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Se in un giorno, d’inverno, alla finestra…

Ecco i pensieri che si affacciano all’avvicinarsi del mio compleanno

Guardando fuori della finestra, in inverno, all’avvicinarsi dei miei sessant’anni, ho pensato che Dio in quel momento mi stesse mostrando tutti i miei fallimenti: le persone allontanate, le richieste ignorate e ogni occasione che non avevo colto.

Mi sono sfilate davanti tutte le parole che avrei dovuto dire e quelle che avrei fatto meglio a tacere, tutti i miei sguardi di ghiaccio e le occhiate di sbieco, e soprattutto l’ingratitudine di non aver corrisposto all’amore ricevuto e l’arroganza insensata di predicare rimanendo sotto una campana di vetro. Ho rimpianto il tempo sprecato e per le ferite, subite o inferte, ho versato alla fine una lacrima di sconsolata sconfitta. Sono sempre un po’ umidi gli occhi dei vecchi, ho concluso. È stata forse l’ultima tentazione prima di essere anziano.

Quand’ero bambino ero felice di ogni scoperta, ho notato mettendo a posto le foto dentro l’armadio. Molte più scoperte ho fatto da allora, eppure le ho vissute con molta minore allegria e già da ragazzo disprezzavo come roba da circolo anziani, come preludio al mio funerale quelle cose che ora sono le mie piccole gioie. I giovani non apprezzano i benefici delle esperienze vissute.

L’esperienza infatti allenta molte tensioni e ti mostra che non sei indispensabile, che il mondo va avanti lo stesso se tu non ci sei, che tutto forse esiste solo perché tu ne possa gioire: ne dovresti ringraziare il Creatore, di questa tua leggerezza nel mondo.

Senza di te ogni cosa andrà avanti anche meglio, e questo ti dà solo pace profonda. Siamo infatti un di più nel meccanismo perfetto di questo universo, non svolgiamo alcuna funzione concreta, siamo come degli oggetti di lusso, delle opere d’arte davanti alle quali i più passano con noncuranza e solo pochi si fermano e apprezzano.

Esistiamo perché belli agli occhi di Dio e non c’è che star fermi sotto il suo sguardo per dare un senso alla propria giornata. Ci si deve certo dare da fare, ma il bene da compiere si rende chiaro solo camminando alla luce di quegli occhi, senza sforzo eccessivo. È così, con soave semplicità che l’anima recupera, con l’aiuto di Dio, il tempo perso e le grazie che aveva sprecato. Se ne accorge chi ha meno obiettivi da voler realizzare e ha maggior dominio sul tempo della propria giornata.

Quand’ero giovane pensavo di dar fuoco al mondo e ora è già tanto se metto sui fornelli la pentola per un pasto tra amici. Ci ho guadagnato, però, sapendo ora godermi, da questa finestra sull’oratorio, i giochi dei bimbi e lo sguardo annoiato, da persone di mondo, tipico degli adolescenti; la precoce vanità femminile e il più rude esibizionismo dei maschi; l’efficienza degli adulti in carriera e le libertà che si prendono gli anziani, forti della loro evidente fragile età. Queste cose ora le conosco e so decifrarle. Posso arrivare a commuovermi per la cordiale generosità dei poveri, l’umiltà laboriosa dei padri, la sofferente dolcezza dei malati, la fronte corrugata delle madri sempre di corsa. E di ogni cosa intravedo la radice in quell’amore che in ogni istante li spinge. È questa la saggezza degli anni.

Più che versar lacrime sul passato, sarebbe giusto gustare il bello che ci si mostra davanti: c’è un intero universo nel nostro presente, se solo ci fermiamo qualche minuto a pensarci. È bello scoprire nascosto nel cuore di ognuno quel Dio che ha creato ogni cosa e su ogni cosa ha posato il suo sorriso. Di ogni nostra superbia sorride paterno e ogni nostro sforzo d’amore lo cosparge di gioia, perché ne godiamo; per le nostre fragilità ha sorrisi di affetto, per i nostri peccati ha un sorriso che scusa; e quando è troppo il male di cui lo graviamo, mostra ancora un sorriso a nascondere lo sforzo di continuare ad amarci. È enorme lo sforzo, ma è infinito il suo amore. Ed è questo il pensiero che alla fine mi ha consolato.

Non era stato Dio a mostrarmi le colpe. Dio è serio, ma anche indulgente, conosce bene ogni figlio che ha generato. È a questa luce che ho sorriso di me bimbo innocente e del rivoluzionario in erba che fui, come anche del sognatore di gloria negli anni giovanili e infine del sacerdote sperduto degli inizi del mio ministero. Ho sorriso di tutti, amici e nemici, e persino del vecchio che forse sarò. Ho sorriso infine anche di quest’ultimo errore, prima di cominciarne una serie nuova, da anziano: a farmi versare una lacrima era stato il mio orgoglio ferito per non aver sempre trionfato. E mi sono perdonato quest’ultima tentazione da uomo maturo e vincente.

Tutto qui. Non c’è altro da dire. A chi mi vede spesso occupato ho voluto mostrare cosa faccio quando mi fermo e davanti alla finestra in inverno penso all’avvicinarsi del mio compleanno.

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