

Secondo gli accertamenti, il denaro sarebbe stato reinvestito nel settore immobiliare attraverso due società riconducibili alla banda
Per anni avrebbero trasformato il bisogno in un affare milionario, costruendo una rete di prestiti illegali capace di soffocare imprenditori, commercianti e professionisti travolti dai debiti.
Ora, dopo la condanna definitiva, per i vertici dell’organizzazione accusata di usura e riciclaggio è arrivato il conto finale: la Guardia di Finanza ha eseguito una maxi confisca da oltre 3 milioni di euro tra Lazio e altre regioni italiane.
L’operazione è stata portata a termine dai militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, che hanno dato esecuzione al provvedimento disposto dalla Corte d’Appello di Roma.
Si chiude così uno dei filoni investigativi più delicati degli ultimi anni sul fronte del credito illegale e del riciclaggio di denaro.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo avrebbe messo in piedi un vero sistema parallelo di finanziamenti a usura, rivolto a persone finite in gravi difficoltà economiche.
Nel mirino della banda sarebbero finiti piccoli imprenditori, titolari di bar, operai ma anche professionisti, costretti a rivolgersi al circuito clandestino per ottenere liquidità immediata.
Gli investigatori hanno ricostruito un giro di denaro enorme: circa 16 milioni di euro concessi sotto forma di prestiti con interessi considerati fuori da ogni logica, arrivati in alcuni casi a percentuali superiori al mille per cento annuo. Chi non riusciva a pagare sarebbe stato sottoposto a continue pressioni e intimidazioni.
L’inchiesta, coordinata negli anni scorsi dagli specialisti delle Fiamme Gialle, aveva permesso di documentare il funzionamento dell’organizzazione attraverso intercettazioni, pedinamenti, fotografie e soprattutto grazie alle testimonianze delle vittime.
Il quadro emerso aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di quindici persone, dieci delle quali arrestate.
Una parte centrale dell’indagine ha riguardato il riciclaggio dei soldi ottenuti con l’usura.
Secondo gli accertamenti, il denaro sarebbe stato reinvestito nel settore immobiliare attraverso due società riconducibili al gruppo.
Le aziende, stando alle accuse, venivano utilizzate come schermo per ripulire i capitali illeciti tramite operazioni di compravendita di immobili.
Con la sentenza diventata irrevocabile, il sequestro preventivo disposto durante le indagini si è trasformato in confisca definitiva.
I finanzieri, supportati dai comandi territoriali di diverse province italiane, hanno acquisito al patrimonio dello Stato 32 immobili, le quote delle due società coinvolte, un’auto e un’imbarcazione da diporto.
I beni confiscati saranno ora affidati all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei patrimoni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
Un patrimonio accumulato, secondo l’accusa, sfruttando la fragilità economica di decine di persone finite nella spirale dello strozzinaggio.
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