Municipi: | Quartiere:

Un interessante articolo su “Elena e le devote di Torpignattara”

Apparso su "L'Osservatore Romano", sul tema di una ricca serie di raffigurazioni documenta il ruolo delle donne nella cristianizzazione di Roma

Riteniamo di fare cosa gradita ai nostri lettori e agli abitanti di Torpignattara e dintorni, segnaliamo un articolo apparso oggi, a firma di Fabrizio Bisconti su L’Osservatore Romano intitolato “Elena e le devote di Torpignattara”.

L’anno costantiniano, celebrato da mostre, convegni e congressi, ci accompagna per le metropoli e i territori del mondo cristiano, guardando all’Urbs, come alla vecchia capitale, stracolma di segni tangibili di una ideologia che, mentre consuma una rivoluzione istituzionale e religiosa, non dimentica il tracciato storico, costellato dai buoni imperatori, così come dimostra l’arco di Costantino. Ebbene, questo manufatto si innesta nella tradizione, se vuole celebrare un imperatore vittorioso, ma mostra anche il paradosso della menzione storica della vittoria di una guerra civile e tutto questo consumando quell’economia del reimpiego dei rilievi del passato, stralciati dai monumenti del tempo di Traiano, Adriano e Marco Aurelio. I rilievi propriamente costantiniani raccontano una vera e propria “marcia su Roma” che, prendendo avvio da Milano, tocca Verona e trova il suo apex nel sanguinoso scontro di Ponte Milvio, per poi approdare a Roma con l’aulico discorso dei Rostra del Foro e con la vivace scena della largitio.

Se l’arco di Costantino rappresenta il segno più forte e significativo del Senato per dialogare con l’imperatore vittorioso, i luoghi dei Costantinidi si diffondono specialmente nel suburbio romano, con i santuari apostolici e martiriali, o proprio a ridosso delle mura, come il gruppo episcopale lateranense, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme e il Sessorium. Proprio questi ultimi monumenti richiamano il ruolo e la persona di Elena, la madre di Costantino, che proietta la sua memoria anche lungo la via Labicana, nell’immenso praedium imperiale, che accoglie il complesso ad duas lauros, in corrispondenza del santuario dei Santi Pietro e Marcellino.

I due martiri romani furono sepolti nelle catacombe che si estendono nell’area. In corrispondenza della loro tomba fu scavata una cripta, quasi corrispondente con una basilica circiforme rinvenuta nel sopratterra. A essa si aggancia il mausoleo di Elena, definito dal popolo romano “Torpignattara”, per le pignatte (anfore) che servivano ad alleggerire il corpo cupolato del monumento. Ebbene, secondo la tradizione, il grande mausoleo — ora sistematicamente restaurato dai responsabili della Sovrintendenza archeologica di Roma — era stato progettato per ospitare il sepolcro dello stesso Costantino, come suggerisce il sarcofago porfiretico con scene di battaglia ancora conservato ai Musei Vaticani.

Nell’arca fu tumulata, dunque, la madre Elena, quando Costantino, concependo la nuova Roma sul Bosforo, scelse di riposare nell’Apostoleion. In questo modo si consacrava la memoria di una donna estremamente coinvolta nel progetto politico-religioso del figlio, tanto da occuparsi direttamente della costruzione delle basiliche della Natività e dell’Ascensione in Terra Santa e di ricercare le reliquie della croce del Golgota, che fece sistemare nel sacrario romano, di cui si è detto, e che acquisterà la suggestiva denominazione di Ierusalem.

D’altra parte, anche il complesso monumentale di Sant’Agnese sulla via Nomentana parla al femminile e propone una situazione quasi speculare a quella evidenziata sulla via Labicana. Anche qui, infatti, nella catacomba fu sistemata la martire fanciulla Agnese; anche qui Damaso sistemò la sua tomba, creando, presumibilmente un piccolo edificio di culto ipogeo, ampliato dai vescovi di Roma, sino ai tempi di Papa Onorio; anche qui fu costruita una basilica circiforme, annessa al mausoleo di Costanza.

Ma torniamo sulla via Labicana, per scendere nelle catacombe dei Santi Pietro e Marcellino e accedere a un’area scavata nei primi decenni del secolo scorso. L’area è ricca di cubicoli dipinti, riferibili proprio al momento costantiniano e furono studiati da padre Antonio Ferrua. Uno dei cubicoli dell’area fu scavato da Enrico Josi tra il 1911 e il 1915 e fu definito Cubicolo di Nicerus, per il fatto che un’iscrizione, situata sulla parete sinistra dell’ambiente, recita: Nicerus bibat in Christo Primosus te amat. Non deve meravigliare l’apparente desinenza maschile del nome peraltro attestato come femminile e assimilabile ad altri elementi onomastici simili, quali Nicarus o anche Agathus riferiti a donne.

La nostra attenzione si concentra sull’arcosolio di fondo, dove, con tutta probabilità, Nicerus venne tumulata. Ebbene, nella lunetta di fondo appare una delle scene relative alla guarigione dell’emorroissa più raffinate e armoniose che ci abbia consegnato il repertorio pittorico delle catacombe romane. La donna inginocchiata sfiora il lembo del pallio del Cristo, che si volge, in maniera solenne verso di lei.

L’estrema sintesi della storia, ridotta ai due protagonisti e tutta giocata con i gesti e gli atteggiamenti dei personaggi ci parla di una narrazione che assurge a livello simbolico, per evidenziare l’aspetto terapeutico e salvifico dell’episodio. Nell’arco appare una figura orante velata, con dalmatica clavata, in cui dobbiamo riconoscere proprio la rappresentazione della defunta Nicerus, solennemente vestita e atteggiata, per indicare il suo status sociale, piuttosto elevato. Ai lati ancora due scene hanno come protagoniste delle donne: a sinistra si riconoscono l’episodio del colloquio del Cristo con la samaritana al pozzo, a destra la più rara guarigione della donna curva.

La decorazione di un altro cubicolo, di poco più tardo, nello stesso cimitero, mostra singolari analogie con i nostri affreschi: l’arcosolio di fondo presenta, infatti, nella lunetta e nei riquadri laterali dell’intradosso ancora tre scene di cui sono protagoniste delle donne, ma il pittore, in questo caso, non trova l’audacia per ripetere la scena della mulier inclinata, che evidentemente riteneva di difficile realizzazione o interpretazione e la sostituisce quindi con l’episodio di Susanna tra i seniores, lasciando, tuttavia, inalterate, anche nello schema, l’incontro con la Samaritana al pozzo e la guarigione dell’emorroissa.

Se non si vuole ammettere la suggestiva ipotesi della destinazione della sede sepolcrale più importante dei due cubicoli a delle defunte, dobbiamo comunque rilevare il fenomeno di attrazione di scene relative a donne: un recente esame statistico delle associazioni di episodi biblici nell’arte delle catacombe ha, infatti, evidenziato che i “miracoli femminili” costituiscono dei casi privilegiati di combinazione. Si deve notare che le scene di Susanna e dell’emorroissa figurano fra le cinque pitture più frequentemente combinate con la scena della Samaritana.

Ebbene, questa declinazione del fenomeno dell’arte catacombale, dimostra il ruolo importante che le matrone del tempo dei Costantinidi ebbero nella “cristianizzazione” della societas romana, cercando nelle donne di corte, ma anche nelle martiri e nelle protagoniste della Bibbia, delle emblematiche “compagne di viaggio” nel percorso della salvezza della fede della devozione.

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento