Una biografia celebrativa per i 90 anni di Andreotti

Un ritratto di grande livello di Massimo Franco,notista politico, prima a "Panorama", attualmente al "Corriere della sera", dell'immarcescibile Giulio

Dal sito www.dazebao.org riprendiamo questo articolo di Fulvio Lo Cicero pubblicato il 3 gennaio 2009.

ROMA – Un ritratto lunghissimo e, diciamo subito, di grande livello. Massimo Franco, classe 1954, notista politico, prima a "Panorama", attualmente al "Corriere della sera", ha pubblicato il racconto della vita dell’immarcescibile Giulio, "il divo" ("Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca", Mondadori, 2008).

Diciamo subito che si tratta di una delle migliori biografie degli ultimi anni. Franco si dimostra un grande analista, prendendo a modello lo stile anglo-sassone, compassato, equilibrato e di grande impatto stilistico. E qui possono finire le lodi, perché l’Andreotti descritto dal suo biografo, alla fine, appare unicamente come la vittima sacrificale del passaggio fra prima e seconda Repubblica.
L’ottica cui aderisce Franco, infatti, sta tutta dentro una lettura accondiscendente del trapasso fra "vecchio" e "nuovo" sistema politico e, tutto sommato, affettuosa. Giulio ne diventa, oltre che vittima, testimone monumentale ed anzi, proprio per questo, eroe non per caso.
L’ambiente familiare (Giulio rimase orfano di padre alla tenera età di due anni), predominata dalla mamma Rosa Falasca, un lutto gravissimo che la sconvolse (la morte banale, per una infreddatura, della sorella Elena), la "fuga" dalla natia Segni verso Roma, dove si compirà definitivamente il luminoso avvenire del ragazzo, sono segnati, nell’impostazione datane dall’autore, da una sorta di aureola santificante.

Sembrerebbe che tutto il programma etico di Andreotti sia racchiuso in quei primi anni di apprendistato politico, di sotterraneo fastidio – per non dire di opposizione – al fascismo imperante, che non si tradusse mai, come ovvio, in resistenza ma nemmeno in opportunistica adesione. Giulio si laurea in Giurisprudenza con il giurcanonista D’Avack e, nel frattempo, stringe inossidabili legami con il Vaticano, con Pio XII, con il quale intratterrà un rapporto confidenziale, poi con Giovanni XXIII (dal quale si reca con tutta la famiglia, con i figli che, durante l’audizione, saltano da una sedia all’altra, sotto gli occhi divertiti di Roncalli), con Paolo VI e Giovanni Paolo II. La sua intera vita è contrassegnata dall’albergare in lui di una ispirazione d’oltretevere, che lo contraddistingue come l’ "inviato papale" in territorio italiano.
Una sorta di mancato santo almeno per ora – secondo Franco. Il quale, nella sua giusta aspirazione all’equilibrio compositivo, non manca di raccontare le amicizie pericolose del "divo", ma, dopo aver costruito l’aureola, quelle stesse si perdono nel viatico alla santificazione, come opportunità o malaccortezze del personaggio.

Una lettura edulcorata, insomma, che finisce per mistificare il tratto essenziale del "divo": l’astuta ambizione (appena accennata e messa sempre in bocca ai suoi avversari interni al partito). La sua vita di "parvenu", la famiglia di modeste origini sociali, un’intelligenza viva e scaltra, fecero di Andreotti l’icona meglio disegnata di un partito, quello democristiano. Già perché Giulio, più di ogni altro "cavallo di razza" dello scudocrociato, ha rappresentato (e rappresenta tuttora) non solo l’incarnazione di un’aspirazione al potere, ma tutto intero una struttura costruita appositamente per soddisfare le ansie di una classe dirigente, attinta da un opportunistico furore nei riguardi dell’Assoluto. E, a dimostrazione di ciò, c’è proprio la sua presunta estraneità alle beghe del partito, del quale Andreotti non fu mai segretario politico, ma eterno uomo di amministrazione, cioè di potere governativo.
La sua stessa vicenda giudiziaria viene sostanzialmente raccontata da Franco come una sorta di incidente di percorso, vieppiù sbiadita dalla rabbia dei figli. Il biografo parte dal presupposto che l’imputato eccellente sia stato "assolto" dall’accusa di associazione mafiosa, anche se semina, comprensibilmente, qualche indizio sul fatto che, in realtà, per i fatti fino al 1980, Andreotti non fu per niente assolto ma "prescritto". Ma non c’è una sola riga, nel libro, di quanto scritto dai giudici del tribunale di Palermo nelle motivazioni della sentenza. Se vi fosse riportata, anche i lettori della biografia di Franco avrebbero saputo che, secondo i giudici, il "divo" intrattenne rapporti assai stretti con Stefano Bontade, il "principe" di Villagrazia, mandante dell’omicidio del presidente della Regione siciliana, il moroteo Piersanti Mattarella. Addirittura, vi si recò a colloquio per una seconda volta, dopo l’omicidio, per protestare con il boss, poi trucidato nel 1981 dai corleonesi di Totò Riina, senza che mai gli passasse per la testa di denunciare le nefandezze di Cosa nostra e, con precisione, i mandanti di quell’omicidio. Al contrario, per quanto fosse universalmente noto che Salvo Lima era implicato con fatti e drammi di mafia, mai ne rifiutò gli interessati servigi e il numero di tessere che quegli forniva alla sua corrente nelle occasioni congressuali.

Una vicenda del genere, in qualsiasi altro Paese, avrebbe indotto il sistema a rifiutare Andreotti come esponente politico e a relegarlo nel dimenticatoio. Invece, in Italia, si è preferito cancellare la parola "prescrizione" dall’esito processuale del leader cattolico e, come ripetutamente ribadito dall’avvocatessa andreottiana Buongiorno, assolvere del tutto il "divo", probabilmente perché l’ammissione delle sue colpe, così come inequivocabilmente accertate dal tribunale di Palermo, avrebbe significato distruggere la storia italiana del dopoguerra, alla luce delle malefatte di "Belzebù".

Se il lettore di questa biografia conosce i pilastri fondamentali dell’azione politica andreottiana, che si riflessero in episodi quali l’aiuto prestato alla cordata di Michele Sindona, i rapporti trentennali con Salvo Lima, le sospette vicinanze ad uomini iscritti alla P2 e la loro infiltrazione in ogni ganglio vitale dello Stato, per non dire d’altro, allora la fatica di Franco potrà avere anche un ricco riscontro dialettico. Ma il vero problema è che, con tutta probabilità, il lettore medio non conosce o ha dimenticato quei fatti e, compulsando l’attraente prosa franchiana, diventerà alla fine il fan di un nuovo gruppo di facebook: "Giulio, santo subito".

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