Ascanio Celestini a L’Isola del Cinema

Proiettata 'La Pecora Nera', il film tratto dal suo libro, girato nel vecchio Padiglione 18 del Santa Maria della Pietà
di Riccardo Faiella - 8 Luglio 2011

Il noto affabulatore romano, Ascanio Celestini, è ormai un artista a tutto campo. Dopo avere scritto libri; dopo averli rappresentati in teatro; dopo avere inciso cd musicali e avere cantato – è dello scorso anno un suo concerto nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica – dopo le sue numerose apparizioni televisive e altre cinematografiche, Celestini si è messo dietro la macchina da presa e ha trasformato il suo monologo teatrale e romanzo, La Pecora Nera, in un film.
Nella pellicola, con pudore e sensibilità, Celestini racconta il “suo manicomio”, l’unica istituzione italiana che è stata smantellata.

Il 28 giugno scorso c’è stata la proiezione all’Isola Tiberina, nel corso della manifestazione L’Isola del Cinema.
“Il film – ci ha confidato lui stesso, presente in sala -sta andando bene. Non so se il messaggio è arrivato; non ho intervistato il pubblico” – conclude ironicamente.

Già, il messaggio. Semplificando, si può definire un film sulla pazzia, sulla legge 180 e su Basaglia, tanto che è stato girato nel vecchio Padiglione 18 del Santa Maria della Pietà. Così non è. Celestini non voleva fare un film, e nemmeno uno spettacolo di denuncia.

Il suo cinema è diverso perché: “Il cinema più bello – dice – è quello che immaginiamo, non quello che vediamo”. Ed ecco che viene fuori un film senza musica: “A me piace la musica al cinema, ma io volevo far passare tutto nella testa di un unico personaggio”, ovvero il protagonista, lo schizofrenico Nicola, interpretato da Celestini e, negli anni infantili, da Luigi Fedele. E Alberto (Giorgio Tirabassi), un altro ospite del manicomio, appare come il suo alter ego, l’altra faccia della medaglia.

Istituzioni a confronto, con i loro protagonisti: il manicomio con i matti; la Chiesa con una suora anziana che si perde le “puzzette” e una suora giovane e nera; il supermercato – un altro manicomio – con la sua vecchia fiamma, Marinella, e un direttore buono e comprensivo.

Ma siamo sicuri che i veri matti sono chiusi all’interno di una casa con cento cancelli? E pazzia è sinonimo di violenza?

La violenza sta al di là dei cento cancelli. Ecco perché scappando, i matti passano novantanove cancelli e poi tornano indietro: si rifugiano nel loro mondo per la paura di quello che troveranno fuori. Solo quelli definiti dalla società individui normali, e quindi perfettamente allineati, escono dal manicomio, ma rischiano di rimanere infilzati come quel “deficiente” di Pancotti Maurizio.

La conferma che la violenza sta fuori ce la danno il padre di Nicola, duro e burbero, e i due fratelli più grandi del ragazzo, che si macchiano dell’omicidio di una prostituta.

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Alberto Crespi nella sua recensione sull’Unità, lo definisce un film su di noi, anche se crediamo di non essere matti. Sempre per Crespi c’è molto Brecht nello stile volutamente non naturalistico. E c’è molto Pasolini nell’occhio cinematografico di Ascanio Celestini.

Su quest’ultimo punto sono pienamente d’accordo. Un film da vedere, artistico e poetico, ma bisogna essere preparati.


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