Benedette foto per un maldicente artista

Si è detto falso e incoerente, è stato definito genio e pazzo visionario. In mostra al PalaExpo, fino al 3 febbraio, le mille sfumature di Carmelo Bene
di Eleonora Cianfrini - 17 Dicembre 2012

Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché «Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi».

In realtà dal giorno della sua morte, quel 16 marzo di 10 anni fa, Carmelo Bene ha piuttosto continuato ad essere quell’artista poliedirco che ha smesso di cercare un modo di fare teatro ed è approdato al superamento di tutti i modi pre-esistenti. Correvano gli anni ‘60, il degenere teatrale di Carmelo Bene si andava cristallizzando in una continua discrittura scenica che calpestava l’ormai demolizione dell’attenersi al copione.

Gli scatti esposti al PalaExpo dallo scorso 4 dicembre sembrano rispondere perfettamente all’idea che l’artista salentino aveva della parte visiva della macchina attoriale. “L’occhio è ascolto […] Un’appoggiatura del capo, una frantumazione del gesto… una disarticolazione del corpo”. Le foto scattate dall’angolazione privilegiata di Claudio Abate, partono da quel “Cristo ‘63” che andò in scena un’unica volta (interrotta dall’irruzione della polizia) al Teatro Laboratorio di Roma. “Benedette, foto” le definì lo stesso Bene, scatti che permisero la sua assoluzione dall’accusa di oltraggio in contumacia in cui era incappato per via del fattaccio dell’orinata in platea perpetrato da Alberto Greco. Quello che traspare dalle foto di Abate è il ritratto a fosche tinte di un teatro contoverso, sporco, presuntuoso e sessista, di un uomo beatamente seduto tra l’approvazione indiscussa di alcuni e la polemica aspra e massacratoria di altri.

Tra i suoi sostenitori v’erano Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini. 120 gli scatti in mostra, 10 (dal 1963 al 1973) gli anni di attività ritratti, rubati a volte, delll’osceno gioco di un precursore di sintassi e grammatica dell’arte rappresentativa. L’innovazione delle luci, dei costumi e delle maschere mosaicate che brillano negli scatti a colori, le invenzioni destinate a durare e quegli eccessi, per alcuni versi fini a sè stessi, come la recitazione con microfono e amplificazione. Luci e ombre sulla scena come nella sua scrittura, le presenze femminili, i nudi, la pornografia, la sospensione del tragico, nelle foto ruvide e imprecise tratte da “Salomé”, “Faust o Margherita”, “Pinocchio ‘66”, “Nostra Signora dei Turchi”, “Salvatore Giuliano. Vita di una rosa rossa”, “Don Chisciotte”.

Al di là del soggetto, della volontà, della decenza e a volte anche al di là di sè stesso Carmelo Bene vive ancora nel non luogo del non attore, nella di-scrittura di un atto che, ancora, per definizione dovrebbe essere intestimoniabile allo spettatore martire.
 


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