

Delle vecchie usanze e tradizioni è rimasta solo la memoria
Mia cugina mi ha spedito per posta un biglietto di auguri per Natale. Sulla busta ha scritto con la penna il mio nome e cognome, l’indirizzo completo di via, numero civico, CAP, città.
Sul biglietto inserito all’interno della busta ha scritto a mano una frase affettuosa: “…Sicuramente questo biglietto arriverà in ritardo ma è il segno dell’affetto che mi lega a te che rappresenti ancora la memoria e la storia della nostra famiglia…”
Il biglietto di auguri l’ho ricevuto a Tor Tre Teste la mattina del 24 dicembre e nel tardo pomeriggio mia moglie mi ha chiesto una mano ad apparecchiare la tavola per la cena della vigilia di Natale. Inaspettatamente mi è ritornato in mente ciò che raccontava mia nonna quando si apprestava ad allestire la sala da pranzo per il cenone del 24 dicembre: “Nella notte della vigilia di Natale a Ventosa esisteva l’usanza della tavola da non sparecchiare.
Eravamo convinti che Gesù Bambino e la sua famiglia o persino le anime dei parenti defunti potessero passare a mangiare nella nostra casa. Lasciavamo anche la legna ad ardere nel focolare per scaldare Gesù Bambino e si accendevano nel cortile della nostra casa grandi falò per “rischiarare la via e riscaldare i defunti di passaggio”. In inverno le anime e i santi avevano bisogno del calore e del ristoro dei vivi”.
Le mie radici sono del Sud Pontino, dove le tradizioni del Lazio si fondono con quelle storiche del Regno di Napoli e della Terra di Lavoro. Città e cittadine come Gaeta, Formia, Minturno e i tanti paesi dell’entroterra erano legate ai riti e alle usanze che rendevano le storie raccontate molto concrete. Gli occhi dei bambini “vedevano” la tavola apparecchiata la sera e i segni del “passaggio degli invisibili” la mattina.
Apparecchiare per chi non c’era più faceva sentire che la famiglia era più grande di quella seduta a tavola.
Quelle tradizioni che venivano insegnate ai bambini con il passare degli anni si sono purtroppo perse.
Mia nonna e gli zii anziani approfittavano dei mesi estivi che passavamo a Ventosa per trasferirci le memorie, le usanze e e le tradizioni; farci scoprire le radici culturali di una comunità, tramandando valori, saperi e storie dal passato attraverso la loro memoria orale, con lo scopo di rafforzare l’identità e creare legami.
Oggi ricordo ancora quel bicchiere d’acqua che mia nonna lasciava sul comodino prima di andare a dormire. Mi raccontava che non era per la sete, ma per le anime dei parenti che potevano “tornare” di notte stanche dal viaggio dall’aldilà.
Ricordo il rito della Befana, quel bicchiere di acqua e quel mandarino lasciato la sera del 5 gennaio sul tavolo della cucina e la mattina del 6 gennaio trovare solo le bucce e il bicchiere sporco.
I bambini trovavano anche i giocattoli e avevano la prova inconfutabile che la Befana era passata davvero.
Uno zio di mia madre che abitava a Maranola, una frazione di Formia, molto anziano nell’aspetto, faceva benedire dei piccoli pani che poi venivano conservati in casa per tutto l’anno come protezione per il mal di gola. Il “cibo magico” restava in casa a vegliare sulla famiglia e se qualcuno stava male se ne mangiava un pezzetto.
Ricordo con nitidezza la mattina e la colazione del 2 novembre, il Giorno dei Morti, a casa di mia nonna a Ventosa, quando sul tavolo della cucina abbiamo trovato un bicchiere di vino vuoto e il pane spezzato.
Nonna ci raccontò che i morti non venivano solo a mangiare ma lasciavano anche dei doni per i bambini, come i mostaccioli, i fichi secchi, le noci, le mandorle. Ci disse anche che i bambini più fortunati potevano trovare una moneta sotto il piatto che i defunti “lasciavano come mancia” ai nipoti.
C’era però la regola serale del 1 novembre che tutti dovevano rispettare: mai lasciare coltelli o oggetti taglienti sul tavolo apparecchiato per evitare che le anime dei defunti potessero ferirsi accidentalmente.
Ricordare per me è un modo per dire “so da dove vengo” ed è una forma di rispetto per quel mondo contadino che, pur avendo poco, trovava sempre il modo di offrire.
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