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Tor de’ Cenci, il pioppo che non vuole morire: tra le braccia dei residenti, il gigante verde prova a rinascere

In attesa che intervengano le istituzioni si sono mobilitati i residenti

Parco Campagna di Tor de’ Cenci, tra il frinire delle cicale e il canto malinconico del vento tra gli arbusti, si erge ancora — seppur ferito — il vecchio pioppo nero. Alto, saggio, testardo. È sopravvissuto a decenni di urbanizzazione, a temporali, siccità, incuria. Ma l’incendio divampato lo scorso 28 giugno nella valle del Risaro gli ha lasciato addosso le cicatrici più dure da portare.

Le fiamme, quella volta, hanno corso veloci, sospinte dal vento tra erbacce secche e sterpaglie, a cavallo del confine tra il Municipio IX e X. Ma ciò che bruciava non era solo vegetazione. Tra i tronchi anneriti, c’era anche un albero che il quartiere conosce da sempre, un vecchio pioppo nero da cui è nato un intero boschetto. Un albero che aveva già iniziato il suo cammino per diventare monumentale. Lo avevano recintato, protetto, segnalato. Non un albero qualunque, ma il simbolo di una memoria verde condivisa.

Eppure, qualcosa in quell’incendio ha lasciato l’amaro in bocca. Marco Antonini, ex assessore all’Ambiente del Municipio IX e volto noto del WWF Lazio, è tornato sul posto pochi giorni dopo il rogo. E ha notato segni strani, inquietanti: tracce sospette sul tronco del pioppo, come se qualcuno avesse cosparso di liquido infiammabile proprio lì. “Il terreno intorno non è bruciato — racconta — ma l’albero sì. Come se qualcuno avesse voluto colpirlo di proposito”.

La rabbia si mescola alla preoccupazione. Perché quel pioppo, pur mutilato, non è morto. I suoi rami bruciacchiati hanno lasciato intravedere qualche gemma ostinata, un verde timido che prova a tornare. Antonini ha scritto al Comune, al Ministero dell’Ambiente, ha chiesto cure specialistiche: bioattivatori radicali, concimazione leggera, una potatura di rimonda, irrigazione regolare.

Ma le risposte tardano. Così, mentre le istituzioni restano in silenzio, è la cittadinanza a muoversi. Ogni giorno, a turno, residenti caricano taniche d’acqua sulle loro auto, qualcuno le porta persino in bicicletta, e raggiungono il vecchio pioppo. Lo annaffiano con cura, gli parlano persino. Perché in fondo, in quel tronco annerito, ci vedono molto più di un albero. Ci vedono la loro infanzia, le passeggiate con i nonni, il verde che resta mentre tutto cambia.

“In quest’albero c’è la nostra storia”, dice una signora con il cappello di paglia e le mani ruvide. “Non possiamo lasciarlo morire. Se serve, torneremo ogni giorno”.

E così, Tor de’ Cenci riscopre il suo legame più autentico con la natura: non come sfondo, ma come parte viva della comunità. Il pioppo resiste. E insieme a lui, resiste anche la voglia di prendersi cura del proprio territorio. Con le taniche in mano, e il cuore in gola, un quartiere intero lotta per salvare il suo gigante verde.


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