17 febbraio 1977: la contestazione di Lama all’università La Sapienza

39 anni fa nell'Ateneo romano la traumatica contestazione al leader della Cgil. Un episodio che aiuta a capire meglio la nostra storia

Ci sono episodi e avvenimenti che, ricordati e analizzati a distanza di tempo, ci aiutano a leggere e a capire meglio la nostra storia recente. Infatti, spesso, si passa dalla soggettività all’oggettività e tante vicende, che nella quotidianità sembravano enormi, a distanza di tempo sono ridimensionate contestualmente all’evoluzione della società e della vita.

In un anno terribile, come il 1977 in Italia e in particolare a Roma, segnato dalla generalizzazione di un conflitto politico e culturale, che si ramificò in molti luoghi della vita sociale: dagli ambienti di lavoro alle scuole, oltre al terrorismo (erano gli anni di piombo) e alla violenza diffusa, ci fu un episodio singolare e dirompente a Roma: la contestazione e la cosiddetta “cacciata” dall’Università “La Sapienza” di Roma, del Segretario Generale della CGIL Luciano Lama, nel corso di una manifestazione sindacale, promossa unitariamente.

La vicenda fu considerata come un episodio minore: non ci furono infatti morti e solo qualche ferito, ma nella sostanza nessuno in maniera grave.

Tuttavia la portata simbolica dell’episodio, fu enorme, anche perché trasmessa e ritrasmessa massicciamente dai mezzi d’informazione, come giornali, riviste, radio e televisione, che ne amplificarono fortemente la diffusione. Occorre ricordare che il peso del sindacato, con la Federazione Cgil, Cisl, Uil era allora molto forte.

Ci furono inoltre anche alcuni antefatti, a quella “disgraziata giornata” del 17 febbraio 1977, che vanno raccontati, per capire il clima in cui avvennero fatti, scontri e contestazioni.

Il primo febbraio del 1977, all’Università di Roma,  accadde una grave provocazione: due giovani del Fuan, l’organizzazione giovanile del MSI (Movimento sociale italiano), entrarono nel perimetro universitario e  spararono. Due studenti di sinistra  rimasero feriti, Bellachioma e Mangone furono gli obiettivi della sparatoria. Il Movimento studentesco, già in mobilitazione contro la riforma del ministro dell’Istruzione Malfatti, volta a modificare la liberalizzazione dei piani di studio in vigore dal 1968, decise di occupare Facoltà dopo Facoltà, ne La Sapienza di Roma. Un fatto significativo che non accadeva dal 1968.

Il blocco della didattica  rese inagibile tutte le attività universitarie a La Sapienza. Una situazione rappresentativa, che poteva produrre processi analoghi in altre realtà di studio universitario, quindi si doveva tornare alla normalità nell’interesse primario degli studenti e dei docenti. Come fare? Quale soggetto deve prendere l’iniziativa? In quella situazione ci provarono Cgil, Cisl e Uil, che in quel periodo erano riunite in Federazione Unitaria, e decisero di indire una manifestazione con comizio, nel piazzale della Minerva all’interno de La Sapienza, affidando il discorso ufficiale, poiché l’aveva chiesto lui stesso, a Luciano Lama. Egli era il leader più autorevole dell’intero mondo sindacale italiano. Dal 1970 al 1986 fu segretario Generale della Cgil e quest’anno ricorre il ventennale della sua morte.

Gli obiettivi della manifestazione erano orientati, non solo alla fase del confronto con il Governo di solidarietà nazionale, o della “non sfiducia”, con l’astensione del Pci di Enrico Berlinguer, presieduto da Andreotti, ma anche a ristabilire l’agibilità allo studio e all’insegnamento nella cittadella universitaria. E c’era anche, un obiettivo non dichiarato dalla Cgil, cioè quello di non lasciare spazi a sinistra del sindacato, per non perdere una storica egemonia.

La mattina del 17 febbraio, verso le otto, già si erano formati due schieramenti in prossimità della piazza, dove si doveva tenere  la manifestazione: da un lato il servizio d’ordine della Federazione Unitaria (lavoratori edili e metalmeccanici, altri del pubblico impiego e dei servizi) e alcuni della Federazione del Pci, dall’altro lato i gruppi di giovani aderenti a posizioni extraparlamentari, e tra questi gli “indiani metropolitani” (l’ala cosiddetta creativa del movimento), i collettivi studenteschi e Autonomia Operaia, che sarebbero passati alla storia come “movimento del ’77”.

Il clima nella piazza della Minerva, verso le nove, si va scaldando con l’arrivo di molte persone: lavoratori di molte categorie dell’industria, statali, parastatali e comunali, oltre a studenti universitari. Da un lato i sindacalisti del servizio d’ordine attrezzano un “vecchio camion”, che deve servire da palco per il comizio e contemporaneamente iniziano la cancellazione delle scritte fatte nella notte, contro la presenza di Lama, sul piazzale delle Scienze (oggi, Aldo Moro). Tra queste scritte una: “I Lama stanno nel Tibet”.

Pupazzo_lamaNell’altro schieramento, gli “indiani metropolitani” montano su una scala, (di quelle da biblioteca con le ruote) nella parte più alta, e appendono un fantoccio con un cartello al collo, che doveva rappresentare il leader dei sindacati, con la scritta: “Nessuno l’ama”, e altri cartelli con giochi di parole simili, come “l’ama o non Lama”.

Aumenta intanto la tensione, fra cori, strilli, slogan ironici contro il sindacato e  il “compromesso storico”, e di contro slogan, dei lavoratori sindacalizzati, che rispondono: “Via, via la nuova borghesia”, “ Pariolini, pariolini”. Subito dopo si assiste a un ondeggiare continuo dei due schieramenti che spesso vengono a contatto e volano pugni, spinte, schiaffi, e tanti insulti reciproci. Tutto questo avviene a circa trecento metri dal palco, dove alle dieci è previsto il comizio, ma la piazza della Minerva è una sorta  di pentola a pressione, con tanti fori, e ogni foro rappresenta motivo di scontro e poi di calma apparente.

LAMA-ALLA-SAPIENZALuciano Lama, puntuale, inizia a parlare, mentre nel fondo della  piazza gli schieramenti avanzano e arretrano fra sassate, bastoni, cartelli di legno usati come clave, scambi di calci e pugni. Il comizio va avanti, ma l’attenzione a ciò che sostiene l’oratore è scarsa. La preoccupazione, forse di molti e dei tanti presenti, in quella piazza ridotta a un inferno, è soprattutto una sola: come finirà?

Per la verità, finisce bene il comizio di Lama, svolto per intero, sono le dieci e mezza, e subito dopo Vettraino, Segretario della Camera del Lavoro di Roma, al microfono, dice urlando: “Compagni, la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni”. Lama è uscito dall’Università, accompagnato dal servizio d’ordine del sindacato, senza problemi, e non come vorrebbe indicare la storica frase apparsa e sentita sui media come: la “cacciata di Lama dalla “Sapienza”. Niente di più falso. Ricordo, per inciso che Fabrizio De Andrè nella canzone “Coda di Lupo” citò la vicenda del comizio del Segretario della Cgil.

Terminato il comizio, nella piazza in tumulto si scompongono i servizi d’ordine, molti fuggono, altri cercano da fare da pacieri, c’’è chi piange. Alla Facoltà di Lettere dove era stato approntato una specie di pronto soccorso si fanno medicazioni, altri si vanno a far medicare al Policlinico.

Ma di fatti nel dopo comizio ne successero tanti, ma di casi gravi non furono segnalati, (si parlò di una sessantina di contusi da ambo le parti) anche perché molti preferirono evitare l’ospedale, per non incorrere in qualche denuncia. A mezzogiorno all’Università di Roma tornò la calma apparente, una calma apparente.

Nel primo pomeriggio, di quel 17 febbraio 1977, viene convocata una riunione straordinaria delle Segreterie Nazionali della Cgil, Cisl e Uil, per valutare l’accaduto al comizio della mattina alla “Sapienza”, presenti Lama, Macario (Cisl), Benvenuto (Uil) e i segretari sindacali di Roma. Viene proposta  una risposta del movimento sindacale romano, con una astensione dal lavoro, contro i fatti creati dai provocatori dell’Università. Silenzio, fra tutti i partecipanti alla riunione. Allora Macario (che aveva sostituito Storti da Segretario Generale Cisl) dichiara: “Sono d’accordo con la solidarietà a Lama, ma contro chi scioperiamo?”. Dopo qualche minuto di discussione, prendono la parola alcuni dirigenti confederali, per chiarimenti ed espressioni di solidarietà, e la riunione si scioglie senza prendere alcuna decisione. Così si chiuse la parte sindacale della manifestazione alla Sapienza.

Il Rettore dell’Ateneo Ruberti uscì dall’Università all’ora di pranzo, e nel pomeriggio arrivarono i primi reparti delle forze dell’ordine (carabinieri e polizia) con autoblindo,camion, jeep e pantere. Ci fu un timido tentativo di resistenza, ma la gran parte degli occupanti dell’Università era già andata via o fuggita. In serata la città universitaria era deserta.

Che cosa ha insegnato questa “disgraziata giornata” del 17 febbraio 1977? Per capirlo dobbiamo ricordare che il sindacato era un soggetto fortissimo, assai più di oggi, nessuno avrebbe immaginato che un gruppo di studenti estremisti potesse contestare un leader prestigioso come Luciano Lama, che era andato all’Università anche per affermare l’egemonia del movimento operaio organizzato sulle frange estremiste. Il fatto è che nessuno si aspettava quello che sarebbe successo. Invece accadde l’impensabile e rappresentò un segnale per i gruppi dell’autonomia.

Oggi, a trentanove anni da quella vicenda, si può dire con certezza, che quella fu l’apertura a una stagione di violenta contestazione e di terrorismo, piena di lutti nel nostro paese e in particolare a Roma, ma in molti non capirono in tempo che il vento stava cambiando.

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