All’Eliseo grande successo della pièce di Ronald Harwood messa in scena da Luca Zingaretti

Il patto con il diavolo Adolf e la “Torre d’avorio” di Wilhelm Furtwaengler. Ottima l’interpretazione di Zingaretti e di Massimo De Francovich

“Il Terzo Reich non è riuscito a produrre una sola opera d’arte, una sola costruzione di pensiero che fosse almeno in condizione di soddisfare al modesto requisito liberale di un certo grado di decoro o di livello intellettuale. La distruzione di ogni spirito d’umanità e la conservazione dei beni culturali erano altrettanto poco compatibili fra loro come la costruzione dei rifugi antiarei e la protezione dei nidi delle cicogne, e la cultura rinnovata e messa a punto per la lotta presentava, fin dal primo giorno, l’aspetto che le città avrebbero assunto nel loro ultimo, e cioè quello di un mucchio di macerie …” (T. W. Adorno, da “Minima moralia”).

Abbiamo assistito, sabato 2 marzo 2013 all’Eliseo, ad un bello esempio di “teatro civile” – quel teatro cioè che si misura con la storia e con i suoi drammi e dal quale è possibile trarre insegnamenti di carattere etico – con la messa in scena, per la regia di Luca Zingaretti, del testo di Ronald Harwood “La torre d’avorio”.

La pièce, interpretata da due animali da spettacolo quali lo stesso Zingaretti (nei panni del maggiore Arnold, inquisitore incaricato della nazificazione della cultura nella Germania occupata dagli Alleati del 1946) e Massimo De Francovich (nei panni del celebre direttore d’orchestra Wilhelm Furtwaengler, accusato di essersi posto al servizio del regime, fornendogli una legittimazione nel mondo dell’arte), ha riscontrato un ampio e meritato successo nel pubblico, assai numeroso, presente in sala.

Il nocciolo della vicenda rappresentata è sintetizzato nel seguente quesito: era possibile, per gli intellettuali tedeschi (almeno per i molti, tra loro, che amavano la libertà della ricerca scientifica, del pensiero filosofico e dell’arte, e non intendevano in alcun modo rinunciarvi), negli anni che videro l’ascesa di Adolf Hitler e del nazismo al potere assoluto, opporsi in qualche modo alla barbarie e all’oppressione? Molti, infatti, manifestarono il loro dissenso pubblicamente e, dopo essere stati minacciati, o arrestati, o addirittura spediti nei lager, trovarono salvezza nell’esilio, dal quale non smisero, attraverso le loro opere, di combattere il regime nazista.

Letterati come Thomas Mann e Bertolt Brecht, scienziati come Einstein e Oppenheimer, pensatori come Adorno e Horckheimer, musicisti come Schoenberg e Hindemit e tanti altri (furono migliaia, e non soltanto ebrei o d’origine ebraica), pur amando la terra d’origine, il suo grande patrimonio culturale e le sue grandi e mirabili istituzioni, non esitarono ad allontanarsene e, allo scoppio del conflitto, si impegnarono con tutte le loro energie affinché quella Germania, da essi tanto amata, fosse alla fine sconfitta; condizione indispensabile, quest’ultima, per il ritorno alla libertà in patria e per la pace e la sicurezza del mondo intero.

Non tutti, però, scelsero la strada dell’esilio. Alcuni, anche grandissimi, trovarono conveniente venire a compromessi con il regime, rimanendo nei loro incarichi di grande prestigio nelle università (ad esempio il filosofo Martin Heidegger, rettore a Monaco), in istituti di ricerca scientifica (ad esempio il fisico Werner Heisenberg, al quale fu data la direzione del programma che avrebbe dovuto condurre alla costruzione dell’arma atomica tedesca) o in celeberrime istituzioni artistiche (ad esempio il musicista Wilhelm Furtwaengler, direttore della più importante orchestra musicale al mondo, la Filarmonica di Berlino, e uno dei più celebrati interpreti della grande musica di Beethoven, Mozart, Schubert). Furono, costoro, ben ricompensati dal regime, con altri importanti incarichi, con onorificenze e anche vantaggi materiali.

In cambio dovevano prestarsi a svolgere funzioni di testimonial in occasioni e eventi di risonanza internazionale. La loro presenza e la loro attività, per la macchina della propaganda messa in piedi da Goebbels, doveva servire a tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale: il regime, come tutti potevano vedere, non era contro la libertà della cultura, dell’arte e della scienza; anzi, al contrario, esso era prodigo di aiuti e provvidenze verso la “vera” cultura, che esso intendeva preservare dal contagio diffuso da intellettuali e artisti cosiddetti “degenerati”.

Come scrisse Thomas Mann nel “Doktor Faustus”, costoro (in analogia con il protagonista del romanzo, guarda caso un musicista: Adrian Leverkuen), avendo stipulato un patto con il diavolo denominato Adolf Hitler, potevano tranquillamente dedicarsi, sicuri nella loro bella “torre d’avorio”, alle loro attività produttive di bellezza, di pensiero puro e di scienza incontaminata, senza minimamente curarsi del baratro, di macerie e di sangue, verso il quale la barbarie nazista stava spingendo la Germania (e con essa il mondo intero).

La vicenda umana e artistica di Wilhelm Furtwaengler, il “più grande direttore d’orchestra della sua generazione” (secondo la definizione dei suoi numerosi biografi), emerge con tutta la sua tragica grandezza, ma anche con le sue miserie morali e i suoi vizi banali (umani, troppo umani, per dirla con Nietzsche), dal lungo interrogatorio al quale il celebre direttore viene sottoposto da un rozzo militare americano (il maggiore Arnold), dotato di un enorme fiuto da “sbirro”, il quale, evidentemente, non crede alla retorica dell’arte autonoma e indipendente dal potere politico e religioso, tesa semplicemente alla produzione e alla riproduzione della bellezza.

Il maggiore americano, nel quale Zingaretti trasferisce parte dell’esperienza e dei vezzi caratteriali acquisiti con la pluriennale pratica di commissario Montalbano, si presenta, agli occhi del pubblico, autorivestito di particolare e aspra antipatia, con il suo linguaggio da caserma e con l’ostentato disprezzo nei confronti della grande musica tedesca (la V sinfonia di Beethoven lo fa “cagare”, egli dice, facendo inorridire il beneducato pubblico borghese che assiste in platea), alla quale, da bravo americano, preferisce il più agevole e digeribile jazz delle sue incolte e primitive contrade. Il suo esplicito intento, dopo aver visto l’orrore del campo di sterminio a Bergen-Belsen, è quello di smascherare quei “sublimi filistei” che, invece di denunciare la barbarie del nazismo, si sono preoccupati soltanto di preservare un’idea di “bellezza, umanità, giustizia” (parole, documentate, di Furtwaengler, formulate più volte dal suo interprete sulla scena), anche in mezzo all’infuriare della battaglia e ai massacri da essa provocati.

Tutto all’opposto il suo antagonista, il grande direttore Furtwaengler, esponente della cultura, raffinatissima ed elevatissima, della vecchia Europa, amico e rivale di Arturo Toscanini, ammiratore (anche se, al fondo, antisemita) dei grandi violinisti e pianisti ebrei, ma intollerante (per evidenti motivi di rivalità professionale) nei confronti della nuova stella della musica tedesca Herbert von Karajan. Tra queste due figure (e tra le loro opposte “ragioni”), quanto mai antitetiche e che non si nascondono il reciproco disprezzo, si dipana il dramma rappresentato, con momenti di grande intensità e tensione.

L’interesse suscitato nel pubblico, e lo spontaneo e inconsapevole “parteggiare” per l’uno o l’altro dei due personaggi e, infine, gli scroscianti applausi tributati ai due fenomenali interpreti, stanno a dimostrare che lo spettacolo, approdato all’Eliseo (fino al 24 marzo 2013), è uno di quelli che gli amanti del teatro non possono assolutamente perdere. Non dovrebbero perderlo innanzitutto coloro che, tre anni fa, hanno assistito, sempre all’Eliseo, alla pièce dal titolo “Copenhagen”, interpretata da Umberto Orsini e Massimo Popolizio, il primo nei panni di Niels Bohr, il secondo che dava il volto e la voce a Werner Heisenberg, lo scienziato che, come sopra ricordato, ebbe con il regime nazista lo stesso ambiguo rapporto intrattenuto, in altro ambito, da Wilhelm Furtwaengler.

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