Roma, il Bar chiuso otto volte riapre, l’incubo ritorna: sangue, bottiglie, e urla “Matalo, matalo”

La guardia giurata addetta alla sicurezza è stata ferita da una coltellata al braccio

Mattine calde, appiccicose. Sembra una mattinata d’estate come tante a Torpignattara, ma all’improvviso, tutto cambia. Le urla spezzano il silenzio: “¡Mátalo, mátalo!” – gridano in spagnolo.

Poi il rumore secco di bottiglie infrante, lamenti, insulti, corpi che corrono, altri che cadono. Una scena da saloon, ma senza set cinematografico: solo la realtà, cruda e violenta, davanti al Kokus Bar di via Casilina.

Un uomo è steso sull’asfalto, la maglietta macchiata di sangue. Intorno, schegge di vetro, una scarpa da donna abbandonata nella fuga, cocci di bottiglia usati come lame. La strada è un campo di battaglia. Tre feriti, uno dei quali è il vigilante del locale. Gli altri due arrivano poco dopo in ospedale, sanguinanti, poco dopo le 4 del mattino.

Chi vive sopra o accanto a quel locale non dorme da anni. “È sempre la stessa storia. Lo chiudono, tirano giù la serranda per qualche mese, poi cambia nome, intestazione, e riapre. E ricominciano le risse, la paura, il degrado”, racconta un residente esasperato.

In sette anni, il bar ha collezionato otto ordinanze di chiusura. L’ultima solo pochi mesi fa, dopo una maxi rissa a maggio. La licenza era stata revocata, ma di recente ha riaperto i battenti.

E con la riapertura sono tornati anche loro: i coltelli, i pugni, le urla, i vetri rotti. I protagonisti dell’ultima notte di violenza – secondo la questura – sarebbero in prevalenza cittadini sudamericani.

La rabbia dei residenti cresce, si fa voce, mail, telefonate. Le segnalazioni rimbalzano nelle chat di quartiere, nelle redazioni, fino agli uffici di polizia.

Siamo esasperati. Non si può vivere così. Siamo ostaggi di un locale che ha trasformato il quartiere in una zona di guerra”, racconta un padre che da tempo ha smesso di portare i figli a dormire nel proprio appartamento: troppo pericoloso, troppo stressante.

E intanto Torpignattara si sveglia di nuovo tra cocci di vetro e scie di birra. Con la solita domanda che rimbalza di bocca in bocca: “Quanto ancora dovremo aspettare prima che qualcuno intervenga davvero?”.

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