Roma sotto scacco del ‘Roman Empire’: la mafia nigeriana dei Maphite e il doppio business della paura

Una rete criminale spietata composta da cosche collegate quasi sempre ad un unico vertice, specializzata nella tratta di ragazze, spesso minorenni, appetibili nel mercato del sesso

Considerata una delle mafie più pericolose al mondo, che da tempo si muovono nell’ombra tra le strade più periferiche della città.

Sono loro, i membri del cosiddettoRoman Empire”, uno dei clan più strutturati e temuti della mafia nigeriana in Italia.

Con i loro cravattini verdi — simbolo d’appartenenza al gruppo dei Maphite — non hanno alcun bisogno di alzare la voce: basta uno sguardo per seminare il terrore.

Un impero criminale a due teste: da una parte il traffico di droga, gestito in sinergia con clan albanesi e gruppi romani; dall’altra la tratta e lo sfruttamento della prostituzione, anche minorile.

Ragazze giovanissime fatte arrivare dalla Nigeria con la promessa di un lavoro e una vita migliore, incatenate invece a un debito impagabile e a riti voodoo che le rendono schiave prima ancora con la mente che con il corpo.

Ci sono voluti mesi di indagini, per ricostruire una rete sofisticata e brutale. Al vertice dell’organizzazione c’erano uomini apparentemente insospettabili, con documenti regolari, molti dei quali già con un piede nel mondo dell’accoglienza o della piccola imprenditoria.

Avevano colonizzato porzioni di quartieri, imposto regole non scritte e applicato una giustizia parallela fatta di pestaggi, torture e punizioni rituali.

Dietro a ogni ragazza piazzata in strada c’era un rituale, un viaggio, una “madame” e una minaccia continua: se parli, ti malediciamo. E il silenzio delle vittime era assoluto.

Solo grazie al coraggio di alcune di loro — che hanno rotto il patto del terrore — è stato possibile avviare l’indagine che ha portato a sei arresti tra Roma e l’estero, in particolare in Islanda, dove alcuni affiliati si erano rifugiati tentando di riprodurre lo stesso schema criminale.

A mettere fine al regno del Roman Empire sono stati gli investigatori della Squadra Mobile di Roma, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia.

Il lavoro silenzioso, paziente, tra pedinamenti e intercettazioni, ha permesso di ricostruire le trame nascoste del clan e colpire proprio lì dove si sentivano più forti: nella certezza dell’impunità.

Dietro le sbarre ora ci sono non solo i “capi”, ma anche i luogotenenti e le donne coinvolte nel reclutamento e nella gestione della rete di sfruttamento. Per molti è solo l’inizio: le indagini proseguono e si allungano anche su altri gruppi, simili per struttura e metodi, attivi non solo a Roma ma in tutta Italia.

Nel frattempo, tra le mura delle case-famiglia e nei centri per vittime di tratta, alcune ragazze oggi provano a riprendersi il futuro.

Lo fanno in silenzio, con la forza di chi ha vissuto l’inferno e ne è uscita viva. Non dimenticheranno, ma forse, finalmente, potranno ricominciare.

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