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Per Gaza , per la pace

Il 90% degli edifici residenziali bombardati, 94% degli ospedali distrutti o inagibili, il 97 % delle scuole non esiste più

Centina di migliaia di Palestinesi, approfittando della tregua, stanno tornando a Gaza. La città è praticamente distrutta. Il 90% degli edifici residenziali bombardati, 94% degli ospedali distrutti o inagibili, il 97 % delle scuole non esiste più.

Al di là delle percentuali, regna la distruzione: dove prima si coltivavano frutta, olive , ortaggi, pollami tanto quanto bastava per soddisfare i bisogni alimentari dei gazawi, ora solo un 1,5 % di terreni può essere coltivato.

Munizioni ed esplosivi hanno rilasciato metalli pesanti (piombo, mercurio, cadmio),  sostanze chimiche tossiche (fosforo bianco),  detriti contaminati  che hanno reso sterili per gli anni futuri le terre agricole.

Il collasso delle acque reflue, le infiltrazioni di liquami, la pratica dell’esercito israeliano di inondare i tunnel di Hamas con acqua di mare, hanno reso le falde idriche inutilizzabili; e se prima la popolazione poteva contare su 85 litri di acqua pro capite (il minimo vitale) ora la disponibilità è ridotta a 5,7 litri.

In questa precarietà il popolo palestinese spera di riprendere almeno la sopravvivenza, sempre che la tregua, fin troppo fragile sottoposta a innumerevoli variabili, si trasformi in una pace duratura. Certo non possiamo confidare nel folle e vanesio Trump né in quanti, come la presidente Meloni, sono proni alla sua corte.

La tregua, spacciata per pace, non può essere intestata a loro che hanno sostenuto, con le parole e con le armi, il genocidio del criminale Netanyahu e nulla hanno fatto per ostacolare la carestia che ha affamato e assetato, fino alla morte, tanti palestinesi e tanti bambini.

Il merito, sia chiaro, va alla imponente, straordinaria mobilitazione che con scioperi generali, manifestazioni e occupazioni ha rappresentato al mondo intero l’indignazione etica e morale. La Global Sumud Flotilla ha poi contribuito a trasformare le emozioni e la rabbia sedimentate in percorsi civili e politici.

Un’attenzione e una mobilitazione che non vuole abbassare la guardia e sollecita che la tregua si trasformi nel diritto allo stato della Palestina, alla terra, all’ autodeterminazione del popolo. Per mantenere alta la mobilitazione e in attesa degli sviluppi della situazione nei quartieri di Roma, già sede degli scioperi e manifestazioni nazionali, si è dunque ricominciato a promuovere incontri assemblee iniziative.

In Tiburtina, IV Municipio, da subito si è voluto verificare che l’attenzione sulla Palestina non fosse offuscata da quella pace tanto propagandata, quanto falsa. Su proposta della Comunità palestinese, della CGIL (camera del lavoro tiburtina- Roma est), dell’ANPI Pietralata Tiburtino e del Coordinamento No armi IV Municipio, è stato proposto un corteo lo scorso venerdì 17.

All’iniziativa hanno aderito e partecipato realtà sociali e sindacali: la Brigata volontaria della Protezione Civile, il sindacato Cobas, la comunità del Bangladesh, V Zona, Assoc. DiversaMente-Scup, la rete degli studenti medi. Superando le diversità nell’interesse della Palestina e della pace, è stato significativo il contributo delle forze politiche (PD,M5S, PRC, SI, Roma futura, Sinistra civica ecologista).

Il corteo, molto partecipato, ha registrato alla fine del corteo molti e autorevoli interventi; durante il percorso, attraverso i quartieri popolari della Tiburtina, sono stati scanditi slogan per la fine del genocidio, per la Palestina libera, per la pace; particolarmente apprezzati quelli semplici ma genuini scanditi dai bambini che con voci cristalline incitavano al “free free palestine”.

Un grido che ci accompagna da anni e che speriamo, nell’interesse del popolo e della pace, di abbandonare presto: dipenderà da quanto la mobilitazione popolare saprà condizionare le logiche di potere, le scelte sbagliate e pericolose del riarmo, la propaganda guerrafondaia. La piazza e non il Palazzo siano la coscienza della Palestina.

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