

La donna, 28 anni, era nata a Omsk in Russia, e viveva tra Malta e l’Italia
Una madre russa, davanti allo schermo, ha riconosciuto quel piede tatuato. “È mia figlia”, ha detto, con la voce spezzata.
Così, dopo giorni di mistero e attesa, ha finalmente un nome la donna trovata senza vita a Villa Pamphili: si chiamava Anastasia Trofimova, aveva 28 anni, era originaria di Omsk e viveva tra Malta e l’Italia. Con lei, in quella stessa tragica scena, anche la sua bambina: Andromeda, uccisa appena una settimana prima del suo primo compleanno.
Una storia dai contorni oscuri e profondamente dolorosi, fatta di viaggi, sogni infranti e un finale che scuote la Capitale. L’identificazione è arrivata grazie a una segnalazione partita dal programma “Chi l’ha visto?”, che ha raccolto il racconto straziante della madre di Anastasia.
“Era partita per studiare inglese a Malta – ha raccontato – e lì aveva conosciuto quell’uomo, Rexal Ford, che si faceva chiamare anche Francis Kaufmann. Diceva di voler costruire una famiglia con lei. Mi fidavo…”.
Ma qualcosa, evidentemente, si era incrinato. In una mail del 2 giugno, Anastasia confessava alla madre che c’erano problemi col compagno, ma stava cercando di sistemare tutto. Poi, il silenzio.
L’ultima videochiamata risale al 27 maggio. Dopo quella data, solo una manciata di foto: lui, l’uomo, con la bambina in braccio. E poi nulla. Fino al drammatico ritrovamento nel parco romano, dodici giorni fa.
Le indagini, coordinate dalla procura di Roma con il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, hanno confermato l’identità di Anastasia grazie a un passaporto usato per entrare a Malta nel 2023 e alla comparazione delle impronte.
Le autorità sospettano che la relazione tra lei e Kaufmann – il principale indiziato – sia nata proprio sull’isola, dove lui si trovava già da più di un anno.
Il dettaglio della bambina, registrata come Andromeda Ford all’ambasciata americana a Malta e poi ribattezzata Lucia, racconta di un tentativo di ricostruzione familiare che, però, si è trasformato in tragedia.
Il piede tatuato, quel piccolo segno indelebile, è diventato il simbolo di un’identità finalmente ritrovata. Ma la verità su ciò che è accaduto in quelle ultime ore resta, ancora, tutta da scrivere.
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