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Memoria nera di Roma criminale

La Banda della Magliana e i suoi molti misteri (troppi ancora insoluti) che l'hanno resa ferocemente famosa

“Nun so se so’ i tramonti che me piacciono, o a vede’ ‘sta città tinta de rosso” “Questa è l’ultima occasione, si nun v’a sentite, è mejo che ve pijate ‘a stecca vostra e ve n’annate”. (da “Romanzo Criminale”, di Giancarlo De Cataldo, Einaudi, 2015)

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«Per cogliere la genesi di questa associazione occorre andare indietro nel tempo, sino all’ultimo scorcio degli anni settanta. A quel tempo, a Roma, si registrò la tendenza degli elementi più rappresentativi della malavita locale a costituirsi in associazione. Sino ad allora, i Romani, dediti ai reati contro il patrimonio, quali furti, rapine ed estorsioni, avevano consentito, di fatto, a elementi stranieri, quali, ad esempio i Marsigliesi, di gestire gli affari più lucrosi, dal traffico degli stupefacenti ai sequestri di persona. Una volta presa coscienza della forza derivante dal vincolo associativo, fu agevole per i Romani riappropriarsi dei commerci criminali, abbandonando definitivamente il ruolo marginale al quale erano stati relegati in precedenza.»

                                                                                       (Prima Ordinanza di rinvio a giudizio di alcuni esponenti della Banda della Magliana, 1983)

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Tutto era cominciato con il furto della macchina a cui era agganciata una roulotte. Entrambe erano parcheggiate al Gianicolo – Colle romano carico di Storia e limitrofo alla Città del Vaticano – e la Roulotte era il “magazzino” dei ladri romani che ci depositavano la refurtiva dei loro colpi, la macchina, invece, era piena di armi che però non erano del proprietario dell’automezzo (e della Roulotte), Franco Giuseppucci, a Roma noto come “Il Fornaretto”, perché per un po’ di tempo, aveva lavorato al Forno dei genitori, situato in Trastevere.

Quelle armi erano di proprietà di un altro personaggio di questa storia criminaleEnrico De Pedis, detto “Renatino”, trasteverino doc, inizialmente borseggiatore e poi ladro patentato, facente parte di una Banda con base all’Alberone, zona della città compresa tra Via Appia Nuova, Via Latina e Via Tuscolana.

Il Fornaretto (poi noto alle cronache nere anche come “Il Negro”) e Renatino vanno dunque da chi ha rubato la macchina e il suo contenuto, per reclamare le armi. Il ladro si chiama Maurizio Abbatino, detto “Er Crispino”, piccolo delinquente della Magliana. Ma “invece de litigà” – direbbe un romano de Roma, i tre si mettono d’accordo, coscienti tutti e quattro (ai tre si aggiungerà Nicolino Selis, detto “Er Sardo”) che è arrivato il momento “de uscì su piazza, e de fasse sentì”.

È così che nasce la “Banda della Magliana”. E’ il 1975, Anno Santo della Chiesa di Roma, Anno della fine della guerra del Vietnam e Anno dell’assassinio, all’Idroscalo di Ostia (Roma), di Pier Paolo Pasolini. E dopo quell’accordo tra i quattro della Magliana, a Roma, niente sarà più come prima.

La Magliana – dove nasce la Banda criminale del Fornaretto, di Renatino e del Sardo – è , al tempo, di questa storiaccia, un Quartiere nella Zona Sud di Roma, tra l’Eur e San Paolo, nato nel secondo dopoguerra e che prende il nome dall’omonimo torrente che lo bagna prima di sfociare nel Tevere.

E’ un posto dimenticato e abbandonato, densamente popolato, lontano dal centro della città, senza servizi, senza Plessi scolastici e con poco verde e ancora oggi non è molto cambiato. E’ da lì che parte la storia della Banda Della Magliana che però andrà in scena in tutta la città. Una “foto di famiglia” della Banda della Magliana

 

Per far partire la Banda, però, la volontà criminale dei quattro soci fondatori non è sufficiente, ci vuole il capitale. Così i quattro decidono di lanciarsi nel Settore dei sequestri di persona. Il Fornaretto ha individuato la vittima, si tratta del Duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, 66 anni, marito di Isabella Perrone che ha appena venduto “Il Messaggero”., di cui il fratello. Alessandro Maria (1920-19ui0) era stato prima giornalista, poi Direttore e infine proprietario.

Il 7 Novembre del 1977 scatta il rapimento. Dopo un lungo tira e molla tra i rapitori e la Famiglia del Duca, il colpo va a segno. I tre chiedevano 10 miliardi, la famiglia del rapito gli offrirà “solo” 200 milioni e i rapitori minacciano di uccidere il Duca.

La famiglia allora cede e consegna la somma richiesta, poi attende il ritorno a casa del rapito. Ma invano. Il Duca era, infatti, stato ucciso, subito dopo il rapimento, perché aveva visto in faccia uno dei rapitori.

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Così la Banda della Magliana ha il capitale per iniziare la sua avventura criminale e intanto i quattro “soci fondatori” cominciano a reclutare altri adepti. Nella Banda entrano infatti: Antonio ManciniRenzo Dansei e Danilo Abbruciati e per tutti quelli che si frappongono ai loro piani criminali, non c’è storia: sono loro i “padroni neri” della città. Lo imparerà, a sue spese, Franco Nicolini, detto “Franchino”, che, avendo provato a mettersi loro di traverso, in un giorno del Luglio romano di 47 anni fa incrocia i sette della Magliana (sembra il titolo di un Film western, ma è la sanguinosa realtà) e da quei sette viene ucciso. E’ il 25 Luglio del 1978.

Con il tempo, la Banda diventa una Holding criminale che prende accordi indifferentemente, con mafia, camorra, ‘ndrangheta, terrorismo nero, Servizi Segreti Loggia Massonica P2 e offre loro anche servizi a richiesta: il crimine non fa distinzioni, né politiche, né ideologiche e non si schifa di niente e di nessuno, l’unica discriminante sono i soldi: pochi, maledetti e subito, e il modo di procurarseli.

Ma con il potere conquistato, a colpi di arma da fuoco, per quelli della Banda arrivano anche i problemi. Nella guerra criminale per il controllo della Capitale cade per primo Franco Giuseppucci, “il Negro”, ucciso a colpi di pistola dai Fratelli Fernando Maurizio Proietti del Clan dei Pesciaroli, davanti al Bar Castelletti, di Piazza San Cosimato, a Trastevere, dove Giuseppucci era nato nel 1947. E’ il 13 Settembre del 1980. Nicolino Selis, “il Sardo”, invece, lo ammazzano, il 3 Febbraio del 1981, i suoi compagni di malaffare, perché voleva diventare il capo della Banda, e mal gliene incolse.

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Storia di un Giudice “scomodo”

Il 2 Luglio 1994 era un Sabato. Caldo terrificante, oltre i 40 gradi. “Roma batte l’Africa”, titolavano i Giornali. Il Giudice Paolo Adinolfi, 52 anni, Consigliere presso la Corte d’Appello di Roma, sposato e padre di due figli, residente in un bel Condominio di Via della Farnesina, esce di casa alle 9,00 di mattina e sparisce. La sua automobile verrà ritrovata lo stesso giorno nella zona del Villaggio Olimpico, ma di lui, nessuna traccia. Alcuni avvistamenti su diversi Autobus dell’ATAC in differenti parti di Roma, non si riveleranno fondati.

Prima di trasferirsi alla Corte D’Appello, Adinolfi aveva lavorato alla Sezione Fallimentare del Tribunale di Roma e aveva avuto a che fare con casi importanti. Dal giorno della sua sparizione non ci saranno progressi nelle indagini.

Adinolfi due giorni dopo la sparizione, sarebbe dovuto andare a Milano, dove ancora si indagava sui filoni giudiziari nati da Tangentopoli. Secondo alcuni testimoni avrebbe, infatti, dovuto riportare al PM milanese, Dottor Carlo Nocerino, alcuni documenti su investimenti miliardari da parte di appartenenti ai Servizi Segreti coinvolti in reati come bancarotta fraudolenta, falso, peculato e compravendita fittizia di immobili. Tutte le indagini, affidate per competenza alla Procura della Repubblica di Perugia, si sono sempre chiuse con archiviazioni.

In quel rapimento – si ipotizza da sempre – fossero implicati i componenti della Banda della Magliana. L’intreccio, in una vicenda che al momento non ha trovato alcuno sbocco giudiziario, sarebbe legato alla Società Fiscom, di cui Adinolfi si era occupato nel 1992, quando era Giudice alla Sezione Fallimentare.

Una Società, la Fiscom, di intermediazione finanziaria da lui dichiarata fallita e che sarebbe stata legata ad ambienti della criminalità organizzata, tra i quali appunto figuravano esponenti della Banda romana della Magliana, come il “cassiere”, Enrico Nicoletti, che aveva conosciuto in carcere Enrico De Pedis e – una volta usciti – gli aveva accordato un prestito di 250 milioni di Lire e regalato una Pizzeria, posizionata al centro di Trastevere. Nicoletti era quello che si definisce un Imprenditore criminale  con amicizie nel Clan dei Casamonica, ma anche con conoscenze altolocate del calibro di Giuseppe Ciarrapico, Giulio Andreotti e Vittorio Sbardella,

Oggi – a distanza di 31 anni da quel rapimento – si scava sotto la romana “Casa del Jazz”, situata in Viale di Porta Ardeatina, bene confiscato alla mala e che era stato la Villa romana proprio di Enrico Nicoletti.

Ma alla Holdig Criminale, nota come la Banda della Magliana, che ogni giorno conquista le pagine di cronaca nera dei Quotidiani nazionali e non solo quelle, il piccolo cabotaggio criminale sta stretto. Così, tra la fine degli anni ’70 e gli ’80, la Banda si ritrova dentro fatti di cronaca non più solo nera, ma politica. Ma andiamo con ordine ed enumerare.

Uno dei covi usati dalle Brigate Rosse durante il rapimento Moro era situato nel Quartiere della Magliana, riserva di caccia della banda di “Renatino” De Pedis e il famoso “Comunicato N, 7”, firmato Brigate Rosse ma falso, era stato stilato da Antonio Chicchiarelli, un falsario molto esperto, legato alla Banda della Magliana.

Ma ancora: l’arma con la quale, il 20 Marzo 1979, a Roma, viene ucciso il giornalista Carmine (Mino) Pecorelli, arrivava dalla ‘Santa Barbara’ della Banda della Magliana, ubicata nel sottoscala della ex Sede del Ministero della Salute all’EUR, grazie alla complicità del portiere di quella Stabile. E pure il borsone contenente delle armi rinvenuto a Bologna, nei pressi della Stazione ferroviaria il giorno della strage (2 Agosto 1980), proveniva da quel deposito romano.

Ancora, sarà un componente della Banda criminale romana, Danilo Abbruciati – detto “Er Camaleonte”, borgataro romano di Primavalle – ad uccidere, sotto casa sua, a Paderno Dugnano (Milano), l’11 Marzo 2010, Roberto Rosone, il Vice Presidente del Banco Ambrosiano, Abbruciati però resterà ucciso in quell’azione criminale dai colpi sparategli da una Guardia giurata, che aveva assistito a quell’agguato assassino.

Non vanno dimenticati gli “scambi di favori” tra la Banda della Magliana e i NARNuclei Armati Rivoluzionari, di Fioravanti, Mambro, Cavallini e Ciavardini; NAR di cui aveva fatto parte, per un certo tempo, anche Massimo Carminati, detto “Er Cecato”, poi reclutato a tutti gli effetti dalla Banda di De Pedis e soci.

Ma ancora, dall’elenco dei cosiddetti “Gioielli di Famiglia” della Banda della Magliana non si può non ricordare il rapimento di Emanuela Orlandi, al tempo quindicenne cittadina vaticana, rapita a Roma il 22 Giugno del 1983.

Quel rapimento – come testimoniato alla Trasmissione RAI “Chi L’ha Visto?da Sabrina Minardi (1960-2025), la donna di Enrico De Pedis, vide impegnata la Banda romana, in nome e per conto di un alto Prelato vaticano che con quella ragazzina voleva per così dire “divertirsi un po’.

Sempre a detta della Minardi, il “divertimento” andò oltre e la Banda – che aveva “prelevato” e “trasferito” la ragazzina – fu chiamata, poi, a disfarsi del suo corpo.

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Come finisce questa storia criminale è noto. Diversi appartenenti alla Banda – tra cui il Capo, Enrico De Pedis, finiscono uccisi in regolamenti di conti interni, dovuti a questioni di soldi e di predominio nella Banda.

Ultimo loro “Affare criminale”, come avete letto in precedenza, quello del rapimento e dell’uccisone del Giudice Paolo Adinolfi, rapito e ucciso nel 1994; affare nel quale la Banda della Magliana sembra essere coinvolta avendo “lavorato” anche per conto terzi, ovvero avendo prestato uno di quei “servizi a richiesta” in cui i suoi componenti erano diventati maestri.

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La sepoltura, a dir poco inopportuna, di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, nella Basilica romana di Sant’Apollinare

A Roma la Via del Pellegrino – nei pressi di Piazza Campo de’ Fiori, Rione Parione – ricorda il punto di sosta – nell’antica Locanda detta appunto “Del Pellegrino” – in cui, chi arrivava a Roma per devozione o per il Giubileo percorrendo la Via Francigena, prendeva per così dire fiato e trovava cibo e riposo, dopo un lungo viaggio.

E’ sul basolato di quella storica Via della Capitale che il 2 Febbraio 1990, nella Roma che era stata il suo “regno criminale”, a 36 anni di età finisce, nel sangue, la vita terrena di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, trasteverino doc e per oltre dieci anni boss della Banda della Magliana.

De Pedis muore in un agguato tesogli, in pieno giorno, da Angelo Angelotti, altro affiliato alla Banda detto “Er caprotto”, che mal sopportava la svolta imprenditoriale che la Banda aveva preso, sotto il comando ferreo di De Pedis

Ma la storia di De Pedis non finisce con quell’agguato. Infatti “Renatino” viene, inaspettatamente, sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare (ufficialmente chiamata Basilica di Sant’Apollinare alle Terme Neroniane-Alessandrine e situata tra Piazza Navona e Palazzo Altemps), dove sono sepolti i benefattori della Chiesa di Roma. Questo grazie ad una “dispensa speciale” concessa dall’allora Cardinale Vicario di Roma, Monsignor Ugo Poletti (1914-1997).

In quella Basilica andava a studiare Musica la quindicenne Emanuela Orlandi e da subito parve quanto meno inopportuna (per non dire di peggio) la sepoltura in quella tomba di uno come De Pedis; sepoltura che qualcuno avrebbe detto – a piena ragione – “sacrilega”.

Alle obiezioni mosse alla sepoltura di De Pedis in quel luogo sacro, la Chiesa vaticana e la sua Diocesi romana rimasero, per molto tempo, in silenzio; poi dichiarando che, in vita, De Pedis era stato un benefattore (leggi ‘aveva fatto del bene’) mentre Giulio Andreotti, interpellato sul punto, dichiarava: “Magari non era proprio un benefattore per tutti. Ma per Sant’Apollinare sì.”.

Nota personale: trovandoci nella Capitale, viene da commentare: “Ahoo, è proprio vero sa’tra cani nun se mozzicheno”.

Ci sono voluti ben 22 anni perché – nel 2012 – la salma di De Pedis venisse esumata da quella tomba. Tra le molte ipotesi che quella sepoltura particolare aveva suscitato una sosteneva – non senza una qualche ragione valida – che la “Dispensa Speciale” ottenuta da Poletti e che autorizzava la sepoltura in quella tomba – fosse stata concessa a “Renatino” come compenso per presunti favori fatti ad Entità vaticane non meglio precisate.

Dopo l’esumazione dalla tomba in Sant’Apollinare, i resti di Enrico De Pedis sono stati cremati e così la sua storia terrena ha avuto veramente fine.


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