Tommasone: contro gli schiavisti battaglia da intensificare

Intervista a Il Messaggero del comandante provinciale dei carabinieri
da Il Messaggero - 7 Luglio 2008

Intervista di MAURO EVANGELISTI, tratta da Il Messaggero del 7 luglio 2008 

«Aprire gli occhi fino in fondo. Tenendo conto che stiamo parlando di un problema complesso, di una medaglia che paradossalmente ha più di due facce». Il colonnello Vittorio Tomasone, comandante provinciale dei carabinieri, invita a non cadere alla tentazione delle semplificazioni quando si parla del fenomeno dei laboratori-bunker, delle fabbriche negli scantinati, in condizioni di lavoro inaccettabile, venuto alla luce in questi giorni. La polizia municipale ha sequestrato sei di questi laboratori, i carabinieri ne avevano scoperti altri negli ultimi mesi. Ma il degrado rappresentato da queste fabbriche bunker sembra inarrestabile.

Come è possibile che tutto ciò avvenga in molti quartieri di Roma?

«Teniamo conto delle difficoltà che si affrontano quando si fanno delle indagini su comunità chiuse come quella cinese. C’è grande omertà. Di più: queste fabbriche sono nascoste, sono in scantinati. Spesso si sposta la produzione dopo pochi mesi da un luogo all’altro. E anche gli operai-schiavi accettano le regole della loro comunità».

Eppure, fatto il giusto distinguo dei tanti imprenditori cinesi che rispettano le leggi italiane, i laboratori bunker dove si lavora diciassette ore esistono. Non sono anche l’effetto del lassismo del passato?

«Ma quando si valutano certi fenomeni non bisogna farlo con i sistemi nostri, con quelli a cui siamo abituati. Abbiamo a che fare con una visione distorta del lavoro, della produzione, almeno secondo i nostri canoni. Attenzione: questo non significa giustificare. Le grandi migrazioni portano una serie di problematiche, soprattutto portano sistemi di regole dei loro paesi di origine. Ma non può essere accettato: in Italia vanno rispettate le regole del nostro Paese. Chi le viola va combattuto energicamente. Ma è una battaglia che va intensificata».

C’è anche da contrastare la diffusione del grande male della contraffazione.

«Parlando di questo tipo di fabbriche ma anche di depositi gestiti da imprenditori cinesi significa occuparsi di un fenomeno complesso. Mi viene da dire una medaglia che ha molte più facce. C’è l’importazione della merce contraffatta, ma anche la sua produzione. Bene, in questi casi i collegamenti con forti organizzazioni criminali, che riescono a gestire queste attività. Teniamo conto che poi la filiera è articolata, anche in una città come Roma, perché poi c’è il ruolo di venditori al dettaglio svolto soprattutto da immigrati del Senegal e dal Bangaldesh. Ma non c’è solo la griffe contraffatta. Pensiamo al marchio ”Ce” falsificato…».

Lo spieghi.

«Proprio una decina di giorni fa, a Tor Bella Monaca, abbiamo trovato un deposito con cinque milioni di prodotti arrivati dalla Cina: giocattoli ma anche piccoli elettrodomestici. Per tutti avrebbe dovuto esserci, per legge, il marchio Ce, prescritto per commercializzare un articolo nello Spazio economico europeo. Bene, in quei cinque milioni di articoli era falsificato. E i giocattoli e i prodotti così non hanno i requisiti di sicurezza. Ma ancora: in molti casi queste fabbriche producono capi di abbigliamento per aziende italiane o comunque con etichette in regola. Ma senza rispettare i diritti dei lavoratori. Anzi a costo di loro sacrifici. E allora serve un impegno sempre più serio contro questo fenomeno, nelle varie sfacettature. Però serve anche una nuova moralità, una nuova etica…».

In che senso?

«Ad esempio tutti noi, come clienti, dovremmo eviatre, eticamente, di acquistare merce con marchi contraffatti. Perché è illegale, ma anche perché spesso la produzione avviene a costo di sacrifici di molte persone».


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