Quarto giorno di sciopero della fame: le voci delle attiviste di Ultima Generazione davanti a Montecitorio

Le tre ragazze portate via di peso dalla piazza: "Il governo italiano non è un osservatore neutrale"

Roma, Piazza Montecitorio. È martedì mattina, le lancette segnano le 11. Tre figure si siedono davanti alla Camera dei Deputati: Alina, Serena e Beatrice.

Tengono in mano cartelli semplici ma inequivocabili: chiedono che il governo Meloni riconosca il genocidio in corso a Gaza e che vengano protette le persone a bordo delle flottiglie dirette verso la Striscia.

Sono al quarto giorno consecutivo di sciopero della fame, iniziato sabato. I corpi si fanno deboli, ma la determinazione resta intatta.

La scena dura pochi minuti: i carabinieri intervengono, le sollevano di peso e le isolano a margine della piazza. Una routine di repressione che non piega la loro scelta nonviolenta.

“Siamo qui in maniera pacifica e veniamo trattate come criminali”, racconta Alina, madre di tre figlie, originaria dell’Aquila. “Ma i veri criminali siedono al governo, permettendo la distruzione di un intero popolo. Non possiamo continuare a commerciare in morte con Israele”.

Le attiviste di Ultima Generazione parlano di un’Italia complice: commerciale, militare, diplomatica. Ricordano che mentre decine di migliaia di persone scendevano in piazza in oltre ottanta città italiane per lo sciopero generale per Gaza, la premier Meloni liquidava gli scontri di Milano come “immagini indegne”, evitando di guardare – sostengono – alle vere immagini indegne: quelle delle navi italiane cariche di armi dirette a Israele.

Non è solo questione di parole. Chiamarlo genocidio, spiegano, ha un peso giuridico enorme: la Convenzione ONU obbliga gli Stati firmatari non solo a non essere complici, ma ad attivarsi per prevenirlo.

La Corte internazionale di Giustizia ha già parlato di “rischio plausibile” di genocidio a Gaza. Eppure, il governo italiano non ha mosso un passo.

Nel frattempo, la Camera ha rinnovato il memorandum di cooperazione militare con Israele. Fratelli d’Italia si è astenuta, la Lega ha votato contro persino a una risoluzione europea di condanna. “Non riconoscere formalmente il genocidio equivale a consolidare la complicità italiana”, accusano le attiviste.

Attorno a questa protesta cresce una mobilitazione più ampia: 53.000 persone hanno aderito al boicottaggio di prodotti e aziende legate al commercio con Israele.

Una forma di resistenza che, spiegano, va oltre gli aiuti umanitari e punta a colpire direttamente gli interessi economici che alimentano l’occupazione.

Il loro messaggio è chiaro: il governo non è un osservatore neutrale. E se i palazzi della politica continuano a guardare altrove, ci sono cittadini disposti a mettere in gioco il proprio corpo – fino allo sciopero della fame – per rompere il silenzio.

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