestiere della prostituta era necessaria la tessera del Pnf. Se per l’iscrizione a un partito o a un’associazione si richiedono requisiti professionali e doti speciali, si deve quindi dedurre che per il legislatore del tempo solo le donne fasciste riuscissero a praticare il sesso con professionalità e a garantire piaceri sicuri ai focosi italiani in camicia nera. Ma dietro la retorica dei grandi valori morali si celava una realtà fatta di miseria, sfruttamento e disperazione.

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La prostituzione era rigidamente regolamentata e assicurava introiti all’erario. Inizialmente le donne iscritte al Pnf erano favorite nel mestiere della prostituta fino a quando nel 1938 la tessera divenne obbligatoria come per tutti gli altri lavori. Erano previsti perfino “esami di abilitazione al regolare meretricio”. Ma non solo: “dopo l’abilitazione c’era un severissimo tirocinio con tanto di apprendistato quasi gratuito in un locale di meretricio di Stato abilitato, in cui si mettevano alla prova le aspiranti al ruolo”. Ogni venerdì, quando la casa di tolleranza era chiusa al pubblico, con l’arrivo del prete le prostitute, da “brave cristiane”, avevano l’obbligo di confessarsi e fare la comunione. Nel caso di violazione, la donna era sanzionata con ammonimenti verbali e la tenutaria doveva fare una segnalazione per comportamento “non retto”.

Le norme igienico-sanitarie erano severissime: le prostitute venivano sottoposte a visite mediche due volte alla settimana e “tutte possedevano un set per verificare la presenza di malattie veneree attraverso l’esame di una goccia di sangue”. Le case di tolleranza, poi, “erano anche un luogo dove molti andavano a prendere le medicine passate dal Duce o i disinfettanti contro i pidocchi, ed erano anche usate come vespasiani pubblici con bagni e acqua calda, a cui si poteva accedere pagando una piccola quota”.

Chi erano le prostitute e come vivevano

Si trattava donne abbandonate dai mariti costrette alla prostituzione dalla povertà. Davide Scarpa, un ex impiegato con la passione per le cose antiche, che anni fa ritrovò tantissimi documenti e diari (1), precisa che «Alcune risultavano vedove anche se vedove non lo erano». Racconta ancora: «Gli organi del partito fascista avevano fatto sì che la persona non più reperibile venisse dichiarata morta dopo 5 anni. Di modo che le mogli potessero esercitare la prostituzione, perché le donne sposate non potevano fare le prostitute. I figli invece venivano affidati agli istituti pubblici e una parte della retta era pagata dal Comune».

Entrare in una casa di tolleranza significava essere condannate all’ergastolo perché le prostitute non potevano lasciare le strutture in quanto “erano considerate donne che attentavano alla debolezza dell’uomo italiano”. Le poche che uscivano “per andare a esercitare a domicilio per gli invalidi di guerra o i disabili”, rischiavano insulti e percosse. Mussolini riteneva i postriboli un ostacolo alla politica demografica del fascismo basata sul “dare figli alla Patria”, ma di fronte al fatto che “su una popolazione di trenta milioni, gli italiani che andavano a prostitute erano 10 milioni, praticamente quasi tutti” (2) capì che non era il caso di intervenire. Significativo che quando ci fu la Marcia su Roma i bordelli di Roma registrarono il tutto esaurito.

La prima volta di Mussolini

Nelle case di tolleranza il clima era di grande squallore, descritto bene dallo stesso Mussolini (3) quando racconta la sua iniziazione sessuale in una casa di tolleranza: «Una domenica ci recammo a Forlì, in una casa innominabile. Quando entrai sentii il sangue affluirmi alla faccia. Non sapevo che dire, che fare. Ma una delle prostitute mi prese sulle ginocchia e cominciò ad eccitarmi con baci e carezze. Era una donna attempata, che perdeva il lardo da tutte le parti. Le feci il sacrificio della mia verginità sessuale. Non mi costò che cinquanta centesimi» (4). Altrettanto fa lo scrittore Dino Buzzati: «Non tutte quelle donne erano delle grandi artiste. La maggior parte si limitava a prestazioni affatto rozze o banali. Di tanto in tanto si incontravano però dei tipi che facevano addirittura trasecolare, oltre che per la bellezza, per il garbo, il magistero tecnico, la fantasia, l’intuito psicologico, la passione del mestiere, perfino la delicatezza d’animo, tutte qualità che oggi invano potete cercare sui marciapiedi, nei night e nelle case d’appuntamento».

Le case di tolleranza vietate ai confinati politici

Come pena accessoria ai confinati politici era imposto il divieto di frequentare oltre che le osterie anche le case di tolleranza. Nel verbale di consegna della carta di permanenza al confino a Ponza di Sandro Pertini (5) viene riportato il verbale con questo divieto: «L’anno 1935 (A. XIV) il giorno 10 del mese di dicembre in Ponza nella direzione della colonia di confino, davanti a noi dott. Coviello Francesco direttore della colonia è presente il nominato Pertini Alessandro fu Alberto e di Muzio Maria nato il 29.5.1896 a Stella S. Giovanni (prov. di Savona) di condizione avvocato, il quale con ordinanza della commissione provinciale di Genova è stato assegnato al confino di polizia per la durata di anni […]. Prescrizioni: […]. Non frequentare postriboli, osterie o altri esercizi pubblici».

La prostituzione male minore. Una rassegna 

La legalizzazione della prostituzione trova autorevoli sostenitori nel passato. In particolare, Agostino d’Ippona, vescovo del IV secolo, preoccupato degli ardori sessuali dei maschi riteneva: «Che cosa di più sconcio, di più vuoto di dignità, di più colmo d’oscenità delle meretrici, dei ruffiani e simile genia? Eppure togli via le meretrici dalla vita umana e guasterai tutto col malcostume»  (6)

Tesi ripresa più tardi da Tommaso d’Aquino, il quale dimenticando che le donne sono persone con un’anima, ribadì: «La donna pubblica è nella società ciò che la sentina è in mare, e la cloaca nel palazzo. Togli la cloaca, e l’intero palazzo ne sarà infettato». La difesa della società divenne il principio a cui sacrificare i corpi delle donne dei postriboli.

La prostituzione era considerata il pilastro della moralità sociale perché permetteva all’uomo di soddisfare i propri bollori sessuali salvando la santità della famiglia e l’onestà delle donne di buona famiglia, evitare l’omosessualità, l’incesto, la sodomia e la masturbazione. Un’analisi cinica in cui si smarrisce il messaggio evangelico che siamo

tutti creature di Dio e si sacrificano le donna più povere e disperate per tutelare le donne «oneste» e ovviamente ricche. Dal punto di vista scientifico si inserisce l’intervento di Lombroso, medico criminologo positivista, che nel XIX secolo affermava di poter distinguere una donna criminale da una donna onesta dal solo aspetto fisico. Tale distinzione era scientificamente fondata sul fatto che a suo parere esistono «caratteri degenerativi», ovvero anomalie fisiche, che permettono di sostenere l’esistenza di vere e proprie «criminali-nate» e di distinguerle dalle donne «normali», ovvero da colei che non delinque. Con criteri pseudoscientifici propone come esempi di donne nate delinquenti e prostitute Agrippina, Messalina, Charlotte Corday e le brigantesse meridionali delle quali individua degenerazioni fisiche e morali, facendo riferimento alla misurazione del crani e alla struttura anatomica del corpo.

Per gli uomini questi metodi d’indagine furono presto abbandonati; al contrario il concetto di donna delinquente fu a lungo utilizzato in criminologia come strumento pseudoscientifico per giustificare ideologicamente l’inferiorità della donna in una società fortemente maschilista e ossessionata dai nascenti femminismi. Questi fantasmi forieri di una mentalità maschilista e razzista emergono in maniera dirompente quando alla fine degli Anni 50 la senatrice Lina Merlin, già tra le 21 donne in Assemblea Costituente, propose l’abolizione delle case di tolleranza.

Nell’occasione Indro Montanelli, terrorizzato dalle conseguenze sociali del provvedimento, scrive: «Un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. La famiglia, la famiglia all’italiana, funziona solo finché le figlie sono vergini, cioè finché hanno dinnanzi agli occhi lo spauracchio del lupanare, in caso di “deviazione”. Il giorno in cui ad esse si conceda di “vivere la loro vita” senza timore di finire in quei serragli, l’Italia è destinata a diventare uno di quei Paesi protestanti, dove la condizione di “vergine” non esiste, come non esiste quello di “puttana”, tutte le donne essendo accomunate in un limbo intermedio». Lo stesso Benedetto Croce per il Partito liberale italiano dichiarò: «Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male» (7).

La legge Merlin

Le case di tolleranza furono chiuse nel 1958 grazie alla coraggiosa battaglia politica della senatrice socialista Lina Merlin, già confinata politica in Sardegna e poi partigiana. aiutata nelle sue inchieste sulla prostituzione dalla giornalista Carla Voltolina, moglie di Sandro Pertini. La battaglia – contestata da destra, sinistra e centro – inizia nel 1955 con la pubblicazione di Lina Merlin insieme a Carla Barberis delle testimonianze delle prostitute nel volume Lettere dalle case chiuse. In proposito, Sandro Bellassai spiega che: «Il disegno della senatrice era rivoluzionario e femminista perché per la prima volta faceva riflettere sulla condizione delle prostitute che, a quell’epoca, erano considerate cittadine di serie B. Queste poverine non potevano aprire attività commerciali, non potevano sposare militari e rappresentanti delle forze dell’ordine. Addirittura quando fu dato il voto alle donne, nel febbraio del ’45, furono espressamente escluse» (8).

Lina Merlin si scontrò duramente contro i molti uomini, con parole di fuoco definì i clienti dei bordelli «corrotti» e propose un progetto etico per il cittadino:

«Sviluppiamo la coscienza sessuale del cittadino: aprite ai giovani i campi sportivi per esercitare gli sport; moltiplicate gli Alberghi della Gioventù e spianate le vie dei monti e dei mari, anziché lasciare i giovani affollare i vicoli della suburra in attesa del loro turno dietro la porta del lupanare. Fate che non imparino dalla malizia del compagno più esperto come si genera la vita, ma fate che imparino dall’insegnamento scientifico quanto essa è bella e sacra nel fremito delle piante e degli animali, uomo compreso, che la rinnovano nell’amore! […] La sfrenatezza della vita è un sintomo di decadenza. Il proletariato è una classe che deve progredire. Non gli occorre l’ebbrezza, né come stordimento né come stimolo. Dominio di sé, autodisciplina, non è schiavitù, nemmeno in amore! Signori, questo è l’insegnamento di Lenin ai giovani del suo Paese, e anche noi dovremmo accoglierlo perché esso non contraddice ai nostri credi! […] I clienti sono spesso uomini corrotti, sposati e non scapoli soltanto. Sono altresì studenti, operai, soldati che vengono condotti per la prima volta nel lupanare per soddisfare una curiosità. Non resterebbero certamente casti senza la regolamentazione, ma neppure cederebbero ai primi stimoli della passione, quando ancora non hanno le ossa ben formate. Ma ciò avverrebbe più tardi, con un atto normale e sano» (9).

La legge fu approvata dalla Camera con 385 favorevoli e 115 contrari, grazie al al contributo di parlamentari come Scalfaro, Boggiano Pico, Terracini, Merzagora, Lombardi.

La prostituzione nella storia d’Italia

Cavour sull’esempio francese introdusse le prime norme per regolare le case di tolleranza in particolare l’obbligo di essere lontane da chiese e luoghi pubblici, di avere una sola porta di entrata e di uscita, e di tenere le finestre sempre chiuse. La prostituzione era considerata utile alla società, purché praticata in modo sano, pulito e separata dalla società. Il ministro Crispi introdusse modifiche ai regolamenti con la legge sulla pubblica sicurezza del 1889 e della legge della pubblica sanità del 1891. In questi anni nasce una nuova sensibilità con l’onorevole Luzzati che fonda a Roma il Comitato nazionale della Federation abolitioniste internazionale e a Torino l’Association catholique pour la protection de la jeune fille per il recupero delle prostitute. Questi movimenti e altri furono soffocati dal fascismo che provvide dare una rigida organizzazione della prostituzione nel T.U. delle leggi di Pubblica Sicurezza del 1931 che prevedeva l’obbligo di schedatura delle prostitute e le visite mediche obbligatorie per il controllo delle malattie veneree.

Una decina di anni fa, la Lega Nord aveva presentato una proposta al Parlamento italiano e all’Europarlamento e i consiglieri regionali del Carroccio Mauro Manfredini, Manes Bernardini e Stefano Cavalli avevano chiesto all’allora presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, di promuovere un’iniziativa alle Camere per disciplinare la prostituzione, «un’evidenza che da oltre 50 anni è consegnata all’anarchia pur di non ammetterne l’esistenza e affrontarne i risvolti. La storia non è riuscita a cancellare la prostituzione e ipocrisia e moralismi hanno solo peggiorato la situazione. Forse è meglio guardare al fenomeno con realismo e trovare – pragmaticamente – la risposta più adeguata» (10).

Il Museo delle case di tolleranza

Esiste oggi un Museo delle case di tolleranza, nato per caso quando, nel 2010, gli operai di una ditta edile ritrorovano nell’intercapedine di una casa in demolizione a Casarsa (Pordenone), documenti, borse, gioielli, vestiti paillettati, cappelli, ondulacapelli e persino preservativi degli Anni Venti e Trenta. In quelle povere cose era racchiusa la storia delle prostitute italiane nel ventennio fascista. Davide Scarpa racconta: «I documenti erano un po’ bruciacchiati, visto che in quel muro passavano i fumi di una stufa, e i sacchi di iuta erano ricoperti di sporcizia e umidità. Una persona che conoscevo mi ha contattato, sapendo della mia passione per le cose vecchie. Mi sono accordato con gli eredi della casa su una piccola cifra e ho comprato il materiale». Con questo materiale restaurato Scarpa ha realizzato la Mostra-Museo delle Case di Tolleranza. L’allestimento rappresenta una perfetta ricostruzione di una casa di tolleranza negli Anni Venti e Trenta.

Attualmente il Museo è senza fissa dimora, ma ci si può collegare alla pagina Facebook.

 Vinicio Ceccarini

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NOTE:

(1) LinkiestaProstitute durante il fascismo, i documenti ritrovati da Davide Scarpa;
(2) Ibidem;
(3) Mussolini Benito, La mia vita dal 29 luglio 1883 al 23 novembre 1911, scritta nel 1911-12 e pubblicata solo dopo la sua morte;
(4) Aurelio Lepre, Mussolini l’italiano. Il Duce nel mito e nella realtà, Mondadori, Milano, 1995;
(5) Pertini Sandro, Sei condanne e due evasioni. Mondadori, Milano, 1982;
(6) Agostino d’Ippona, De Ordine, con note di Giovanni Catapano;
(7) Da Cavour alla Merlin. Le prostitute in strada? Regole, non moralismiarchiviostorico.corriere.it; e Matteo Dalena, Puttane antifasciste nelle carte di polizia, Ilfilorosso, 2017;
(8) Sandro Bellassai, docente Università di Bologna, nel suo saggio La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta, Carocci, Roma, 2006);
(9) Lina Merlin, I clienti dei casini sono uomini sposati e corrotti, 12 ottobre 1949 su cinquantamila.it, 5 luglio 2017;
(10) Bologna today «La Lega Nord ha presentato una proposta a Roma e all’Europarlamento e in una risoluzione, i consiglieri regionali del Carroccio Mauro Manfredini, Manes Bernardini e Stefano Cavalli chiedevano al presidente della Regione Vasco Erranidi promuovere un’iniziativa alle Camere affinché si torni a disciplinare la prostituzione, un’evidenza che da oltre 50 anni è consegnata all’anarchia pur di non ammetterne l’esistenza e affrontarne i risvolti. La storia non è riuscita a cancellare la prostituzione e ipocrisia e moralismi hanno solo peggiorato la situazione. Forse è meglio guardare al fenomeno con realismo e trovare –pragmaticamente – la risposta più adeguata». Giovanni Azzolinisindaco leghista di Mogliano Veneto per due mandati, l’ultimo fino al 2014, aveva proposto di riaprire “quelle case” chiuse dalla legge Merlin del 1958: la raccolta di firme per un referendum aveva trovato d’accordo gran parte dei suoi concittadini, concordi nel liberalizzare la professione della prostituta.

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