

Si è concluso, all'Auditorium, il Festival della Filosofia dedicato all'anno della contestazione giovanile
Domenica sera si è chiusa, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, la terza edizione del Festival della Filosofia. Sotto la direzione di Giacomo Marramao e Paolo Flores d’Arcais, la manifestazione si è svolta dal 17 al 20 aprile. Quest’anno il programma, dal titolo elequente, “Sessantotto. Tra pensiero e azione”, era dedicato al periodo storico della contestazione giovanile studentesca.
Tavole rotonde, lectio magistralis, confronti a due, sullo stile delle controversie medievali, eventi speciali, dibattiti, una rassegna cinematografica, caffè filosofici, varie mostre, tra cui, quella di Fabio Mauri, e iniziative per le scuole. Tutto questo nei quattro giorni di full-immersion nei quali, studiosi, sia italiani che stranieri, filosofi, storici, politologi, sociologi, molti protagonisti di quegli avvenimenti, esponenti del mondo dell’arte e della cultura, come Bernardo Bartolucci, Eugenio Scalari ed Ettore Scola, si sono avvicendati.
Nella serata conclusiva, svoltasi nella Sala Santa Cecilia, si è consumata una tavola rotonda sulla “battaglia di Valle Giulia” del primo marzo 1968, quando migliaia di studenti si scontrarono con le forze della polizia alla Facoltà di Architettura de La Sapienza. I partecipanti al dibattito dal titolo “Valle Giulia, frammenti di uno scontro di classe”, condotto dal vicedirettore di Radio Rai tre, Marino Sinibaldi, sono stati: Ennio Di Francesco, Massimiliano Fuksas, Claudio Petruccioli, Franco Piperno e Lidia Ravera.
Lo spunto lo ha dato Ascanio Celestini che ha letto la famosa poesia di Pasolini “Il Pci ai giovani”. Una prosa molto contestata allora e che ancora oggi fa discutere, perché il grande poeta-regista si schierò, all’epoca dei fatti, dalla parte dei celerini, veri rappresentanti del popolo, della gente povera, mentre sull’altro versante c’erano i figli di papà, della borghesia: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. […] e voi amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri”.
Il primo intervento è stato quello di Franco Piperno, professore associato di Fisica della materia presso l’Università della Calabria. Piperno ha vissuto da protagonista il movimento studentesco del Sessantotto ed è stato fondatore e leader di “Potere Operaio”, insieme a Toni Negri e Oreste Scalzone. Di recente è stato assessore alla Cultura del comune di Cosenza. Per lui quello di Pasolini è stato un discorso un po’ ipocrita, perché non si è posto il problema che vengono usati sempre i figli del popolo per fare i poliziotti.
Ennio Di Francesco, ex-ufficiale dei carabinieri ed ex-dirigente della Polizia di Stato, tra i promotori, nei primi anni ’70, del “Movimento democratico di Polizia”, contesta l’immagine stereotipata del celerino come colui che picchia con il manganello. Molti ragazzi si arruolano per un pezzo di pane. E non esiste neanche il funzionario che sta dalla parte del padrone.
«Eravamo in duemila – racconta Franco Piperno (Università della Calabria), fondatore e leader di “Potere Operaio” insieme a Toni Negri e Oreste Scalzone – armati di arance, pomodori e uova. I poliziotti hanno risposto con i manganelli».
Anche l’architetto Massimiliano Fuksas racconta quei giorni, quando lui era nella Facoltà di Architettura. Per Claudio Petruccioli, Presidente del Consiglio di Amministrazione della Rai, i tempi sono cambiati; quelle cose difficilmente succederebbero ancora.
La più battagliera tra i partecipanti è stata Lidia Ravera, scrittrice e giornalista: «Irriducibili morali: questo è il sessantotto – dice – Critici e cittadini responsabili. Io vorrei vedere i giovani in piazza contro la loro condizione: precari senza casa. Un nuovo sessantotto, sì, ma fatto dai ventenni. Adesso tocca a loro».
Significativo il contributo registrato di Michele Placido. L’attore e regista a quel tempo era un celerino: «Era più giusto stare dall’altra parte – confessa – Conoscevo anche alcuni studenti. Per me il sessantotto è stato un movimento straordinario. Mi sento come un reduce, con la voglia di fare sempre qualcosa. Vorrei che il mio film (Il grande sogno, in lavorazione, dedicato al 1968, n.d.r.) sia guardato dai giovani».
Chissà cosa è rimasto di quel movimento di libertà, di quella collettiva tribale fuga da casa, di quella rivolta generazionale: «Per certe cose si sta tornando a prima del sessantotto – conclude Lidia Ravera – Basta pensare alla legge 194, sull’aborto».
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