No a rassegnazione ed apatia

Riflessioni sul dopo terremoto e non solo
di Vincenzo Luciani - 17 Aprile 2009

Tra pochi giorni, con tutta probabilità, si parlerà molto meno dei temi del terremoto che pure ci hanno avvinti nei giorni scorsi.
Rispetto ad essi oltre ad auspicare e a praticare solidarietà concreta con le vittime del sisma, deve rimanere viva la rivendicazione che sia garantita la sicurezza dei cittadini.
Come?
1) Attuando le leggi che esistono, senza tollerare proroghe alla loro entrata in vigore solo perché costerebbe troppo. Troppo? Certo non più di quanto gli italiani sono chiamati a corrispondere a ogni disastro naturale, in assenza di prevenzione e manutenzione.
2) Intensificando i controlli sul patrimonio edilizio a partire da quello cosiddetto strategico (ospedali, prefetture, ecc.), senza trascurare gli edifici scolastici di ogni ordine e grado, invitando alla partecipazione i cittadini, senza chiedere deleghe che hanno il sapore dell’abdicazione alle proprie responsabilità.

La sicurezza si fa quartiere per quartiere, edificio per edificio (che fine ha fatto il certificato del fabbricato che tenne banco finché fu viva l’emozione provocata dal disastro in via di Vigna Jacopini?). 
E’ noto che il patrimonio di Roma per la sua gran parte ha una vetustà grandemente a rischio. Ma non abbiamo sentito ancora proposte serie al riguardo. Più che di risanamento (e se è il caso abbattimento) sentiamo parlare di nuove case, e di ampliamenti da tirare su in fretta (non negando i controlli ma, ipocritamente, depotenziando gli enti a ciò preposti e concedendo loro tempi risibili per esercitarli).

Un interrogativo inquietante: con quali materiali è stato costruito nella nostra città il patrimonio edilizio dell’immediato dopoguerra? Con quali lo è stato quello della speculazione del Sacco di Roma? Con quali materiali è stato realizzato il patrimonio di questi ultimi vent’anni? E perché questi interrogativi non ce li poniamo seriamente adesso e non se li pone chi ci governa?

Mi disse anni fa un avveduto amministratore: ma tu lo voteresti un candidato che propone di rifare le fogne oppure le caditoie della tua città, oppure la manutenzione degli edifici pubblici, delle scuole e degli ospedali (e che ospedali abbiamo a Roma?).

In questi giorni di lutto e di tristezza nazionale ci è stato chiesto ripetutamente di essere generosi, di dare, in diretta TV, un euro, due euro per i terremotati d’Abruzzo. E noi l’abbiamo fatto. Ma perché non ci si chiede con la stessa insistenza di dare un euro, due euro di attenzione a problemi vitali come quelli della sicurezza delle nostre case, delle nostre città?
Forse perché significherebbe partecipare, essere protagonisti per davvero e contribuire alla soluzione di problemi rispetto alla quale siamo viceversa indotti a pensare che ci sia qualcuno, terrestre o celeste, non importa, che lo faccia al posto nostro?
Perché rimaniamo così apatici e rassegnati rispetto alla mancata soluzione dei problemi sia di quelli grandi che di quelli più alla nostra portata? Perché ci riduciamo ad essere spettatori più che protagonisti del nostro avvenire, attraverso uno sforzo che non si esaurisca nello spazio di dieci, quindici giorni che dedichiamo, da teledipendenti, a questa o a quell’altra emergenza dai requisiti massmediologici?
Vi ricordate ancora delle ultime emergenze? Vi ricordate ancora di Eluana Englaro e della necessità di intervenire per decreto su temi che richiedono riflessione e ponderazione piuttosto che scatenamento di contrapposte emozioni?
Vi ricordate del piano casa e di come lo si voleva attuare poche settimane fa?

Meditiamo ed agiamo, uscendo dall’apatia e dalla rassegnazione, senza concedere deleghe illusorie rispetto alla soluzione dei problemi che ci riguardano.

Bertolaso: uniti e veloci, così si rinasce

“(…) Ce lo ha ricordato il Presidente della Repubblica, lo voglio ricordare ora: è doversoso che il nostro Paese sia chiamato, o si senta chiamato ad un comune e condiviso esame di coscienza sugli errori commessi dal Dopoguerra ad oggi.
Questa Italia non merita di vivere in situazioni a rischio, in costruzioni insicure e incontrollate che
deturpano il territorio e minacciano le persone.
è una violenza contro cui il Paese si deve
mobilitare, è la nuova emergenza a cui saremo
chiamati quando metteremo fine a quella attuale.”
(da Il Messaggero, 15 aprile 2009)

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