Almone, il terzo fiume di Roma

Sacro per gli antichi romani, discarica di rifiuti per i moderni
di Makaa Jade - 22 Agosto 2017

A Roma non esistono soltanto laghetti sotterranei naturali o artificiali, ma anche fiumi. È il caso dell’Almone considerato il terzo corso d’acqua più importante di Roma.

Oltre al Tevere e all’Aniene Roma era attraversata da un terzo fiume onorato nell’antichità classica per la sua sacralità e per la qualità organolettica della sua acqua, dato che sorgeva dai Colli Albani che sono di natura vulcanica.

Nell’Almone i sacerdoti di Cibele ogni anno lavavano la statua della dea 

Già Ovidio nelle Metamorfosi parlava dell’Almone come di un “affluente del Tevere, a mezzogiorno di Roma, dove i sacerdoti di Cibele ogni anno lavavano la statua della dea e tutti gli arredi sacri appartenuti al suo culto” e ascrive all’omonimo dio fluviale, padre della ninfa Lara, l’origine del nome Almo. La parola proviene dal verbo alĕre da cui l’italiano “alimentare”, come a voler identificare la dea Cibele, Magna Mater col fiume “che alimenta” la vita. La testimonianza più recente, forse in parte ripresa dalla Metamorfosi, è trasmessa dal codice Ottoboniano latino 251 della Biblioteca Apostolica Vaticana, databile al 1470 circa, il quale spiega a foglio 50v, che l’Almo-nis “è il fiume attraversato da coloro i quali si avviano verso (la Basilica di) San Paolo (fuori le mura) e nel quale i romani ogni anno lababant  la dea Cibele”.

Dai Colli Albani al Tevere

Secondo le fonti, il fiume si snoda tra i Colli Albani e dentro Roma fino al Tevere. Dopo aver attraversato la Via Appia, la Basilica di San Giovanni in Laterano e il Colosseo esso sfocia sotto il Ponte Palatino, nella Cloaca Maxima (testualmente “la fogna più grande”, costruita dai Romani nel VII sec. a. C. per risanare il Foro romano e il Circo Massimo).
Sul colle Palatino, nell’odierna Area Archeologica del Foro Romano, sorgeva il Tempio di Cibele, il cui aniconico (senza immagine) simulacro era una pietra nera proveniente dalla Frigia e trasportata a Roma per emulare il culto orientale. Nel rito della Lavatio Matris, che si svolgeva annualmente il 27 marzo a partire dal 204 a. C., anno di inizio del culto a Roma, la pietra sacra veniva immersa nell’Almone proprio nel punto di confluenza con il Tevere e seguendo il suddetto rito.
Studi archeologici attuati a partire dal tardo ottocento, confermano che il fluvius Almonis avesse origine dalla “fonte vivificatrice Ferentina” (vedi la “Storia di Roma” di Ettore Pais, edita nel 1899) che probabilmente era situata nel territorio di Marino sui Colli Albani.

Dopo molti secoli di onorato servizio delle proprie prerogative alla comunità, il fiume fu interrato o deviato a seconda delle necessità umane nel tratto che attraversava la città di Roma.
Oggi si scorge all’altezza di Via Vallericcia, nell’odierno rione Quarto Miglio e prosegue dentro il quartiere Appio Pignatelli, poi lungo il Parco della Fonte Egeria e infine lungo la Valle della Caffarella. All’altezza di Via Appia Antica vicino l’attuale Sepolcro del Domine Quo Vadis, l’Almone si interra nuovamente e percorre l’area occupata dal quartiere della Garbatella, infatti in Piazza Biffi la testimonianza di esso è offerta dalla presenza di un piccolo ponticello sotto il quale passava.
Da qui poi percorreva un tratto lungo la Circonvallazione Ostiense e si diramava dolcemente in due direzioni: da una parte lungo il contemporaneo Ponte Settimia Spizzichino per attraversare poi la Via Ostiense e dall’altra lungo l’odierna stazione metropolitana Garbatella.
I due rami dell’Almone si ricongiungevano infine alla foce che corrispondeva, secondo la Carta Archeologica del Comune di Roma afferente gli scavi eseguiti nel 2003, al tratto della Via Ostiense presso la Centrale Montemartini, ovvero a valle del Ponte dell’Industria citata anche nel saggio “Le Acque di Roma” di Renato Lefèvre (1974), il quale la trovò inaccessibile per la presenza degli impianti dei Gazometri.

Curiosità

Da ultimo è curioso sapere che al d là del Parco Regionale dell’Appia Antica, al civico 1 di Via Cristoforo Colombo, esiste una Villa Almone, residenza dell’Ambasciatore di Germania dal 1957, cosiddetta forse per la vicinanza al fiume.

I romani definivano“Acquataccio” quel tratto di Almone che attraversa la Valle della Caffarella. Le origini di questa scelta toponomastica si trovano nelle piantine medievali e cinquecentesche, dove Via Appia dirimpetto a Porta San Sebastiano, era indicata con il vocabolo “Accia” perciò l’appellativo di “Acquataccio” sta proprio a significare “Acqua dell’Appia”.
Infine, la Via dell’Almone, progettata per giungere al Forte Prenestino dal Forte Appio, un tempo fu chiamata Via Militare per il continuo passaggio di soldati. Oggi, però, questa strada, come anche parte del fiume presso la Valle della Caffarella, è divenuta una discarica di rifiuti urbani. Ammirevoli sono, quindi, le iniziative di molti Comitati e Associazioni ambientalistiche che si battono da anni contro questo scempio e questa incivile violenza verso il terzo fiume così importante di Roma affinché finalmente esso ritorni, citando impropriamente Petrolini, “più bello e più grande che pria”.


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