

A far esplodere la rabbia furono le prime restrizioni anti-Covid, che vietavano le visite dei familiari
È stato uno dei momenti più drammatici della prima ondata Covid in Italia, e oggi – quattro anni dopo – arriva il conto salato della giustizia. Con un verdetto durissimo, il tribunale di Roma ha inflitto più di 100 anni di carcere a 24 detenuti riconosciuti colpevoli della devastante rivolta che il 9 marzo 2020 trasformò il carcere di Rebibbia in un campo di battaglia.
A far esplodere la rabbia furono le prime restrizioni anti-Covid, che vietavano le visite dei familiari. Un divieto che, dietro le sbarre, divenne miccia esplosiva: materassi dati alle fiamme, cassonetti rovesciati, infermerie saccheggiate e perfino la biblioteca del penitenziario incendiata. Fu una giornata lunga e violenta, con un ispettore ferito e le tensioni anche all’esterno, dove i parenti dei detenuti protestavano davanti ai cancelli blindati.
Secondo la ricostruzione della Procura, la rivolta sarebbe stata guidata da M.G e M.S, entrambi ora condannati con le pene più pesanti. Per Schiavi, l’accusa è di rapina aggravata ai danni di un agente, a cui avrebbe sottratto le chiavi delle celle, usandole poi per liberare altri detenuti. A suo carico anche i reati di devastazione, saccheggio, resistenza e lesioni. È difeso dall’avvocato Gian Maria Nicotera.
Un ruolo chiave nella sommossa lo avrebbe avuto anche L.B, detto il “Biondo”, volto noto della criminalità romana e considerato vicino ai clan Senese e Molisso, nonché rivale dello storico Diabolik, Fabrizio Piscitelli. Detenuto nel settore G11 per narcotraffico internazionale – dopo l’arresto nella maxi-operazione “Grande Raccordo Criminale” – L.B avrebbe incitato i compagni gridando “libertà!” e avrebbe minacciato di morte gli agenti penitenziari.
Per lui la condanna è di 5 anni e 6 mesi, pena che si aggiunge a quella – ben più pesante – di 19 anni e 4 mesi inflitta lo scorso maggio in Appello, per sequestro di persona e traffico di 107 chili di cocaina. Secondo i magistrati, per recuperare quella droga avrebbe ordinato torture nei confronti di Gualtiero Giombini, poi morto, e C.I.
Nel processo erano coinvolti 46 imputati. Venerdì, i giudici hanno emesso 23 condanne e avviato la chiusura di una pagina buia, che ha mostrato quanto fragile fosse, nei giorni del primo lockdown, l’equilibrio dentro e fuori le carceri italiane.
A Rebibbia, in quella giornata d’inizio pandemia, si è scritta una delle pagine più violente del sistema penitenziario romano. E oggi, con queste condanne, si chiude il cerchio giudiziario.
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