Alla Sapienza un ricordo di Aldo Moro

Il 31 marzo 2009 gli studenti della Facoltà di Scienze della Comunicazione

1- Da sinistra Sandro Provvisionato, Ferdinando Imposimato, Michele Prospero, il Dott. Lanchester, Ivo Mej.

Il 31 marzo 2009 gli studenti della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università la Sapienza hanno ripercorso un pezzo importante della storia d’Italia, ossia i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro e il suo tragico epilogo. Lo hanno fatto attraverso i libri “Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice” di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato e “Moro rapito! Personaggi, testimonianze, fatti” di Ivo Mej, in occasione dell’appuntamento settimanale della rassegna letteraria Martedì d’autore in cui i due testi sono stati presentanti dai rispettivi autori.

Sul palco del Centro congressi della facoltà le voci degli scrittori si sono alternate nella serata in ricordo di uno dei più importanti personaggi e di una delle vicende più oscure e controverse della storia recente del Paese.

E proprio di questo si occupa il libro “Doveva morire”, in cui Ferdinando Imposimato, all’epoca dei fatti giudice dei primi tre processi relativi alla vicenda, e il giornalista Sandro Provvisionato cercano di illustrare e dimostrare la reale linea politica che il governo italiano aveva scelto di seguire. In base ad approfondite ricerche sui documenti, alcuni già conosciuti altri scoperti durante la stesura del libro, infatti i due autori criticano la presunta linea della fermezza sempre sostenuta dal potere politico e in base alla quale non si poteva e non si doveva cedere in nessun caso ai ricatti e alle richieste dei brigatisti. Al contrario l’ex magistrato e il giornalista sostengono nel loro libro che «in verità quella seguita dal governo fosse la linea dell’immobilismo, con cui si intendeva bloccare ogni iniziativa volta a ritrovare e liberare il presidente della Democrazia Cristiana, e la volontà di escludere dalle indagini le forze dell’ordine». Nel libro infatti vengono citati molti episodi in cui Moro poteva essere salvato e molti casi di gravi negligenze, mentre invece nelle stanze del potere si tramava affinché polizia e carabinieri rimanessero immobili. E’ il caso ad esempio, tanto per citarne uno, dei numerosi ordini di cattura e mandati di perquisizione nei confronti di sospettati che l’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga fece sospendere, nonostante questo fosse un compito che non gli spettava, sostenendo che questo avrebbe potuto mettere in pericolo la vita dello stesso Moro.

«La strategia della fermezza insomma – dice il presidente onorario della Corte di Cassazione – era una strategia finalizzata a salvare lo Stato e per questo celava dietro di sé quella dell’immobilismo».

I due autori non fanno sconti e non risparmiano nemmeno la stampa che «a quel tempo – continua Imposimato – ha avuto un ruolo fondamentale per aver accreditato tutte le “balle” che venivano diffuse direttamente dal Viminale».

Proprio alla stampa è dedicato l’altro libro presentato nel corso della serata da Ivo Mej, giornalista de La7 che affronta la questione Moro dal punto di vista della comunicazione, analizzando il definitivo cambiamento del giornalismo in Italia a partire dal 16 marzo 1978.

«Negli anni 70 – spiega l’autore – la stampa italiana era ancora bambina, puerile. Basti pensare che il giornale con la maggiore foliazione in quel periodo era La Repubblica con 24 pagine. Con il caso Moro però appare definitivamente abbandonata la legge primaria del giornalismo, vale a dire la verifica delle notizie. Nessuno durante quei 55 giorni ha verificato mai i comunicati, nessuno ha verificato mai i le notizie che provenivano dal Viminale».

In “Moro rapito!” infatti l’autore traccia il percorso, o meglio la strada tutta in discesa che il giornalismo italiano prese da quel momento in poi, «non solo perché è rimasto completamente succube del potere politico – conclude Mej – ma anche perché secondo me dopo il sequestro e l’assassinio del presidente della DC si è perduta per sempre la possibilità di fare del giornalismo all’anglosassone in Italia».

Una serata dunque utile soprattutto alla platea di giovani, molti dei quali futuri giornalisti, che poco e male conoscono di questa vicenda e dell’uomo Moro che, proprio per questo, vogliamo ricordare così: «Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi». (Aldo Moro)

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