

A rendere ancora più delicato il quadro è il tema del sovraffollamento, denunciato con forza dalle sigle sindacali
Una notte segnata da una doppia emergenza ha scosso l’istituto penitenziario di Rebibbia, trasformando in poche ore una situazione già critica in una vera e propria esplosione di tensione interna.
Tutto è iniziato nel reparto G11, dove un detenuto impiegato in attività lavorative si è tolto la vita all’interno della propria cella.
A nulla sono valsi i tentativi di soccorso messi in atto dal personale della Polizia Penitenziaria, i cosiddetti “baschi azzurri”, intervenuti immediatamente e impegnati in manovre di rianimazione protratte fino all’ultimo. Il decesso è stato constatato poco dopo, lasciando sgomento tra gli agenti e tra gli stessi detenuti.
Quella tragedia, però, ha rappresentato solo il preludio a una serata di fortissima tensione. Intorno alle 21.30, infatti, la situazione è precipitata nella sezione C del piano terra, dove un gruppo di reclusi ha dato vita a una violenta protesta.
Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, i detenuti avrebbero forzato le porte delle celle utilizzando le brande come strumenti di sfondamento, trasformandole di fatto in arieti improvvisati.
Nel corso dei disordini sono stati incendiati materassi e arredi, generando una densa coltre di fumo che ha reso l’aria irrespirabile e complicato ulteriormente le operazioni di contenimento.
Solo il pronto intervento degli agenti ha impedito che la rivolta si estendesse ad altre aree dell’istituto, riuscendo a riportare progressivamente la situazione sotto controllo.
A rendere ancora più delicato il quadro è il tema del sovraffollamento, denunciato con forza dalle sigle sindacali. A fronte di una capienza regolamentare di circa 1.100 posti, l’istituto ospita infatti circa 1.700 detenuti.
Una condizione definita da più parti come insostenibile, aggravata dalla carenza di organico: mancherebbero all’appello circa 200 agenti di Polizia Penitenziaria.
Una pressione costante che si somma alla gestione dei casi più fragili, con una media di circa venti detenuti sottoposti a sorveglianza a vista per rischio suicidario, e che mette a dura prova i turni e la tenuta operativa del personale.
Dal sindacato arriva una netta presa di posizione,“Denunciamo l’indifferenza della gestione istituzionale e l’inerzia del DAP”, dichiara la nota sindacale dell’Osapp, chiedendo interventi urgenti per un istituto che non sembra più in grado di garantire né la rieducazione dei condannati né l’incolumità di chi ci lavora.
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