

Alla fine del 2024, Regina Coeli contava 1.051 detenuti per una capienza effettiva di 566 posti. Al 30 giugno 2025, i detenuti sono diventati 1.092
Nelle celle delle carceri romane si consuma ogni giorno un’emergenza silenziosa. Non solo mancano letti, spazio, personale e cure: manca, soprattutto, dignità.
È quanto emerge con forza dalla relazione presentata all’Assemblea Capitolina da Valentina Calderone, Garante delle persone private della libertà del Comune di Roma. Una sintesi cruda e senza filtri che anticipa il report completo atteso il 28 luglio nella sala “Laudato Sì”.
Nel 2024, solo a Roma, sono stati registrati 1.824 eventi critici dietro le sbarre: episodi di autolesionismo, tentati suicidi, aggressioni tra detenuti e contro il personale penitenziario.
Quattro persone si sono tolte la vita: tre a Regina Coeli, una a Rebibbia Nuovo Complesso. E nei primi sei mesi del 2025, altri due suicidi: ancora uno a Regina Coeli, l’altro a Rebibbia Reclusione.
“La maggior parte dei suicidi a Regina Coeli – ha sottolineato Calderone – è avvenuta nella VII sezione”, una zona “a regime chiuso” dove, pur essendo destinata ai nuovi giunti, vengono spesso trasferiti detenuti con fragilità psichiche, patologie complesse o restrizioni particolari. Un luogo che, invece di accogliere, isola.
I dati parlano chiaro: la popolazione carceraria supera ogni limite, ogni logica, ogni umanità. Alla fine del 2024, Regina Coeli contava 1.051 detenuti per una capienza effettiva di 566 posti. Al 30 giugno 2025, i detenuti sono diventati 1.092. Praticamente il doppio del limite consentito.
Situazione analoga a Rebibbia Nuovo Complesso: la capienza regolamentare è di 1.170, ma i posti realmente disponibili sono 1.057. Eppure, al 30 giugno 2025, erano presenti 1.571 detenuti. Il reparto “reclusione”, pensato per 445 persone, ne ospita 281 ma con solo 317 posti realmente utilizzabili.
Unica eccezione sembra essere la “Terza casa”, con un andamento inverso: solo 72 persone detenute su 132 posti disponibili al 30 giugno 2025. Ma è una goccia nel mare.
A Rebibbia femminile la situazione non è meno allarmante. La struttura può ospitare 265 detenute (su 272 posti regolamentari), ma al 31 dicembre 2024 erano 378. Sei mesi dopo, 369. Numeri fuori controllo che spingono oltre il limite anche le operatrici, le educatrici e tutte le figure professionali costrette a lavorare in condizioni di estremo disagio.
“Non possiamo parlare solo di numeri – ha detto Calderone – ma di vite, di storie, di esseri umani”. La situazione attuale è la spia di un sistema che ha smesso di funzionare, dove la pena non rieduca ma annienta. Dove la mancanza di spazi si traduce in isolamento, e la fragilità psicologica viene trattata con la solitudine anziché con la cura.
È urgente – e non più rinviabile – ripensare il sistema carcerario. A partire dal sovraffollamento, dalla salute mentale, dal personale penitenziario sotto pressione e da una giustizia che rischia di farsi cieca non per equità, ma per abbandono.
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