

A essere utilizzati sono stati piombini sparati da un’arma ad aria compressa
Un’indagine delicata, aperta negli uffici della Procura di Roma, cerca di dare un volto e un movente a un gesto che, per tempi e modalità, appare tutt’altro che improvvisato.
Sul tavolo degli inquirenti finiscono piste che si incrociano: da una parte gli ambienti dell’estremismo radicale online, dall’altra circuiti legati al mondo del softair. Due realtà diverse, ma che in questo caso potrebbero avere punti di contatto.
L’episodio si è consumato durante le celebrazioni del 25 aprile, in un contesto altamente simbolico e partecipato. Le vittime, una coppia di sessantacinquenni, indossavano il fazzoletto tricolore dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, elemento che le avrebbe rese immediatamente riconoscibili come appartenenti al mondo antifascista.
Un dettaglio che, secondo gli investigatori, difficilmente può essere considerato casuale. L’ipotesi prevalente è quella di un gesto con una chiara connotazione politica.
A essere utilizzati sono stati piombini sparati da un’arma ad aria compressa. Non strumenti letali, ma comunque capaci di provocare ferite e, soprattutto, di creare panico in un contesto pubblico. Un elemento che aggrava il quadro e conferma la natura dell’azione.
Le ricerche si concentrano su un giovane visto fuggire a bordo di uno scooter. Indossava una giacca verde in stile militare e un casco integrale che ne ha nascosto completamente il volto. Un’immagine che restituisce quella di un’azione rapida, essenziale, priva di esitazioni.
Chi ha colpito, secondo gli investigatori, potrebbe aver studiato il contesto in anticipo, scegliendo con attenzione il momento e il luogo.

La DIGOS sta lavorando su più fronti. Da un lato, l’analisi delle celle telefoniche agganciate nell’area tra Parco Schuster e via delle Sette Chiese nelle ore dell’aggressione, per individuare eventuali presenze sospette.
Dall’altro, un monitoraggio costante della rete: forum, canali Telegram e spazi digitali frequentati da ambienti estremisti, alla ricerca di eventuali rivendicazioni o messaggi che possano ricondurre all’episodio.
Parallelamente, vengono analizzate le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Non solo quelle del giorno dell’aggressione, ma anche quelle delle ore precedenti. L’obiettivo è verificare se lo scooter o il sospetto siano stati ripresi durante eventuali sopralluoghi tra viale Ostiense e la zona della Garbatella.
Resta aperta la questione più complessa. Gli inquirenti non escludono che dietro l’azione possa esserci un singolo individuo, radicalizzato attraverso la rete e spinto ad agire autonomamente. Il cosiddetto “lupo solitario”.
Ma alcuni elementi – la scelta della ricorrenza, l’individuazione di bersagli simbolici, la conoscenza del contesto – fanno pensare anche a una preparazione più strutturata, o quantomeno a una familiarità con le dinamiche dei cortei cittadini.
L’indagine prosegue in questa zona grigia, dove si intrecciano ideologia, tecnologia e azione sul territorio. E dove ogni dettaglio può fare la differenza tra un episodio isolato e un segnale più ampio, da non sottovalutare.
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