Mostra fotografica di Robert Doisneau al Palazzo delle Esposizioni a Roma

In “Parigi in libertà” le immagini della decadenza della Ville lumière del celebre fotografo
di Francesco Sirleto - 2 Ottobre 2012

Molte sono state le occasioni, rapsodiche e frammentarie, che nel corso della mia ormai lunga esistenza mi hanno posto di fronte a fotografie e immagini scattate da Robert Doisneau, celebre fotografo francese – amico e collaboratore di Henri Cartier-Bresson – di cui ricorre quest’anno il centenario dalla nascita.

Mai, però, mi era capitato di visitare una sua mostra che, in maniera organica, raccogliesse una parte consistente e omogenea della sua lunga ricerca artistica, iniziata all’alba degli anni Trenta e conclusa, con la sua morte, nel 1995. Per fortuna la mostra dal titolo “Paris en liberté”, apertasi sabato 29 settembre 2012 al Palazzo delle Esposizioni in Roma, è intervenuta a riempire un vuoto che rischiava, ahimè, di rimanere tale per sempre, precludendomi la conoscenza più approfondita di un artista (perché tale deve essere definito Doisneau) tra i più significativi del Novecento.

Si tratta di più di 200 immagini dedicate alla città nella quale l’artista visse quasi l’intera sua vita; la maggior parte di esse coprono un periodo che va dal 1944 (anno della liberazione della capitale francese) a tutti gli anni Cinquanta. Sono, queste immagini, le più pregevoli sotto il profilo artistico e le più interessanti sul piano della conoscenza storica.

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La fotografia è, infatti, un tipo di arte nella quale risulta fondamentale il riferimento alla realtà, tanto spaziale che, soprattutto, storica, essendo personaggi ed ambienti ritratti prodotti e dotati di “senso” dai mutevoli e a volte imprevedibili eventi storico-temporali. Non è un caso, pertanto, che il periodo sopra citato sia quello in cui più rilevante risulti il materiale offerto all’obbiettivo della macchina fotografica di Doisneau: dai celeberrimi baci rubati nelle strade cittadine o in prossimità di monumenti, alle immagini di interni molto modesti (case di quartieri popolari, bistrots, cortili, scuole, locali malfamati e persino bordelli) e a volti ripresi in momenti di riflessione interiore, intenti ad attività artigianali o al disbrigo di faccende domestiche, volti di persone di qualunque età, bambini, giovani, ragazze, persone mature ed anziane o molto anziane; la Parigi popolare, dunque, anche se non mancano personaggi noti o addirittura celebri in quel tempo: da Juliette Greco a Jacques Prévert, da Christian Dior a Coco Chanel, da Gaultier a Saint-Laurent, da Simone De Beauvoir a Georges Simenon, ecc.

L’insieme delle fotografie, tutte rigorosamente in bianco e nero, è caratterizzato da un tono omogeneo, qualcosa che fa pensare alla decadenza o, addirittura, al disfacimento di una città che, dopo essere stata la capitale della “Belle époque” fino al 1914, e dopo aver conservato un incontestabile primato culturale ed artistico negli anni Venti e Trenta (dadaismo, surrealismo, la “generazione perduta” dei giovani scrittori americani descritta da Hemingway e da Scott Fitzgerald, il cinema di Renoir e Luis Bunuel, l’esperienza del Fronte popolare, e tant’altro ancora), si ritrovò, dopo la Liberazione, a riflettere amaramente su se stessa, sui famigerati quattro lunghi anni dell’occupazione nazista, sui tanti episodi di collaborazionismo di cui avevano dato prova moltissimi parigini, sulla caccia agli ebrei che li aveva visti o indifferenti o addirittura partecipi.

Ad accentuare l’amarezza e il ripiegamento sugli anni dell’occupazione nazista, anche il drammatico e inglorioso disfacimento dell’impero coloniale, con le sconfitte prima in Indocina (1954) e poi in Algeria (1954-1962). Una città che non poteva, certamente, andare orgogliosa del suo atteggiamento durante la guerra (si raffronti invece il fiero ed eroico comportamento dei londinesi sotto i sanguinosi bombardamenti condotti dalla Luftwaffe) né della perdita del titolo di Capitale dell’impero coloniale.

Una città, infine, che poteva trovare la sua cifra culturale soltanto nella filosofia e nel clima prodotti dall’esistenzialismo di Sartre e di Camus, la cui riflessione trascorre dall’esperienza dello scacco al nulla, dalla rivolta priva di senso dell’uomo comune alla nausea. E’ tutto ciò che influisce profondamente sull’arte fotografica di Robert Doisneau: un’arte che non ha alcunché di lirico, che non vuole esprimere sentimenti individuali, ma, al contrario, il collettivo senso di vuoto, di impotenza, di decadenza abbattutosi su un’intera popolazione formata da alcuni milioni di individui. 


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