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Mi hanno tolto dei soldi

Sono stato venduto. Quei poveri che accolgo in parrocchia, a cui do cibo, cure mediche, vestiti e ascolto, proprio loro hanno osservato ciò che era più facile da rubare e hanno passato l’informazione ad altri, in cambio di aiuto per la propria “attività”. E così mi hanno aperto i distributori di merende e bevande.

Succede proprio così: lo specializzato in furti al supermercato ha bisogno di complici e informa lo specializzato in macchinette di merendine e caffè della presenza di queste in parrocchia. È uno scambio di favori che è essenziale per chi vive per strada. Gli altri sanno e tacciono per paura di ritorsioni, anche perché questi “specialisti” mantengono sempre un profilo basso, con colpi piccoli, qualcosa su cui non vale la pena indagare, o che si sconta con qualche giorno o settimana di prigione – un po’ di vacanza ogni tanto ci vuole. I loro nomi sono spesso conosciuti alle forze dell’ordine, di cui a volte sono informatori. Esiste un vero mercato di informazioni, il bene più prezioso. Tutto questo me lo ha spiegato con pazienza uno di loro. Naturalmente lui onesto, solo lui. Ho saputo tutto questo, ma non mi sono arrabbiato. La realtà, dolorosa nella sua crudezza, è che i poveri non sono buoni – non tutti – come non lo è spesso anche chi povero non è.

Il mondo in fondo è strutturato allo stesso modo ai suoi diversi livelli. Questo è il nostro modello economico: veniamo venduti e derubati continuamente, dalle nostre banche, dai social, dalle aziende che ci forniscono i servizi più essenziali. Amministratori delegati studiano indefessi nuovi metodi di inganno o manipolazione dei loro clienti a beneficio dei propri bonus di fine anno, certi della propria impunità. Fallimenti pilotati e speculazioni finanziarie legali nel silenzio dell’opinione pubblica, dei giornali, dei politici pesano sulle spalle delle famiglie, ma non c’è rabbia contro questi ladri in giacca e cravatta e li ascoltiamo in televisione come maestri, li ammiriamo come esempi. Si aiutano tra loro, questi ladri eleganti, si passano le informazioni su di noi per blandirci meglio, truffarci o derubarci. Sono ben conosciuti da tutti, ma nessuno li ferma. L’informazione è il loro bene più prezioso. È quanto mi è stato spiegato. Alla fin fine è lo stesso mondo della strada, ma vissuto negli uffici eleganti del centro.

Sono stato venduto, ma non è la prima volta. Ci sono rimasto male, ma non mi sono arrabbiato. I ricchi ladri rispettati da tutti, sì, mi tentano di più alla rabbia, non so perché. Se i ladri in cashmere sono però irraggiungibili, a queste piccole e tristi figure che mi vengono a spiare con la scusa del cibo e del vestiario forse posso ancora mostrare altri modi di vivere. Ci posso tentare, perché mi intristisce il pensiero che, derubandomi di pochi euro, mi tolgano la possibilità di aiutarli a trovare una via di uscita dalla loro vita infelice. Sono ingenuo, sicuro, ma chi come me l’ha sempre avuta una famiglia, che ne sa della loro vita?

Devo andare a lezione, imparare da loro, senza negare, a chi ne ha tanto bisogno, quel perdono di cui ho fatto io tante volte bisogno, quella luce che io ho ricevuto da tante persone buone senza alcun mio merito.

Mi hanno tolto dei soldi, in fondo, ma non me stesso. Continuerò a voler loro bene, ad accoglierli – con qualche lucchetto in più. È la mia vendetta: che non possano dire che mi derubano perché ho loro negato aiuto. Non abbiano scuse. Quelli in giacca e cravatta non li posso raggiungere; questi piccoli delinquenti – con l’aiuto di Dio e di qualche persona buona – forse ancora sì, perché almeno qui intorno ci sia una vita un po’ più serena. Qualcuno cercherà ancora di derubarmi, e potrebbe riuscirci, ma se mi arrendessi farei di me il ladro peggiore: toglierei, a me e a chi mi circonda, la speranza di una vita diversa. E allora continuiamo: chi se la sente di darmi una mano?

don Domenico Vitulli, parroco a S. Tommaso d’Aquino


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