Per “Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle”

Un interessante capitolo del libro di Maria Pia Santangeli dedicato al lavoro dei bambini in un tempo che è bene non dimenticare

CRESPIGNA-1Compie vent’anni il libro, un piccolo capolavoro di storie locali, di Maria Pia Santangeli Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle, Lerel ( Libreria editrice Roma e Lazio, poi Edilazio), Roma, 1994. Prima ristampa Edilazio 2003.
Ci è perciò particolarmente gradito riproporne un interessante capitolo che ci porta verso anni molto duri, dei quali è bene non perdere la memoria.

Maria Pia Santangeli, toscana di nascita, vive da quarant’anni a Rocca di Papa, nei Castelli Romani. Ha pubblicato Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle e Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani, entrambi editi da Edilazio, e due libri per ragazzi: le quattro fiabe de Il Principe degli specchi (Sovera, 2000) e il breve romanzo ecologico Arbìn bambino albero (Ragazzi Editors, 2008), tutti e due lungamente citati in due tesi di Laurea sulla Letteratura per l’infanzia (Università di Roma Tor Vergata e Roma Tre). Nel 2012 ancora per Edilet, Roma, ha pubblicato Streghe, spiriti e folletti. Nel 1996 ha fondato a Rocca di Papa l’Associazione culturale L’Osservatorio. Sempre a Rocca di Papa ha ideato e organizzato per tre anni una notte di cultura denominata La notte verde. Collabora a giornali e riviste locali.

Il lavoro dei bambini

Bambini e ragazzi naturalmente giocavano; e per la strada perché le case erano piccole e le cucine, dai grandi camini, ingombre di utensili domestici e di sacchi di provviste, legumi, patate, farina di granturco… Ma nell’infanzia cominciavano anche a lavorare per guadagnarsi in parte il pane che mangiavano.
Se i padri erano artigiani, i figli quasi spontaneamente entravano in bottega, acquistando familiarità con gli attrezzi e i materiali e apprendendo in età scolare i primi rudimenti del mestiere. Se la famiglia viveva del lavoro dei campi, andavano nelle vigne, volentieri, perché si sentivano, se pur inconsapevolmente, uniti ai familiari, nella generale lotta per la sopravvivenza. (“…Lasciammo ‘e cartelle a casa e jammo curenno a ‘la vigna…”).
In campagna lavori non troppo faticosi che potevano eseguire anche i bambini, sia maschi che femmine, ce n’erano molti.
In inverno raccoglievano i sarmenti – erano utili per accendere il fuoco; non si sprecava niente – e via via, seguendo i mutamenti delle stagioni, mettevano a dimora i fagioli, spesso con un po’ di cenere, o altre sementi in buchette preventivamente aperte dai genitori; zappettavano, strappavano erbacce; ascoltavano e imparavano norme generali e accorgimenti; tra l’altro che la terra non si lavora se è calla-fredda, cioè rinfrescata da una pioggia superficiale, né quando col gelo si formano nel terreno ‘e zanne d’e vecchie, specie di ghiaccioli.
(“…Da bambina papà me ‘mparava pure la qualità dell’uva. Mi diceva: “Vedi questa è bomminu, questa è bbellu, è uva nera, questa è cacchione…” Me ‘mparava tutte le cose…”).
Al momento opportuno aiutavano a cogliere ortaggi, frutta, fagioli. Il giorno che si cavavano le patate, c’era da ripulirle della terra e metterle nei sacchi e quando il granturco era maturo, bambini e ragazzi partecipavano a stotàrane (la scartocciatura e la sgranatura), quasi una festa – si svolgeva nelle cantine, in paese – in cui si cantava, si raccontavano aneddoti. (“…vié a stotaràne…! Vié che te pìi i tòtari frèschi”! Se bruschéanu su ‘a ‘racia”, …la brace, 1935).
La vendemmia prendeva vari giorni; seguivano la raccolta delle castagne e delle olive.
In famiglia alle bambine erano riservate poi varie piccole incombenze fra cui, inevitabile, quella di sventolare davanti al fornello alimentato col carbone o davanti al fuoco. “Va a sventulà, sinnò se smorza!” era l’eterno ritornello delle madri.
Per sventolare si usava una ventola di penne di gallina o di tacchino, che si comprava già pronta, ma nuova durava poco: bastava una piccola distrazione per sentire nelle fumose cucine di allora un acre odore di penne bruciate.
Inoltre le bimbe seguivano la madre che andava nel bosco a raccogliere la legna, ne componevano un fascetto adatto alla loro corporatura e lo riportavano a casa.
Al lavatoio le ragazzette cominciavano ad andare verso i dieci anni, ma più per un giocoso apprendistato che per un lavoro vero e proprio. Le madri avrebbero voluto risparmiarle e sospiravano: “Non te mancaràu guai de fàllu!” (Ne dovrai fare anche troppo di lavoro!), ma loro, liete di anticipare l’età adulta, prendevano una bagnaroletta di metallo, pochi panni e gli avanzi dei pezzi di sapone, ‘e scorze, perché i pezzi interi sarebbero scivolati dalle loro mani, e si avviavano in gruppo, cantando.
Nelle ore di libertà spesso ai bambini venivano affidate “ambasciate” da riferire a parenti o a amici ed erano incaricati di spesucce, sale, sapone, candele, fiammiferi, il sigaro del nonno nelle rare botteghe. Se in famiglia i soldi mancavano, ci si ingegnava col baratto: fagioli in cambio di una pagnotta, due uova per il sale, cruschello per le sigarette… (“Se avevi i fagioli, non avevi il condimento. L’olio se prendeva a mesurelle e mamma ce dicèa: “Fatt’a scolà bbè… Fatt’a scolà bbè…”).
(Le donne facevano la spesa dopo la prima messa e mettevano tutto in un grosso fazzoletto di cotone a quadri di colori vivaci, ‘u fazzolettu’. Le più anziane misuravano ancora la stoffa a canne).

Maria Pia Santangeli

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