

Il regime di massima sicurezza, si inserisce in una strategia più ampia che negli ultimi mesi ha colpito altri nomi di primo piano, come Elvis Demce e Leandro Bennato
Un altro colpo assestato al cuore della criminalità organizzata romana. Il sistema di alleanze tra bande locali e gruppi stranieri, in particolare quelli albanesi, perde uno dei suoi snodi centrali: per Giuseppe Molisso scatta il regime di carcere duro.
Il decreto, firmato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, segna un passaggio decisivo nella strategia repressiva contro i vertici della mala capitolina.
Per gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia, Molisso – soprannominato il “Barba” – non è un semplice trafficante, ma una figura di raccordo, capace di tenere insieme interessi, uomini e affari.
Un profilo che lo avvicina all’eredità criminale di Michele Senese, di cui viene considerato il successore operativo. È a Cinecittà che il suo potere si è consolidato, trasformando il quartiere in una base blindata per traffici e strategie.
Il 41-bis rappresenta una cesura netta. Non solo una misura detentiva più severa, ma uno strumento pensato per interrompere ogni contatto con l’esterno.
Niente comunicazioni libere, colloqui ridotti e controllati, isolamento quasi totale: l’obiettivo è spezzare la catena di comando e impedire che gli ordini continuino a viaggiare anche dal carcere.
Le indagini raccontano di un uomo capace di muoversi con disinvoltura tra diversi livelli della criminalità. Non solo gestione delle piazze di spaccio, ma anche mediazione tra gruppi e costruzione di alleanze strategiche, soprattutto con le organizzazioni albanesi emergenti. Un ruolo chiave in quello che gli inquirenti descrivono come un sistema integrato, capace di unire interessi diversi sotto un’unica regia.
Il nome di Molisso compare anche in uno dei delitti più eclatanti degli ultimi anni: l’omicidio di Selavdi Shehaj, ucciso nel 2020 sul litorale romano. Per quella vicenda è stato condannato in primo grado all’ergastolo insieme al presunto esecutore materiale, Raul Esteban Calderon, già coinvolto nell’assassinio di Fabrizio Piscitelli.
L’applicazione del carcere duro si inserisce in una strategia più ampia che negli ultimi mesi ha colpito altri nomi di primo piano, come Elvis Demce e Leandro Bennato. Un’azione a tenaglia che punta a smantellare quella che gli investigatori definiscono una vera e propria “cupola” trasversale, capace di coordinare traffici e affari tra Roma e l’estero.
La difesa ha già annunciato battaglia legale contro il provvedimento, ma il segnale lanciato dalle istituzioni è chiaro: isolare i vertici per indebolire l’intera struttura.
Per gli inquirenti, con il “Barba” ridotto al silenzio, si apre una nuova fase nella lotta al controllo delle piazze di spaccio della Capitale. Una partita ancora aperta, ma in cui lo Stato prova a riprendere terreno.
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