Pasqua e Pasquetta d’altri tempi. Fra senso religioso e spirito festaiolo

Dopo la domenica delle Palme ci si preparava alla Santa Pasqua. Le case venivano rivoltate sottosopra, i materassi di lana sventrati e rifatti in mezzo al polverone pruriginoso, le tende stese ad asciugare, pentole e stoviglie rilucenti al sole, mura rinfrescate e infissi riverniciati. E si arrivava alla Settimana Santa. Si portavano in chiesa le ciotole con i germogli di grano, lenticchie e ceci per i Santi Sepolcri, una specie di veglia che durava tre giorni, con le campane che venivano legate e poi sciolte il Sabato Santo; mentre il Venerdì Santo si partecipava alla Via Crucis, quattordici stazioni dolorose e la quindicesima in cui si contempla con gaudio la Resurrezione di Gesù. Tutto era santo in quella settimana, e quando il Giovedì Santo finiva la Quaresima e iniziava il Triduo, tutti i forni della zona entravano in funzione, profumando l’aria di sarmenti bruciati e di vaniglia, con il via vai delle donne che si faceva frenetico mentre infornavano e sfornavano teglie.

Quando arrivava il prete per la benedizione della casa, tutto doveva essere lindo e ordinato, anche i bambini dovevano farsi trovare composti e ben vestiti; nell’attesa, che poteva durare giorni, era vietato giocare sulla strada per non sporcarsi e si rimaneva sul cancello ad aspettare il prete, pronti a dare l’annuncio. Il prete era sempre accompagnato da un paio di chierichetti, che dopo la benedizione raccoglievano le offerte in una cesta, dove si mescolavano soldi e uova fresche, dolci e liquori fatti in casa. La benedizione durava tutto l’anno, come i rametti d’ulivo benedetto che venivano appesi a capoletto e su tutte le porte insieme a qualche immaginetta sacra.

Poi arrivava la domenica di Pasqua. E si andava tutti alla santa messa, fra rintocchi di campane e profumo di rose e viole. All’Eucarestia si formava la fila per ricevere il corpo risorto del Signore, ed io che non avevo ancora fatto la Prima Comunione mi sentivo struggere dal desiderio di partecipare alla mensa. Mi confortavo pensando alla ricca colazione che ci aspettava al rientro a casa, mentre già si preparava il pranzo speciale.

Quel giorno si rimettevano in pari il digiuno e l’astinenza prescritti in tempo quaresimale e si dava fondo alle più succulente libagioni con il massimo gusto, sapendo di aver rispettato in precedenza, più o meno severamente, obblighi e divieti  imposti dalla religione e dalla tradizione.

Un riposino sotto il pergolato, fra chiacchiere allegre e silenzi meditativi, e si ripartiva a passo lento verso la chiesa per la funzione serale. La santa giornata si chiudeva con una cenetta leggera che si protraeva fino a totale pulizia di tegami teglie e padelle fra sospiri di soddisfazione e languidi sbadigli e sempre un pensiero rivolto al senso profondo della festività.

Il Lunedì dell’Angelo, era l’apoteosi. Nel giorno di Pasquetta si partiva presto diretti al più vicino santuario – noi della borgata Folgarella sempre al Divino Amore passando per Fioranello – a piedi, scalzi o calzati, in bicicletta, con i camion e i furgoncini, carichi di vettovaglie e di una religiosità incontenibile che si esprimeva con i canti, preghiere e invocazioni urlate “Madonna mia, grazia!”.

Il polverone si alzava nella spianata chiudendo in un sipario giallo la rappresentazione di una salda fede popolare, non disgiunta da un sano spirito festaiolo.

Sbrigate le faccende dell’anima, si pensava alle richieste del corpo.

E via tutti a rotolarsi nella campagna brulla pullulante di greggi, mentre si allestiva la colazione al sacco su cui tutti si buttavano come cavallette. Era appena passata la guerra, la devozione per il cibo era pari a quella riservata alle cose sacre.

(da A Capo scoperto, Edizioni Controluce, Marzo 2018

 

Maria Lanciotti

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento