Roma e Lazio: gravi ritardi nella lotta alla grande criminalità e alle mafie

Intervista a Enzo Ciconte, presidente dell'Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione che ha elaborato i dati di 5 anni
di Alvaro Colombi - 16 Maggio 2008

Fare un blitz al campo nomadi o vedere chi c’è dietro la concessione di un appalto o di una licenza commerciale? Nel momento in cui il problema della sicurezza viene percepito quasi esclusivamente come fenomeno legato alla microcriminalità, la risposta appare scontata.

Il professor Enzo Ciconte, docente di storia della criminalità organizzata all’Università di Roma 3, già parlamentare nella X legislatura, è tra i massimi esperti italiani sulle dinamiche delle associazioni mafiose. Oggi presiede l’Osservatorio tecnico scientifico per la legalità e la sicurezza della Regione Lazio. Gentilmente, ci ha concesso una intervista.

L’Osservatorio predispone annualmente una mappa del territorio regionale con le zone maggiormente esposte a fenomeni di criminalità, anche con riferimento ai singoli comuni e, nel caso di Roma, ai singoli Municipi. Inoltre, evidenzia in modo analitico le diverse specie criminose elaborando uno studio dei dati.

Il Rapporto dell’Osservatorio presentato il 12 maggio 2008 al Forum della Pubblica Amministrazione sulla presenza della criminalità organizzata a Roma e nel Lazio non è del tutto rassicurante. Eppure, il fenomeno passa volentieri in sottordine di fronte a quello della microcriminalità con cui la gente fa i conti ogni giorno e tende ad identificare il problema della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Pof. Ciconte, non le sembra che la stessa miopia con cui le autorità competenti hanno guardato per lungo tempo al fenomeno abbia portato gravi ritardi nella lotta alla malavita organizzata?

Proprio così. C’è stata una incredibile miopia che ha impedito di vedere il pericolo nella sua reale gravità e di combatterlo in modo efficace. Ma nulla è irreparabile, le possibilità di recupero ci sono, sempre che ci sia la volontà di affrontare il pericolo nel modo giusto. Qual è il modo giusto? Se (faccio un esempio) ci sono donne schiavizzate e avviate alla prostituzione bisogna affrontare il problema a monte. Cacciando via solo le vittime il sistema si riproduce immediatamente.

L’Osservatorio ci dice che nel Lazio sono presenti tra le 60 e le 70 cosche mafiose provenienti da altre regioni. La presenza di clan napoletani e casertani sta a significare che la criminalità campana ha spostato definitivamente nel Lazio l’asse dei suoi affari?

No, assolutamente no. Ha solo spostato “pezzi” di affari dalla zona di origine, come per esempio quella di Casal di Principe, la cui famiglia, i Casalesi appunto, insieme alla ‘ndrangheta è la cosca più pericolosa attiva nel Lazio.

Roma e il Lazio, si sa, sono luogo di decisione e pianificazione di grandi iniziative economiche, dalla realizzazione di infrastrutture alla distribuzione di fondi per lo sviluppo.  Quali sono oggi i settori più esposti all’attacco delle cosche mafiose?

Sicuramente l’imprenditoria, gli appalti pubblici, le attività portuali; poi il settore agroalimentare e il grande commercio in genere.

I tentativi di infiltrazione nella macchina politica e amministrativa della criminalità organizzata, inutile nasconderlo, fanno leva su dinamiche di collusione che favoriscono l’aggiudicazione degli appalti pubblici. Come contrastarli in modo efficace?


E’ semplice. Si può (e si deve) contrastare in due modi. In primo luogo attraverso una rigorosa applicazione delle norme della legge Rognoni-Latorre che, non dimentichiamo, introdusse il fondamentale articolo 416 bis. In secondo luogo affondando decisamente il bisturi cacciando i collusi, politici o amministrativi che siano.

Quali sono in generale le attività attraverso cui la criminalità organizzata “ripulisce” il denaro sporco nel nostro territorio?

Quelle dette sopra. A livello di imprese commerciali gli investimenti riguardano soprattutto supermercati, autosaloni, ristorazione, negozi di abbigliamento.

Camorra, mafia, ‘ndrangheta e criminalità locale sono già solidamente radicati sul litorale pontino ma la loro presenza è ormai accertata nel territorio di diversi Municipi della città: ad Ostia (XIII), al Flaminio nord (XX) e nel quadrante est della città, e cioè a San Basilio (Municipio V), a Tor Bella Monaca e alla Borghesiana (VIII), nella zona Tuscolana – Anagnina – Romanina (X ), a Centocelle (VII). C’è un rapporto tra la criminalità organizzata e la sua geografia?

No, è puramente casuale, anche se la criminalità organizzata è più facile che attecchisca nelle zone periferiche, quindi meno controllate. O nelle zone di rifugio di ricercati o latitanti, soprattutto calabresi. Mi sento di escludere l’esistenza di questa relazione.

Nel corso del 2006 è stato disposto il sequestro di 322 beni immobiliari di cui 189 solo a Roma. La Casa del Jazz e il cinema L’Aquila al Pigneto sono l’emblema di questo successo. Il dato, che evidenzia in modo allarmante anche la dimensione degli affari della criminalità organizzata, indica pure un’attività giudiziaria tutt’altro che inerte. Ciò può indurre a qualche ottimismo?

Il problema è sempre lo stesso. Occorre un’attenta vigilanza, a cominciare dai livelli istituzionali più bassi. Soprattutto occorre scrollarsi di dosso gli errori del passato, quando la sottovalutazione del fenomeno passava anche per la negazione della mafia come entità. Prendere responsabilmente atto che oggi i clan malavitosi stanno penetrando in vari settori nell’economia cittadina. Senza allarmismi ed esagerazioni ma operando con grande determinazione e senza abbassare mai la guardia.


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