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Una testimonianza dalle galere del Re Sole

Il documento storico, civile ed umano di un condannato per "causa di religione"

Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo di Cristina Bardella apparso sul sito di Rinascita il 13 febbraio 2013.

Esattamente 300 anni fa a Marsiglia, 135 ugonotti francesi condannati per “causa di religione” furono rimessi in libertà dopo avere trascorso lustri incatenati ai banchi di remi delle galere: tra loro si trovava Jean Marteilhe, che sarebbe stato l’autore dell’unica testimonianza sistematica e diretta (negli archivi transalpini esistono molte lettere di forzati, significative ma ovviamente fornenti una visione frammentaria) sulla vita di coloro comunemente denominati galeotti (“galériens”). E tali Memorie – per inciso assai stimate da Michelet, oltre a costituire un documento eccezionale offrono svariati motivi di riflessione dal punto di vista della Storia delle mentalità e sul concetto di tolleranza.

E non solo. Nel 1685 Luigi XIV aveva revocato l’Editto di Nantes, emanato nel 1598 da Enrico IV, che concedeva ai protestanti la libertà di culto ed altre importanti prerogative: ricordiamo che il primo re di Francia di casa Borbone, già calvinista e poi divenuto cattolico per accedere al trono, era sfuggito alla morte nel corso della notte di san Bartolomeo (23/24 agosto 1572) in cui vennero massacrati, tra Parigi e la provincia, circa 23.000 appartenenti alla religione riformata. Come noto il Re Sole era di altro avviso rispetto a suo nonno, il “buon re Enrico”. I tempi non erano propizi alla tolleranza ed al rispetto delle minoranze; e l’editto di Nantes era ben lungi dall’essere inteso come una legge fondamentale della monarchia francese. Dopo la revoca venne posto in atto un sistema detto della “riduzione di ugonotti” – denominati “il nemico interno” -, che prevedeva ogni genere di sopraffazione come le terribili “dragonnades”, oltre a restrizioni e conversioni forzate al cattolicesimo di bambini sottratti alle famiglie. C’è però da dire che nei decenni precedenti molte conversioni, specie di orfani, erano state ottenute letteralmente per fame, vedi il caso dell’adolescente Françoise d’Aubigné (la futura madame de Maintenon, seconda moglie segreta e morganatica dello stesso Luigi XIV nonché campionessa della devozione cattolica), di estrazione nobile ma ridotta alla mendicità sulle strade della Rochelle insieme ai fratelli più piccoli. Nel capitolo delle restrizioni erano pure ascritte le espulsioni degli ugonotti dalla magistratura, dall’esercito e dell’amministrazione pubblica, così come il divieto di esercitare le professioni liberali ed ogni attività concernente i libri e la loro pubblicazione; era proibito inoltre seppellire i defunti se non all’alba e al tramonto e ricorrere a levatrici non cattoliche, mentre i malati ricevevano incessanti visite da parte di giudici o di rappresentanti laici parrocchiali incitanti alla conversione. Le quali conversioni erano gestite da una apposita Cassa: ogni coscienza protestante guadagnata alla fede cattolica valeva 6 “livres”.

Nell’inverno del 1700 due diciassettenni appartenenti alla cosiddetta RPR, la “Réligion prétendue réformée”, erano sfuggiti alla “dragonnade” della città di Bergerac, in cui, secondo la prassi, la soldatesca si dedicava alla caccia, alla depredazione e alla violenza nei confronti dei protestanti (da notare che le “dragonnades” non erano prescritte ufficialmente: il ministro Louvois, grande promotore di tali azioni di convincimento, aveva raccomandato agli incaricati di non ordinare ai loro sottoposti alcunchè per iscritto). Jean Marteilhe e Daniel Legras volevano raggiungere a piedi l’Olanda, a quel tempo la terra promessa della loro confessione; smarrirono però il cammino nella foresta delle Ardenne e finirono in una piazzaforte, dove furono arrestati e condannati alle galere perpetue in quanto criminali di Stato. Di Legras non abbiamo più notizie ma Marteilhe, dopo dodici anni di servizio coatto sulle navi da guerra, avrebbe finalmente raggiunto Rotterdam e pubblicato nel 1757 i ricordi di una condizione di vita che presentava non poche analogie con la coeva tratta degli schiavi, a cominciare dallo smistamento e dalla distribuzione per nave, quando gli uomini erano esaminati come animali da mercato, quindi selezionati per classi, dal più robusto al più debole, per poi essere ripartiti in lotti da estrarre a sorte (da notare che proprio nel 1701 un accordo internazionale di asiento riconosceva il monopolio della tratta degli schiavi ad una compagnia francese). Marteilhe descrive senza enfasi eppure con straordinaria efficacia tutte le fasi della sua atroce esperienza, dal viaggio attraverso il Paese alla volta del porto di Dunkerque, in cui trovarono la morte gran parte dei compagni di sventura, alla vita in comune con centinaia di altri forzati (contrabbandieri, vagabondi, atei, ladri, contadini rivoltosi, disertori e prigionieri di guerra) disposti per banchi: in ogni banco – circa tre metri per poco più di un metro – cinque uomini remavano, dormivano e compivano ogni funzione fisiologica. Due volte a settimana i forzati provvedevano alle pulizie della nave, ma potevano essere obbligati a tale corvée sotto colpi di bastone anche per più giorni di seguito. I “galériens” imbarcati su navi da guerra impegnate di frequente in combattimenti – queste Memorie rappresentano inoltre un contributo importante per la storia della Marina – sottostavano ad una disciplina inumana e cruenta, le cui infrazioni pure minime ed involontarie erano punite, con una efferatezza ardua da riferire, anche personalmente dai comandanti; se feriti in battaglia, i forzati ricevevano uno straccio imbevuto di acquavite canforata per tamponare il sangue (talvolta i pochi chirurghi a bordo prestavano loro alcune cure), e morivano in gran numero “come mosche” nel fondo della stiva dove erano ammassati. Spesso uomini privi di sensi erano gettati in mare perché creduti già spirati. La perfezione dell’addestramento, ottenuta a così terribile prezzo, dava luogo non di rado ad una sorta di spettacolo ricreativo offerto dal comandante di turno a visitatori di riguardo; sulla nave ammiraglia ancorata, parata magnificamente, al suono di una piccola ma valida orchestra formata da musicanti a vario titolo condannati ai remi, gli ospiti saliti a bordo erano salutati all’unisono dai trecento galeotti componenti la ciurma (“chiourme”): ad ogni fischio consecutivo gli uomini dovevano alzare in sincronia l’indice della mano, poi un braccio, poi una gamba, e così via fino ad aprire la bocca, “gettarsi l’uno sull’altro” ed assumere “pose indecenti e ridicole”, ovvero “un esercizio in cui uomini, e quello che più è, uomini cristiani, sono trattati da bestie”. L’ultimo capitolo delle Memorie di Marteilhe è dedicato alle considerazioni su uso ed utilità proprio delle galere: onerose e largamente obsolete rispetto alle più leggeri e veloci navi da guerra inglesi e olandesi, comportavano inoltre l’enorme svantaggio rappresentato appunto dalla ciurma, “trecento uomini ed altrettanti nemici non aspiranti che a conquistare la libertà pure con la forza, per cui si è obbligati a ricorrere a maggiori precauzioni rispetto all’avversario da affrontare in battaglia”.

Dopo la sua liberazione, Jean Marteilhe si stabilì ad Amsterdam dove si sposò e, seguendo idealmente le orme della sua famiglia di mercanti di legno, vino e grano, entrò nel commercio e morì nel 1777 – all’età di 93 anni – in una cittadina della Gheldria. Le sue Memorie erano state scritte dietro le vive esortazioni di due pastori protestanti dedicati alla causa dei confratelli condannati ai remi per “causa di religione”.

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