All’Aranciera di San Sisto, omaggio alla moda e al grande schermo

Con la mostra “Il vestito del Cinema – Dalle sorelle Fontana…” in programma dal 18 al 30 ottobre 2011
Enzo Luciani - 20 Ottobre 2011

Dal 18 ottobre 2011, in occasione del prossimo Festival Internazionale del Film di Roma, prende il via la mostra “Il Vestito del Cinema – Dalle sorelle Fontana…”, in programma fino al 30 ottobre e visitabile tutti i giorni, con ingresso libero, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00 e la domenica dalle 11.00 alle 18.00.

L’esposizione, ideata e realizzata dalla MMG – Multimediagrandimmagini in collaborazione con la Fondazione Micol Fontana e con la C.O.D.E. Agency, racconta il forte legame fra il mondo della moda e quello del cinema attraverso la sapiente creatività di un nome, quello delle sorelle Fontana, che continua a essere un segno tangibile dello stile italiano nel mondo.

Concepita per sezioni cronologiche in cui saranno esposti anche bozzetti, disegni, lavori inediti, fotografie e riviste dell’epoca, così come spezzoni di pellicole che hanno fatto la storia del grande schermo e filmati-reportage in bianco e nero, la mostra – patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MIBAC), dalla Regione Lazio, dal Consiglio Regionale del Lazio, da Roma Capitale e dalla Provincia di Roma – si propone di dare ampia lettura del lavoro svolto dalle tre sorelle originarie di un paesino della provincia di Parma che hanno avuto il merito di portare l’alta moda “Made in Italy” sui mercati internazionali.

A far da palcoscenico all’esposizione la splendida cornice dell’Aranciera di san Sisto (Via di Valle delle Camene, 11), uno spazio raffinatissimo dal sapore squisitamente antico, una location ideale allestita egregiamente con l’obiettivo di raccontare il fermento creativo che ha caratterizzato l’atelier fin dai suoi primi passi e rappresentato una pagina importante per il nostro Paese, presentando alcuni tra i modelli più esclusivi firmati dalla maison e gli abiti più celebri della storia del cinema realizzati per le grandi attrici nazionali e internazionali degli anni della Dolce Vita.

Uno dopo l’altro si impongono all’attenzione dello spettatore il vestito da sera in crépe di lana e seta nera realizzato per Liz Taylor (1954), l’abito-redingote di linea “talare” in tessuto di lana-seta nera con profili e bottoncini rossi, detto anche “il pretino”, realizzato nel 1955 per Ava Gardner, quello in taffetas di seta e tulle color bianco ghiaccio con scollatura a cuore e linea a “sirena” disegnato nel 1950 per Rita Hayworth, quello bianco ghiaccio e rosa pallido in tulle pieghettato e delicati motivi ricamati con paillettes cannette e cristalli di Boemia creato per Audrey Hephburn (1953), quello in raso di seta verde-acqua a due tonalità di colore realizzato per Ava Gardner (1954) e infine l’abito lungo da gran sera in velluto di seta nero con ricamo “Nodo d’amore”, creato per il film Le amiche firmato da Michelangelo Antonioni nel 1955.

In questo antico semenzaio romano, in cui rigogliose piante continuano a raccontarne la storia, la mano sapiente dell’Architetto Maria Grazia Perna è riuscita a ricreare l’atmosfera, essenziale ed elegante allo stesso tempo, degli anni ’40, quando Zoe, Micol e Giovanna decisero di raggiungere la Città Eterna, che dopo il periodo buio della Guerra stava per diventare la Hollywood sul Tevere, e a far rivivere allo spettatore, attraverso l’allestimento curato, le emozioni delle sfilate all’Atelier Fontana. Il risultato finale è un infinito inno alla femminilità, un’atmosfera aristocratica e selvaggia allo stesso tempo, proiettata in un ambiente in cui la donna e gli abiti riescono a muoversi con naturalezza e grande ricercatezza.

“Lavorare nel cinema è stata un’esperienza meravigliosa e molto interessante”, ricorda ancora oggi Micol Fontana. “Mi piaceva ascoltare le loro discussioni su come recitare e girare una determinata scena. Sai le dive del cinema, quelle per cui ho creato abiti, se prese singolarmente sono delle persone incantevoli, ai ricevimenti quasi delle estranee. Qui, nel mio laboratorio, quando si svestivano era come se si togliessero anche la maschera che il mondo dello spettacolo vuole che indossi. Mi raccontavano delle loro paure, delle loro più intime emozioni, e le mie creazioni parlavano anche di questo”.


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