A Santa Sabina all’Aventino con Omnia Urbes

Una visita guidata dentro la storia di una Roma diversa, ma non meno affascinante
Olga Di Cagno - 29 Ottobre 2020

Un inverno freddo, senza vita, apportatore di caos, così viene spesso definito il Medioevo: tempo di barbarie, di disfacimento della civiltà. Non qui è il caso di lanciarsi un una strenua difesa dei tempi che portarono la civiltà europea dallo splendore della grande Roma Imperiale ad intessere quei rapporti che ne hanno connaturato il divenire nel corso dei secoli.

Il Medioevo, comunque, è più complesso, articolato e per alcuni aspetti affascinante di quanto una certa narrazione giornalista e modernista voglia far credere. Roma, poi, durante i circa mille anni che scandirono l’Evo di Mezzo attraversò periodi di decadenza (innegabili) ma anche momenti nei quali le arti e gli uomini illuminarono nuovamente i propri tempi.

Oggi la Città Eterna, splendente tra l’Impero e il Rinascimento, imponente tra il Barocco ed il Classicismo, all’avanguardia tra il razionalismo e l’ingegneria avveniristica, sembra non aver mai vissuto nel Medioevo. Eppure, è grazie ai numerosi passaggi che la Storia ha lasciato sul terreno della capitale che oggi Roma è così affascinante.

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C’è un luogo, un colle in particolare sul quale sembra che la modernità non sia apparsa: l’Aventino! Oltre gli antichi cippi sacri della prima Roma ma dentro i confini di quella cristiana.

Salire sull’Aventino significa ancora oggi poter godere di un passaggio nel tempo, significa poter ammirare e non solo immaginare una Roma diversa.

Spiegare, narrare, coinvolgere le persone in questo percorso è un’impresa impegnativa ed affascinante che, si spera, sia riuscita alla scrivente nel corso dell’ultima visita svolta con l’Associazione Culturale Omnia Urbes presso la basilica di Santa Sabina all’Aventino (naturalmente avendo rispettate tutte le misure e le normative per prevenire il contagio del Covid-19).

Santa Sabina all’Aventino: una basilica paleocristiana che vede nella tarda antichità far emergere la sua importanza (quasi una fortezza a difesa dell’Urbe), successivamente dopo il Mille aumenta la sua rilevanza fino a divenire sede di un conclave ed accogliere all’interno delle sue mura il fondatore di uno tra i più colti e potenti ordini religiosi: i Frati Predicatori di San Domenico appunto.  Viene rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, in particolare da Domenico Fontana e da Francesco Borromini (tra le personalità più fulgide del panorama mondiale dell’architettura barocca) fino ad arrivare ai restauri di Antonio Muñoz che negli anni ’30 del secolo precedente ripristinano struttura e spazialità originale o almeno tentano di farlo.

Appena giunti sul piazzale ed iniziato ad ammirare la struttura templare le murature acquistano importanza e traportano in tempi passati: possanza, fascino, grandiosità, storia ed emozione, questi i componenti percepiti durante la visita guidata anche grazie al preziosissimo contributo di Padre Philippe Wagner, rettore della basilica.

Una visita intima, nel pomeriggio che si addentra verso l’imbrunire, condivisa con un gruppo di soci (ormai diventati amici) appassionati di Roma e della sua storia, consapevoli di essere discendenti di quel popolo e di quegli uomini che resero magica e grandiosa la Città.

Una visita intensa, alla scoperta e riscoperta di una tra le più grandiose basiliche paleocristiane di tutta la cristianità, innalzata agli inizi del V secolo d.C., sul luogo della sepoltura della Santa eponima, realizzata riutilizzando frammenti architettonici del tempio di Giunone Regina (una donna, regina degli dei, pagana, che rende la sua casa ad un’altra donna, nobile cristiana in una sorte di continuità tutta femminile).

Una visita emozionante davanti la scena della più antica raffigurazione della Crocifissione, la prima in assoluto (nella formella in alto a sinistra della porta lignea anche essa del V secolo); davanti alla ricostruzione del presbiterio del IX secolo, dove sulle lastre marmoree decorate a motivi vegetali, animali e della simbologia cristologica è ancora possibile sentire l’ispirazione di un’unità cristiana europea (nel IX secolo eravamo in piena epoca carolingia); davanti alla cosiddetta pietra del Diavolo, la lapis Diaboli come era chiamata, legata alla memoria di San Domenico (che qui visse e che trasformò nella sua casa generalizia).

Descrizioni tecniche alternate a racconti di aneddoti al limite tra il sacro e la superstizione, disamine di elementi decorativi intervallate da curiose e pertinenti domande sulle varie fasi evolutive, comunitarie spiegazioni intervallate a silenzi personali.

Quando ormai le ombre si erano addensate in una calda serata romana il Giardino degli Aranci, addossato alla basilica ha accolto tutti invitando i presenti ad affacciarsi alla sua terrazza e godere di quello splendido ed unico panorama che solo la vista su Roma può offrire.

Trascorso questo tempo diverso, strano, isolato, altre viste, altre emozioni saranno proposte da Omnia Urbes e per sapere delle future novità basterà seguire le pagine Facebook dell’associazione.


Commenti

  Commenti: 2


  1. Complimenti ad Olga Di Cagno per il suo articolo, dotto ed esaustivo come sempre.
    Permettetemi però una considerazione: cara Olga quanto mi mancano, soprattutto in questi tempi così difficili da vivere, le visite fatte dal nostro gruppo in questi posti che trasudano arte, cultura, memoria di un grande passato e…magia!


    • Grazie! Santa Sabina è una dei miei luoghi d’elezione!
      Non vedo l’ora di riprendere i nostri incontri e le nostre uscite e già pregusto la prossima.

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