

Dopo 70 anni, ha finalmente un nome il martire inglese sconosciuto
Il 4 Giugno giorno ufficiale della liberazione di Roma – anche se ancora il giorno successivo per le strade della città si combatterà e ci saranno ancora morti Partigiani: Ugo Forno (12 anni) e Francesco Guidi, uccisi in combattimento dai tedeschi al Ponte ferroviario di ferro sul Fiume Aniene e poi Felice Rosi (14 anni), ammazzato da una sventagliata di mitragliatrice di un carro armato Tigre, contro cui aveva lanciato bombe a mano mentre – con i suoi compagni della Banda Partigiana Roma, combatteva nei pressi di Prima Porta e ancora un cecchino fascista a Tor Pignattara ucciderà, quel giorno, il partigiano Pietro Principato – mi è sembrato giusto ricordare i 14 Martiri dell’eccidio di La Storta, l’uiltima strage romana dei nazisti in ritirata.
Dei 14 Martiri di quella vigliccata assasina e finale dei tedeschi se ne ricorda, spesso, soltanto uno, Bruno Buozzi, e si “dimenticanoo” gli altri 13, tra i quali c’era anche un militare inglese il cui nome è stato scopero solo 70 anni dopo quell’eccidio.
Per ricordarlo e ricordare tutti i suoi compagni di sventura – lo ripeto, ad un passo dal 4 Giugno – ecco alcune righe di Memoria.
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Il 4 Giugno del ‘44 non è ancora nato ed il 3 Giugno sta per morire. I tedeschi sanno delle avanguardie alleate giunte nei pressi della città e iniziano la ritirata, ma decidono di evacuare tutti i prigionieri ancora nelle loro mani, per trasferirli in Germania. Tra i detenutii ancora prigionieri in Via Tasso, 75 seguiranno le truppe tedesche, in ritirata verso il Nord.
Per altri 26 c’è un camion, uno “Spa 38-R”, in attesa davanti all’Edificio del Carcere tedesco (e Comando della Polizia di Sicurezza e dellle SS). I tedeschi cercano di farli salite tutti su quel camion, li spingono dentro con violenza, ma riusciranno a caricarne solo 14.
Tra loro Bruno Buozzi, ex Deputato socialista e Segretario Generale della FIOM (il Sindacato dei Metalmeccanici) e poi, prima che il fascismo sciogliesse tutti i Sindacati, della Confederazione Generale del Lavoro. Con lui, insieme ad altri 12 prigionieri, su quel camion c’è anche: il Capitano di Corvetta (Maggiore) della Regia Marina, Alfeo Brandimarte, che sarà insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla Memoria. Dovrebbero salire su quello “Spa 38-R” anche Giuseppe Gracceva (il “Comandante rosso”), capo delle Formazioni armate del Partito Socialista Italiano; Arrigo Paladini, Sottotenente di Artiglieria, Partigiano combattente in Abruzzo e poi collaboratore del Servizio Informazioni alleato e Angelo Ioppi, Vice Brigadiere dei Carabinieri Reali (decorato di Medaglia d’Oro al Valore Mlitare), ma non c’è posto, per loro, sul primo automezzo ed il secondo camion, su cui sarebbero dovuti salire, si guasta e duqnue è inutiluizzabile. Così sono riportati in cella e si salvano.
Quel primo automezzo, stipato di prigionieri, parte attraversa la città e si dirige verso la Via Cassia, accodandosi ad una autocolonna tedesca in fuga. Arrivato al chilonetro 14,200, in Località “La Storta”, il camion – guidato dal Sottotenente delle SS Hans Kahrau – si ferma, forse per un guasto. I prigionieri passeranno la notte in un finenile di fronte al casale della Tenuta Grazioli. Li li vedrà un ragazzo, Duilio Polesi, allora tredicenne, e testimonierà al Processo Priebke che i prigionieri erano seduti a terra, davanti al fienile, in silenzio e con le mani legate dietro la schiena. Nessuno di loro parlava. Il ragazzo li vedrà poi andare verso il bosco in fila indiana, e ricorda di avere pensato che li portassero a bere.
Ma non sarà così. In quel bosco i 14 prigionieri verranno assassinati. I loro corpi, saranno rinvenuti, da alcuni contadini, solo due giorni dopo l’eccidio. E’ l’ultima inutile strage tedesca, senza motivo, vigliacca come le tante altre stragi di cui i tedeschi costelleranno l’Italia in quei 20 mesi di occuopazione militare. L’ultimo gesto vigliacco di chi sognava di dominare il mondo ed invece fugge sconfitto.
Bruno Buozzi e, a seguire, la lapide commemorativa, posta nel 1949 nel luogo dell’eccidio e quella posta successivamente lungo la Via Cassia.
In quel bosco, dove un cippo ricorda la strage, saranno assassinati oltre a Bruno Buozzi ed al Maggiore Alfeo Brandimarte: il Partigiano polacco Friedrik “Raffaele” Borian, del Direttivo militare delle “Brigate Matteotti” (l’Organizzazione combattente del Partito Socialista Italiano); Luigi Castellani, Libero De Angelis, Alberto Pennacchi, anche loro Partigiani Matteottini; l’Avvocato Lino Eramo e il Generale di Cavalleria Piero Dodi, componenti del Fronte Militare Clandestino di Resistenza del Colonnello Montezemolo; il Tenente Eugenio Arrighi, Edmondo Di Pillo ed il Colonnello Enrico Sorrentino, informatori della V Armata americana; Saverio Tunetti, Vincenzo Conversi, militanti socialisti e “un militare sconosciuto di nazionalità inglese”, come recita la lapide posta, cinque anni dopo, sul luogo dell’eccidio.
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Ma chi era questo “militare sconosciuto di nazionalità inglese” assassinato con gli altri antifascisti, mentre Roma veniva liberata dagli alleati? Molte ricerche sono state svolte – per anni – per svelare il mistero di quel prigioniero inglese senza nome, rinchiuso a Via Tasso e scelto per quell’ultimo viaggio, insieme ai suoi compagni di sventura. Alla fine la tenacia è stata premiata: si trattava del Capitano “Gabor Adler”, nome di copertura del Capitano John Armstrong, ebreo di origine ungherese e Agente segreto alleato. Sbarcato da un sommergibile inglese, nel ’43, in Sardegna; catturato dai tedeschi e rinchiuso prima a “Regina Coeli”, in uno dei due Bracci del Carcere romano sotto il controllo tedesco, poi a Via Tasso.
Il Capitano Adler/Amstrong era il tassello mancante nel puzzle dell’eccidio di “La Storta”. Oltre 60 anni di ricerche hanno, infine, permesso che quel tassello prendesse il suo posto nella casella ancora vuota di quel feroce eccidio che si aggiunge a quello delle “Cave Ardeatine” e resterà scolpito per sempre, come la pietra che lo ricorda, nella Memoria dei romani. Pietra che, oggi, porta finalmente anche il suo nome.
Quattordici alberi, fatti piantare da Carla Capponi, recano una piccola targa di metallo con il nome dei 14 martiri ammazzati in un bosco, in un giorno di libertà per la gente di Roma. I loro resti sono stati, da tempo, traslati al Cimitero Monumentale del Verano. Per ricordare i 14 assassinati, la Sezione ANPI del XV Municipio del Comune di Roma, ha preso il nome di “Martiri di La Storta”.
L’eccidio di La Storta nasconde ancora un ultimo segreto
Nel suo documentato lavoro sulla vita e sulla tragica fine di Bruno Buozzi – intitolato: ”Bruno Buozzi (1881-1944), una storia operaia di lotte conquiste e sacrifici”, edito nel 2014 da Ediesse – Gabriele Mammarella cita la testimonianza al Processo Priebke di Duilio Polesi, un ragazzino al tempo dell’eccidio, secondo la quale fu un solo tedesco, senza elmetto, (probabilmente proprio il Tenente Kahrau) ad uccidere tutti i 14 prigionieri, con un colpo di pistola alla nuca.
Evidentemente, la “tecnica” sperimentata dai nazisti nella strage delle Cave Ardeatine aveva fatto scuola. Non è noto il motivo per il quale i 14 Partigiani furono uccisi, Si parla di un ordine preciso, giunto con un motociclista; di un’esigenza legata al recupero di spazio sull’automezzo per proseguire la ritirata o di un ordine impartito, non è chiaro da chi, prima della partenza del camion da Via Tasso. A 81 anni dal suo compimento, l’eccidio di “La Storta” nasconde dunque ancora un segreto.
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