

Il gestore è finito ai domiciliari. Avviato anche un decreto di sequestro per oltre 500mila euro
Dietro la facciata di un’associazione culturale si nascondeva ben altro. Non dibattiti, conferenze o attività artistiche, ma un giro di sfruttamento della prostituzione a pagamento, a pochi metri dal Colosseo.
È quanto hanno scoperto la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato al termine di una delicata indagine che ha portato all’arresto del gestore del locale, il Poppea Club di via Capo d’Africa, e al sequestro preventivo di beni mobili e immobili per oltre 500mila euro.
Le indagini sono partite da un controllo sulla sicurezza del lavoro, ma presto gli investigatori si sono accorti che dietro l’etichetta di “associazione culturale” c’era una vera e propria attività commerciale.
Grazie a intercettazioni e sistemi di videosorveglianza, gli inquirenti hanno documentato come il club non fosse altro che una vetrina dietro cui si consumava lo sfruttamento della prostituzione.
I presunti “soci” erano in realtà clienti che pagavano 20 euro a ingresso, ben lontano dalla quota associativa una tantum prevista dalla legge. All’interno, drink venduti dai 10 ai 20 euro e nessuna traccia di assemblee, né ordinarie né straordinarie: le attività tipiche di un’associazione, semplicemente, non esistevano.
Non solo. Gli introiti non venivano reinvestiti nell’organizzazione, come prevede lo statuto di un ente no profit, ma utilizzati dal gestore per spese personali e acquisti privati.
Per questo, oltre all’accusa di sfruttamento della prostituzione, sono scattate anche le contestazioni per reati tributari: omessa dichiarazione ai fini IVA e infedele dichiarazione dei redditi.
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