39 (fame da morire)

Un macigno sull’anima
di Giulia Ricci - 30 Novembre 2009

Ultima serata per lo spettacolo "39 (fame da morire)" quella di domenica 29 novembre 2009 al Teatro Accento, via Gustavo Bianchi.

Per la regia di Pascal La Delfa, di Shara Guandalina, la pièce è stata Patrocinata dall’ Assessorato alle Politiche educative scolastiche, della Famiglia e della gioventù del Comune di Roma.

A salire sul palco, le tematiche dell’anoressia e bulimia portate in scena in maniera originale e toccante dalla stessa autrice Shara Guardalini, la quale interpreta più personaggi che ruotano attorno alla vita di una ragazza colpita da disturbi alimentari.

Indifferenza, incapacità di fermarsi e ascoltare, di voltarsi per guardare meglio, mettere a fuoco lo sguardo per accorgersi che qualcosa non va, per agire e non soltanto ricordare una ragazza che non mangia più, e se lo fa si sente sporca e rigetta tutto quello che ha mangiato, getterebbe anche il cuore nel bagno se non fosse che lo ha dimenticato, calpestato, shiacciato dal peso del desiderio di sparire.

Questa ragazza è in mezzo alla gente, eppure è sola, piegata su se stessa, concentrata sulla sua inadeguatezza costantemente celata agli occhi di chi fissandola crede di vederla; invece quella degli altri è solo distrazione, generata dalla quotidianità di gesti che si nascondono dietro parole ingannatorie come “dieta” e “magrezza”.

Ma la categoria “gli altri” comprende anche la madre, l’amica, persone che sono tanto vicine quanto lontane, che non sospettano, che non si fermano, che non si voltano per mettere a fuoco quello sguardo complicato, difficile da decifrare a prima vista.

Così lo spettacolo va avanti, ascoltando testimonianze cieche di personaggi che parlano e annaspano in immagini mai viste di una sofferenza a loro estranea e si ha la sensazione che la profondità dell’argomento venga a tratti toccata per poi risalire al sicuro in superficie.

Alla fine della storia, in un momento di apnea a parlare è proprio chi ha in sé quel dolore, è la ragazza che quando si sente vuota si riempie di altro vuoto per sentirsi inconsistente, per poter volare leggera e sentirsi protagonista del suo dramma, fino a sognare di scomparire nel cielo e dissolversi.

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Se solo un paio di occhi la avessero osservata e un cuore le avesse ricordato che lei è amata, magari quella ragazza avrebbe colmato il suo corpo di vita e quei 39 chili sarebbero diventati molti di più.

Lei che con il suo silenzio urlava: sto morendo di fame!!

E quella fame non era altro che bisogno di sentirsi amata.

Detto questo sarebbe troppo facile dare solo la colpa agli altri per un dolore che diventa insopportabilmente pesante, ma lo spettacolo “39 (FAME DA MORIRE) non cerca né colpevoli né alibi; racconta piuttosto di un dato di fatto frequente nella società e il messaggio che arriva è quello di scuotere la coscienza per essere più consapevoli e attenti a chi ci circonda.


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