

La lezione del giorno è dedicata a Ugo Foscolo e al suo "Ultime lettere di Jacopo Ortis"
Sotto il di lei coniugal fido tetto, / con tatto ardito rimembrai quel tasto, / e tosto il trergo le tastai con gusto
Oggi la lezione del giorno è dedicata a Ugo Foscolo e al suo “Ultime lettere di Jacopo Ortis“, romanzo epistolare di uno sventurato (sfigato, come volle puntualizzare Carlo Porta nel suo linguaggio strettamente lumbard), tormentato dall’amore per una donna irraggiungibile perché promessa sposa ad un altro.
La terzina che prolude alla nostra breve ricerca storico-letteraria è attribuita a Ugo Foscolo per le troppe coincidenze che ne rivelano un contenuto autobiografico e profetico.
Fu rinvenuta tra le carte di giornali, vecchi ammuffiti e dimenticati, nel ripostiglio della casa di vacanza, mantenuta presso Alfonsine, dove Vincenzo Monti trascorreva con la moglie, Teresa Pikler, qualche settimana, specie nell’autunno.
La sua fantesca raccontò che usava quelle carte, all’epoca ancora in buono stato, per nettarsi le parti intime, in un secolo che doveva ancora inventare i Rotoloni Regina e simili utensili di indispensabile utilizzo. Ma all’epoca quella terzina ricadde nel dimenticatoio come un reperto di scarso interesse.
Di qui la perigliosa ricerca, conclusasi positivamente sulla terzina, oggetto negli anni di accesi, accaniti dibattiti tra i più famosi critici letterari, polemizzanti sull’autore e sull’uso che avrebbe voluto farne.
Ritornata alla luce durante la bonifica dalla zanzara anofele nelle case rurali della Romagna, nel 1850 in seguito alla morte di Anita Garibaldi, colpita dalla malaria, la terzina fu subito sottratta e secretata, nelle mani della critica letteraria ufficialmente accreditata, non permettendo di formularne altre letture di critica storico-letteraria.
Il Croce ne ritenne autore il Foscolo, tramite un esame calligrafico della composizione, datandola al 1798 quando, sempre tirando in ballo la fantesca di casa Monti che aveva affermato, anni prima, di aver visto per pochi giorni il poeta Foscolo, ospite in quel villino.
L’attributo di ermetica invece lo si deve al De Santis, sottolineando che il dramma dell’Ortis porta nomi fittizi, difficilmente attribuibili, tranne quel nome Teresa che tradisce (per il vero scrisse sputtana) il riserbo mantenuto sull’anonimato dei personaggi.
Forse, ipotizzò Luigi Russo che potesse essere lo scarto di un succinto preambolo, azzardato dal Foscolo, per il suo tragico romanzo, in un tempo nel quale la consorte dell’amico (?) Vincenzo non si era decisa ancora a dargliela; quella risposta che Ugo anelava, come più tardi sarebbe accaduto al Rag. Fantozzi con la collega, Sig,na Silvani (Cfr. Paolo Villaggio – Il secondo tragico Fantozzi.)
Mancante di fatto la terzina felicemente e casualmente ritrovata, ed oggi messa a disposizione della critica moderna e democratica che si avvale della Ai, si è potuto confermare come, sine dubio, i tre versi corrispondano alla prolusione dello Jacopo Ortis, comunque mai comparsa in nessuna delle molteplici edizioni stampate nel corso degli anni. Di qui l’interesse, ormai solo di carattere biografico, di quale portato sia stato l’amore prediletto (ma il Baccelli insiste a scrivere solo di letto) del Foscolo per la moglie dell’amico (?) Vincenzo.
E.V. (cfr: lo trovi ancora in internet (per poco), digitando: La Frusta del Menga. Ragadi Letterarie- mensile mestruale – Settembre 2025.)
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