

E che dire l'uso dell'avverbio "piuttosto", non già con estensione di significato, ma addirittura nel suo significato contrario?
Studiando l’evoluzione delle lingue, si ragiona in termini di secoli seguendo, dalle più antiche iscrizioni, le successive attestazioni letterarie di un vocabolo. Tuttavia molte teorie espresse in tale campo, oggi diventano di colpo non infondate, bensì obsolete.
Accade infatti che l’alunno Matteo Trovò, della terza elementare Marchesi di Copparo (Ferrara), trovandosi in un compito a dover attribuire degli aggettivi ad alcuni sostantivi, abbia per il fiore inventato l’aggettivo “petaloso”. La maestra, Margherita Aurora, lo definisce non corretto, ma bello, quindi pensa di sottoporre il neologismo all’Accademia della Crusca. Già soltanto questa, potrebbe essere la notizia: la maestra conosce l’esistenza e la funzione dell’Accademia che, per l’aria che tira, potrebbe essere una oscura congrega di dotti carbonari che cospirano contro gli imperanti barbarismi, per la redenzione della nostra lingua. In questa circostanza, i latini avrebbero commentato: “sunt saepe nomina …”, giacché l’inventore si chiama Trovò, e la maestra Margherita. Comunque, dopo tre settimane, l’Accademia risponde che la parola è ben formata, e il suffisso “-oso” è tra i più ricorrenti nella nostra lingua. Quindi: giusta e comprensibile. Tuttavia, perché una parola possa entrare nel vocabolario, è necessario che molte persone la conoscano, la capiscano, e la usino. Immediatamente, il 24 febbraio 2016, il telegiornale dà risalto alla graziosa vicenda, che il giorno dopo è su tutti i giornali, quindi sulle bocche di tutti, e rimbalza sui social network, dove s’apre una campagna a suon di click per sostenere l’invenzione del bambino. Per gli specialisti di storia della lingua, era inimmaginabile che ci si potesse svegliare una mattina, e trovare milioni di persone che improvvisamente conoscono e usano una parola nuova.
Ma nuova veramente? In casi del genere, e con i moderni mezzi di comunicazione, oltre all’entusiasmo di molti si scatenano anche gli “avvocati del diavolo”. Cosicché qualcuno scopre che l’aggettivo petaloso fu già usato in un libro di botanica del 1693, da un farmacista inglese che, di riconosciuta perizia botanica, fu biasimato per l’uso improprio di termini latini e italiani. E ancora, fu usato nel 1991 in un articolo sul Festival della Canzone di Sanremo. Ma nessuna delle due attestazioni fece tanto clamore. In questo caso, invece, gli elementi per il successo del vocabolo ci sono tutti: il servizio al telegiornale, quindi l’alunno intervistato che, commosso, riscuote simpatia dicendosi in ansia a causa delle tante persone sconosciute della troupe televisiva. Poi i giornali, e la rete internet. Intanto il padre dell’alunno, dopo alcuni giorni, si reca alla Camera di Commercio per brevettare l’invenzione del figlio. E scopre che, in poche ore, già in tre hanno registrato quello stesso brevetto. In questi casi ogni documentazione è nulla: conta soltanto la precedenza nella registrazione. A cosa può servire il brevetto? Certamente, a riscuotere i diritti sull’uso commerciale della parola la quale però, se sta nel vocabolario, è ovviamente di diritto pubblico. Insomma, un gran da fare per i giuristi. D’altro canto, ai neologismi suffissati in -oso puntano molto gli slogan pubblicitari di diversi prodotti, dall’automobile comodosa al biscotto inzupposo. C’è però da dire – altra buona notizia – che nelle intenzioni paterne, la monetizzazione del brevetto era destinata ad opere benefiche.
Ma la storia della nuova parola continua: nel giro di poche ore (gli storici della lingua non hanno mai avuto occasione di parlare di ore) il Presidente del Consiglio, Renzi, usa l’aggettivo “petaloso” per qualificare positivamente un progetto governativo. E’ un fenomeno questo, l’estensione del significato, che in genere richiede anni, o secoli. Ed è il primo passo verso l’uso scorretto di un vocabolo, cosa che accade nelle ore immediatamente successive, tanto che petaloso diventa sinonimo di una infinità di aggettivi. Anzi, proprio per la sua essenza semplice, e la suffissazione elementare, tra l’altro una delle più comuni nel parlare popolare, è facile la sua immediata adozione nel linguaggio familiare, gergale, e alla fine dialettale. Si trova subito al fianco del romanesco gajardo, che è non esattamente l’italiano gagliardo, o del più generico fico (figo al settentrione), o dell’interregionale cazzuto che, seppur suffissato in -uto, già contiene analogie con petaloso. E prima o poi si perderà ogni traccia storica, logica, semantica, dei fiori e dei petali. Cosicché nel prossimo secolo, sui vocabolari, la voce petaloso potrebbe essere seguita dalla dicitura “etimologia incerta”.
E qui apriamo una parentesi dolente, perché la ministra dell’Istruzione, complimentandosi col piccolo Matteo, afferma che “la lingua è creatività e luogo di libertà”. Con questa ratifica, possiamo presagire la stura a ogni forma di babilonia – comunque già in atto – mentre è indiscutibile che la comunicazione debba contare sulla inequivocabilità. Creatività e libertà possono qualificare la combinazione delle parole, cioè lo stile, ma non il significato delle parole stesse. L’architetto può progettare a suo estro una casa, ma non derogare all’essenza del mattone. Ascoltando e leggendo l’attuale uso della lingua, ci accorgiamo che il rischio non è trascurabile. Passi pure l’uso sfrenato dei derivati in luogo del sostantivo assoluto, come problematica anziché problema, o affettività anziché affetto e via derivando. Quotidianamente i mezzi di comunicazione pullulano di simili perle, e basta sensibilizzarsi all’argomento per trovarsi perennemente in uno stato di disagio nell’ascolto. Si badi bene che stiamo parlando di professionisti abituati da sempre a parlare e scrivere, cioè politici (e passi!), giornalisti, scrittori, docenti. C’è poi l’invenzione di derivati il cui senso è già esistente, come promozionare, pronunciato da un famoso giornalista nel suo programma televisivo, per intendere “fare promozione; favorire”, quando esiste il normalissimo promuovere.
Recentemente dilaga invece l’uso dell’avverbio piuttosto, non già con estensione di significato, ma addirittura nel suo significato contrario. Dire “ho mangiato la minestra piuttosto che la pasta”, che dovrebbe intendere di aver mangiato la prima, ma non la seconda, viene usato per intendere di aver mangiato sia la prima che la seconda. Questo crimine linguistico si diffonde come peste, e quotidianamente miete vittime tra coloro che da sempre hanno comunicato, scritto e parlato, cioè i professionisti di cui dicevamo. Non trattandosi di un neologismo, ci chiediamo quale concetto avessero costoro, fino a ieri, della parola “piuttosto”. Perciò desumiamo che questo virus, prima di arrivare alla lingua, attacchi inizialmente il cervello. Proprio l’Accademia della Crusca è riuscita a identificare l’origine del contagio: pare sia invalso intorno al 1980 tra i giovani della borghesia torinese. Cosicché oggi, volendo comprendere un discorso, dovremmo sapere cosa intende l’oratore, o lo scrittore, per piuttosto. Se si tratta di un sermone politico, non è di vitale importanza capirlo o no. Ma immaginiamo un medico che redige un protocollo terapeutico, e prescrive di somministrare al paziente Aspirina piuttosto che antibiotici. E che dire, in caso di guerra, se il capo delle forze armate ordina di bombardare Topolinia piuttosto che Paperopoli? Il bombardiere, conscio del fatto che gli ordini non si discutono, nel dubbio, non troverà soluzione migliore che darsi ammalato.
Ma torniamo al nostro petaloso. Davvero questo aggettivo colma un vuoto, uno spazio semantico finora rimasto scoperto? Dalla loro sorgente, le parole scendono come rivoli trascinando il proprio significato, che talvolta perdono per strada, perché per attrazione resta impigliato da qualche parte. I rivoli talvolta si prosciugano, altri si dividono, corrono paralleli o divergono, e danno vita ad altri rivoli che non avranno più nulla in comune tra di loro.
Allora indaghiamo la parola latina unguis, che significa uncino, ma in anatomia significa unghia (e già notiamo l’affinità fonica e concettuale tra queste parole), mentre in botanica intende la base del petalo, cioè la parte più succosa (mentre l’intero petalo è folium). “Unghia del petalo” è espressione conosciuta dai fabbricanti di profumi e di aromi alimentari.
Vediamo poi il termine unguentum. La sua parentela diretta con unguis non è attestata, perché ambedue le parole sono di origine prelatina, i loro suoni derivando da radici indeuropee, quindi troppo antiche perché siano presenti in letteratura. Ne restano però tracce nelle lingue di gran parte del mondo antico. E questi due suoni, pur divergendo in origine per minime uscite fonetiche, convergono invece per l’assonanza, la grafia, e viaggiano paralleli nel significato. L’unguento è dunque la sostanza medicamentosa, fatta di grasso animale e unghie di petali, che è l’equivalente del moderno profumo. Tant’è che chi produceva unguenti odoriferi era detto unguentarius, cioè il moderno profumiere. Da qui, già possiamo arguire che ungere (cioè spalmare unguento) non significhi sporcare di grasso, bensì profumare. Il fatto che l’antico profumo fosse miscelato a sostanze grasse, ha portato alla moderna accezione del termine ungere equivalente a ingrassare. Perciò una frase come “ungere l’ingranaggio” sarebbe più corretta nella forma “ungere con olio l’ingranaggio”. Ciò perché il rivolo della parola ha viaggiato nel tempo, e nella parola ungere ha prevalso il significato di ingrassare, mentre ad unguento – che continua a intendersi come sostanza grassa – si affianca la parola profumo, essendo oggi improponibile in profumeria la permanenza di un’idea di grassume. Ma l’ unzione nei tempi antichi – oggi conservata nei riti religiosi – aveva un significato di estrema importanza: si ungevano i sovrani; il Cristo era l’Unto. Mentre nella moderna accezione, il titolo “unto dal Signore” sarebbe poco ravvisabile come una condizione di privilegio, poiché l’idea di sporco va sempre più prevalendo nell’italiano, fino al rafforzativo “unto bisunto” che, su un rivolo parallelo, quello del nostro dialetto velletrano, trova corrispondenza nell’aggettivo “ónto panónto”.
Ma torniamo al tema. Se petaloso intende “munito di petali”, bisogna decidere cosa si intende per petali. In altri termini, quali caratteristiche conferisce, al fiore, la presenza di petali? E’ forse una semplice guarnizione strutturale (come peli > peloso)? Oppure è una apparenza cromatica (analogo a colorato)? O forse indica la possibilità di essere percepito dall’olfatto (e quindi profumato)?
Se il piccolo Matteo intendeva dire che il fiore è munito di petali (i quali, tra l’altro, profumano), allora il suo fiore è munito di ungues (plurale di unguis), cioè “unguibus instructum”. Ma in questo caso la parola già esiste, anche se nella storia ha preso un rivolo diverso, nel campo dell’anatomia e della zoologia. Allora Matteo avrebbe potuto dire che “il fiore è ungulato”, badando a una buona dizione. Ma per fare ciò, avrebbe avuto bisogno di essere assistito da un buon avvocato. Perché detta così, a secco, si sarebbe trovato, senza pietà, ad essere gonfiato di botte perfino dai bidelli.
* Roberto Zaccagnini (Velletri 1953) dal 1981 esercita la professione di “libraro” e cura in proprio le Edizioni Scorpius nelle quali ha proposto numerosi titoli sui diversi aspetti culturali di Velletri. In esse sono state pubblicate le sue opere tra le quali: Il dialetto velletrano (2004), La letteratura velletrana (1997), I giochi di strada (1998), Le tradizioni velletrane (2001), La tradizione della Pasquella(2006), La cucina velletrana (2008) e le raccolte di poesie in velletrano: S.P.Q.V.(1993), Ossi de formica (2000), Fumate de pippa (2000), Novine de cocozza(2005) ed il DVD Vivi, morti e cacamiracoli, di poesie velletrane da lui stesso interpretate.
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