2 novembre: 46° anniversario della morte di Pasolini

Dal Gramsci della letteratura nazional-popolare alle “Ceneri di Gramsci” del poeta friullano
Francesco Sirleto - 31 Ottobre 2021
“Non si riesce a intendere che l’arte è sempre legata ad una determinata cultura e civiltà, e che lottando per riformare la cultura si giunge a modificare il “contenuto” dell’arte, si lavora a creare una nuova arte, non dall’esterno (pretendendo un’arte didascalica, a tesi, moralistica), ma dall’intimo, perché si modifica tutto l’uomo in quanto si modificano i suoi sentimenti, le sue concezioni e i rapporti di cui l’uomo è l’espressione necessaria” (A. Gramsci, da Quaderni del carcere, Quaderno 21, Letteratura popolare).
“Uno straccetto rosso, come quello/ arrotolato al collo ai partigiani/ e, presso l’urna, sul terreno cereo,/ diversamente rossi, due gerani./ Lì tu stai, bandito e con dura eleganza/ non cattolica, elencato tra estranei/ morti: Le ceneri di Gramsci … Tra speranza/ e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato/ per caso in questa magra serra, innanzi/alla tua tomba, al tuo spirito restato/ quaggiù tra questi liberi.” (P. Paolo Pasolini, da Le ceneri di Gramsci, nell’omonima raccolta di poemetti).

Nell’imminenza del 46° anniversario della tragica morte di Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975), mi ha fatto un enorme piacere ricevere (non so bene per quali benemerenze letterarie o se, molto più semplicemente, per aver fatto visita alla sede di Casarsa del Centro Studi PPP in occasione del mio pellegrinaggio sulla tomba dell’artista e scrittore, nel cimitero della cittadina friulana, nel 2018) un invito a partecipare ad un Convegno che si terrà a Casarsa delle Delizie il 6 e 7 novembre prossimi. Il tema del Convegno è di quelli atti a suscitare la non appassita curiosità di un anziano cultore di storia patria e di “letteratura e vita nazionale”, quale io molto immodestamente mi reputo: reca infatti, a mo’ di titolo, le parole Con te, contro di te, il Gramsci di Pasolini, ed è curato da Paolo Desogus, docente di letteratura italiana alla Sorbona di Parigi. L’obiettivo dichiarato dell’incontro, al quale parteciperanno specialisti di letteratura, linguistica, storia, nonché scrittori e giornalisti, è quello di indagare sull’influenza che la figura e l’opera di Gramsci ha avuto sulla produzione pasoliniana. Già nelle parole del titolo (“Con te, contro di te”) vengono evocati quegli oscuri e contraddittori sentimenti che il poeta friulano manifestava, con ansia e senso di colpa mescolati all’amore e alla venerazione da lui riservati al pensatore sardo, e che egli così esprimeva, in versi, nella quarta parte del poemetto Le ceneri di Gramsci: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere;/ del mio paterno stato traditore/ – nel pensiero, in un’ombra d’azione -/ mi so ad esso attaccato nel calore/ degli istinti, dell’estetica passione;/ attratto da una vita proletaria/ a te anteriore, è per me religione/ la sua allegria, non la millenaria/ sua lotta: la sua natura, non la sua/ coscienza; è la forza originaria/ dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,/ a darle l’ebbrezza della nostalgia,/ una luce poetica: ed altro più/ io non so dirne, che non sia/ giusto ma non sincero, astratto/ amore, non accorante simpatia …”.

Il poemetto è del 1954, sebbene esso sarà pubblicato, all’interno della raccolta omonima, nel 1957, due anni dopo la pubblicazione e l’inaspettato successo del romanzo Ragazzi di vita, accolto quest’ultimo da polemiche e critiche feroci (provenienti da destra e da sinistra), seguite da un sequestro giudiziario per oscenità e da un processo che si concluse con un’assoluzione piena. Ma il 1954 è anche l’anno nel quale lo scrittore, trasferitosi dalla “borgata beduina” di Rebibbia (via Giovanni Tagliere 3) alla bella casa medio borghese di via Fonteiana nel quartiere di Monteverde, comincia a farsi un nome negli ambienti letterari e cinematografici, a migliorare sensibilmente il suo tenore di vita, a frequentare ambienti intellettuali legati a quel partito, il PCI, che pochi anni prima, in un paesino della campagna friulana, lo ha espulso per “indegnità morale”, costringendolo a trasferirsi con la madre Susanna a Roma, prima in una stanza in affitto di piazza Costaguti e poi, dopo qualche mese, in una lontana “borgata tutta calce/ e polverone, lontano dalla città/ e dalla campagna, stretto ogni giorno/ in un autobus rantolante:/ e ogni andata, ogni ritorno/ era un calvario di sudore e di ansie” (da Il pianto della scavatrice). Ed è proprio in contatto con quell’umanità, sottoproletaria, fatta di uomini e di ragazzi “ridenti e sporchi”, “allegri e feroci”, un’umanità di “giovani invecchiati tra i vizi di chi ha una madre dura e affamata”, non ancora “educata” alla lotta di classe per il cambiamento in senso socialista della società borghese, ma dispersa in una realtà “umile e sporca, confusa e immensa, brulicante nella meridionale periferia”, che Pasolini, “povero come un gatto del Colosseo”, ha conosciuto nel profondo e si è innamorato visceralmente della “stupenda e misera città”; quella città nella quale egli ha imparato “le piccole cose in cui la grandezza della vita si scopre”, come, ad esempio, “andare duri e pronti nella ressa delle strade; rivolgersi ad un altro uomo senza tremare … a difendermi, a offendere, ad avere il mondo davanti agli occhi …, a capire che pochi conoscono le passioni in cui io sono vissuto; che non mi sono fraterni, eppure sono fratelli proprio nell’avere passioni di uomini”; stupenda e misera città “che mi hai fatto fare esperienza di quella vita ignota: fino a farmi scoprire ciò che, in ognuno, era il mondo”.

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E’ la realtà, umana e sociale, pre-industriale e pre-capitalistica – restia a farsi inquadrare, irreggimentare, guidare da un partito che, gramscianamente, si propone come “moderno principe” e “intellettuale collettivo”, come strumento di trasformazione storico-sociale – che Pasolini, dopo averne appreso il linguaggio e le dure abitudini di vita, descrive, con la più intensa partecipazione, prima letterariamente, in Ragazzi di vita e in Una vita violenta e, subito dopo, attraverso immagini cinematografiche in Accattone, Mamma Roma, La ricotta. Una realtà che, dopo appena un decennio, sarà spazzata via, nella sua essenza e nella sua diversità, da quel grande e inarrestabile fenomeno, indotto dallo “sviluppo” impetuoso di un’economia capitalistica che trasforma tutti gli uomini in “consumatori” ossessivi e patologici, per la cui definizione Pasolini adopererà abitualmente il termine “omologazione” e, negli ultimi mesi prima di morire, addirittura la parola “genocidio”. A tale proposito ritengo utile, per comprendere la differente e contrastante prospettiva dalla quale l’artista osserverà i cambiamenti avvenuti, a partire dalla metà degli anni sessanta, nel mondo delle borgate romane, andarsi a rileggere alcuni degli articoli raccolti nel volume Scritti corsari (1975), come ad esempio Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, L’articolo delle lucciole, Il genocidio.

Ma, per ritornare al rapporto Gramsci-Pasolini, un rapporto che nasce e si sviluppa soprattutto negli anni Cinquanta, non c’è dubbio che esso, almeno per quanto riguarda la realtà sociale nella quale il poeta è immerso “fin nelle buie viscere”, ruota intorno alla contraddizione tra, da una parte, la “luce” intellettuale della “necessità” della giustizia, del riscatto sociale e culturale, dell’educazione delle masse anarchiche e individualiste che costituivano il sottoproletariato delle borgate, dall’altra la celata volontà di preservazione di arretrati modelli di vita e di comportamento che, a giudizio di Pasolini, per la loro “purezza”, ingenuità, “ardore sensuale e sentimentale” (sopravvivenze di una civiltà pre-industriale e pre-consumistica, forme paragonabili a quella civiltà contadina, a quell’umile Italia da lui ben conosciuta e amata durante le sue vacanze estive nella campagna friulana), facevano sì che quei ragazzi e quegli uomini vivessero in una sorta di felicità e di libertà, di “oblio accorante”. Una felicità che, a livello dei rapporti personali, lo stesso Pasolini condivideva in maniera vitale; come scrive Enzo Siciliano nella sua Vita di Pasolini: “Fra i veri ragazzi di vita ha allacciato legami duraturi – sono gli amici che chiamerà sul set di Accattone, di Mamma Roma, di La ricotta, del Vangelo; sono gli amici che talvolta lo accompagnano in trattoria con scrittori e intellettuali; sono gli amici con cui gioca a pallone appena può. Sono i ragazzi, insomma, coi quali compensa le proprie esigenze di solidarietà maschile. Li ricerca per la creaturalità del loro spirito; l’estrosa sapienza verbale di un Citti, l’elasticità muscolare di un Ninetto Davoli”. Una realtà, questa dei ragazzi di vita delle borgate, di cui Pasolini già presagiva l’annientamento ad opera dell’incalzante industrializzazione del Paese, e della conseguente omologazione consumistica.

E tuttavia, a prescindere da questa consapevole (e lucidamente avvertita) contraddizione che si manifesta sotto il profilo storico-sociale, il pensiero gramsciano riesce ad influenzare, in un modo o nell’altro, tutta la produzione artistica pasoliniana, così come la sua attività di organizzatore culturale. La necessità di un’interpretazione e di un’applicazione non ortodossa (cioè non condizionata dalle esigenze di partito) delle categorie estetiche gramsciane è alla base, ad esempio, della sua decisione di dar vita alla rivista bolognese di poesia Officina (il primo numero è del 1955), alla redazione della quale partecipano intellettuali quali Francesco Leonetti, Roberto Roversi, Franco Fortini, Angelo Romanò, Gianni Scalia, Fabio Mauri.

Inoltre, a conclusione del presente articolo, non si può tacere come l’influsso gramsciano condizioni fortemente anche l’approccio pasoliniano allo studio e all’interpretazione della poesia dantesca. Pasolini, convinto, gramscianamente, che l’arte e la letteratura dovessero rappresentare la vita e il modo di esprimersi delle classi subalterne – così come il loro radicamento nelle tradizioni rurali e religiose, ma anche e soprattutto le loro istanze di cambiamento e di riscatto – vedeva nello sperimentalismo e nelle contaminazioni tra linguaggio “alto” (quello delle èlites del potere, degli intellettuali, della scienza e della religione) e linguaggio “basso” (quello delle classi umili, del proletariato e, nella concreta situazione della periferia romana, del sottoproletariato), una specie di riproposizione del problema che già Dante, a suo tempo, aveva affrontato e risolto, in maniera esemplare, nella sua Commedia. Dante veniva quindi assunto come modello per un rinnovato impegno degli intellettuali degli anni Cinquanta a svolgere una funzione di “rappresentazione” del popolo, così come auspicato da Gramsci nei suoi Quaderni del carcere, in vista della creazione di una letteratura nazionale e popolare; qualcosa che in Italia, secondo il pensatore sardo, non si era ancora sviluppata.

In conclusione, credo sia un’eccellente iniziativa, da parte del Centro Studi Pasolini di Casarsa, celebrare l’anniversario della tragica morte del poeta organizzando questo Convegno sui suoi molteplici rapporti con il pensiero di Antonio Gramsci, del quale ricorre, quest’anno, il 130° anniversario della nascita.  Almeno in quella sede non si discuterà, per l’ennesima volta, sul mistero ancora irrisolto della sua scomparsa, avvenuta all’Idroscalo di Ostia nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, ma ci si dedicherà all’approfondimento di un aspetto fondamentale della sua complessa e ancora, per molti versi, inesplorata opera.

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