

La presentazione lunedì 21 maggio 2018 all'Istituto di Ricerche Internazionali "Disarmo"- IRIAD, in Via Paolo Mercuri 4 (Piazza Cavour)
Per riflettere su questo centenario, lunedì il 21 maggio 2018, presso la Sede dell’Istituto di Ricerche Internazionali, Archivio Disarmo (Via Paolo Mercuri, 4), alle ore 17,00 verrà presentato il volume, scritto dal prof. Giorgio Giannini “L’inutile strage, contro-storia della Prima Guerra Mondiale”, Edizioni LuoghInteriori.
Il Presidente Ugo Fanti, della Sezione ANPI Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini” mi ha inviato, insieme alla segnalazione, anche una pregevole citazione che riporto –
“Cento anni fa, in questo stesso giorno di maggio, incominciarono a morire 1.240.000 italiani, 651.000 soldati e 589.000 civili, uomini e donne. E presero a moltiplicarsi le vittime tra i nostri “nemici” austroungarici: infine 1.567.000 morti, due terzi in divisa, 400.000 sul solo fronte italiano.” “Da dieci mesi, dal luglio 1914, altri 34 milioni di europei (e di colonizzati dagli europei, e di loro alleati) avevano già preso a cadere uccisi o feriti sui campi di battaglia non solo militari della ‘Grande Guerra’.”. “Conclusione del nostro Risorgimento, come c’è stato a lungo insegnato. Incubatrice e prologo del tempo oscuro dei totalitarismi nazionalisti e internazionalisti, della disumanità eretta a sistema di potere assoluto”. – Così inizia sull’Avvenire, Quotidiano della CEI, la Commissione Episcopale Italiana, un articolo del Direttore Marco Taquinio, pubblicato il 24 Maggio del 2015, nel centesimo anniversario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. L’articolo ricorda l’inizio (per noi) di quella guerra, che Papa, Benedetto XV (al secolo, Cardinale Giacomo Paolo Giovanni Battista Della Chiesa); definì, nella sua “Lettera ai Capi dei Popoli Beligeranti”, datata 1° Agosto 1917, l”inutile strage”. –
Lo stesso ci ricorda anche importanti film che dovremmo rivedere, noi anziani, o far vedere ai giovani “Uomini contro”, di Francesco Rosi (1970), ispirato al libro di Emilio Lussu, “Un anno sull’Altopiano”, per il quale il regista venne denunciato per vilipendio dell’esercito, ma assolto in istruttoria. Poi “La Grande Guerra”, di Mario Monicelli (1959) con gli indimenticabili Vittorio Gassman e Alberto Sordi.
Ma vorrei citare anche alcune note dall’introduzione al libro del prof. Giannini – La storia ufficiale ha raccontato la Grande Guerra come una epopea vittoriosa per il compimento dell’unificazione nazionale, iniziata nel Risorgimento, e conclusasi con la liberazione delle città irredente di Trento e Trieste e del loro territorio. Questa retorica è stata alimentata dal regime fascista, che ha creato in particolare il culto del Milite Ignoto. Però la Grande Guerra è stata anche un’operazione di espansione territoriale ai danni dell’impero asburgico che si era dissolto in conseguenza del conflitto, con l’annessione del Sud Tirolo (rinominato Alto Adige) e dell’Istria, la cui popolazione era nelle valli e nei villaggi, rispettivamente di lingua tedesca, croata e slovena. Normalmente, il centenario è una occasione molto importante di riflessione. Quindi, il centenario della Grande Guerra dovrebbe servire per analizzare serenamente non solo le cause che hanno portato al conflitto, ma soprattutto le tragiche conseguenze politiche, sociali ed economiche che ha comportato nei Paesi belligeranti e nella vita dei militari che hanno combattuto. (…) Inoltre sarebbe opportuno ridare l’onore militare e la dignità di caduti per la patria ai tanti militari condannati a morte illegittimamente dai Tribunali militari ed a quelli che sono stati vittime innocenti delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni, spesso in seguito a lievi mancanze disciplinari. –
Ai miei tempi per radio trasmettevano spesso una canzone che dava i brividi. Parole e musica di E.A. Mario, con riferimenti assai chiari alle carneficine dei campi di battaglia della Grande Guerra, attraverso la potente e commossa voce di Milva.
Ma le rose rosse, no! Non le voglio veder!
Avevo anche saputo allora, per la prima volta da adolescente, come gli uomini erano stati mandati al macello in massa e crudelmente, anche per la semplice conquista di una postazione. Poi, per cause aleatorie, si poteva essere fucilati con “giustizia sommaria”, puniti con la morte come esempio di disciplina militare, per disonore o addirittura per estrazione a sorte dai loro ufficiali, dopo l’accusa di codardia, ribellione, perfino per punire episodi di pazzia. Si capisce allora perché molti, esasperati dalle sofferenze della vita di trincea, dalla paura continua e dall’angoscia nella perdita di speranze, si erano determinati a farsi del male, sparandosi nelle mani o nei piedi, procurandosi orribili malattie, cavandosi un occhio o perforandosi un timpano per essere mandati a casa. Questa pratica si era così diffusa, che alla fine non era più sufficiente presentare queste lesioni per evitare la fucilazione.
In tutto questo orrore aveva brillato un episodio significativo, che i comandi supremi fecero di tutto per coprire col silenzio totale, oltre ad accertarsi con minacce di immediata fucilazione, che non si ripetessero mai più in futuro. Di questo episodio ha relazionato e scritto anche il prof. Giannini in più occasioni. La notte di Natale del 1914, e per alcuni giorni, nelle trincee del fronte occidentale di Francia e Belgio ci fu una tregua. Si trattò di una eccezionale circostanza, nata dall’emergere di un sentimento di fratellanza universale. I soldati di entrambe le fazioni, uscirono improvvisamente allo scoperto. Si abbracciarono, fumarono, cantarono insieme, si scambiarono doni ed organizzarono persino delle estemporanee partite di calcio.
Carla Guidi
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