

I tagli delle ultime due manovre finanziarie del Governo Meloni agli enti locali mettono in difficoltà anche la giunta Capitolina
A Roma soffia un vento gelido sul sociale. Nelle stanze del Campidoglio, durante una riunione che doveva essere ordinaria, è emersa una cifra capace di far tremare municipi e famiglie: 20 milioni di euro in meno per i servizi sociali nel 2026. Un taglio ancora “teorico”, sì, ma sufficiente a far suonare tutti gli allarmi.
L’assessora Barbara Funari ha messo sul tavolo il possibile scenario davanti ai suoi omologhi municipali. E la sensazione, usciti da quell’incontro, è stata una sola: se non arrivano risorse extra, Roma rischia di rimanere ferma.
Niente potenziamenti, niente scorrimenti delle graduatorie, niente nuove famiglie prese in carico. Al massimo, mantenere ciò che già esiste.
E non è poco, visto lo stato attuale. Le liste d’attesa sono lunghe, in certi municipi lunghissime: nel IX, per l’assistenza a anziani e disabili, la graduatoria è congelata da tre anni. Tre anni.
Circa 300 persone aspettano un servizio che, di questo passo, potrebbe restare una promessa.
Quando pochi giorni fa il sindaco Roberto Gualtieri, davanti alla Regione e alla Caritas, ha detto «Vorremmo far scorrere le graduatorie, ma servono i fondi», sapeva benissimo cosa stava anticipando.
Perché i soldi che mancano in Comune difficilmente arriveranno da altrove: nel 2026 il Governo prevede un taglio di 260 milioni al fondo povertà, lo stesso con cui Roma ha finanziato progetti cruciali, come il Welcome Center di Tiburtina.
Il déjà-vu è inevitabile. Già nel 2024, in pieno assestamento di bilancio, il tema esplose. Gualtieri calcolò che il combinato disposto delle manovre nazionali avrebbe sottratto al sociale romano 81 milioni in cinque anni. Parlò di “scenari drammatici” e chiese una “responsabilità collettiva” per difendere i servizi essenziali.
Da allora, i rapporti istituzionali si sono leggermente distesi: niente più scontri frontali con Meloni, dialoghi più fluidi con il governatore Rocca. Ma quando si torna ai numeri, la tregua non basta: quei 20 milioni di cui oggi si parla sono un macigno.
Perché oltre gli equilibri politici, ci sono le persone. E in una città dove il 15,8% dei residenti è a rischio povertà, secondo Caritas e Vicariato, ogni taglio pesa doppio.
Significa meno sostegno agli anziani soli, meno assistenza domiciliare ai disabili, meno contributi per chi rischia di perdere la casa. Significa mettere a dura prova una rete sociale già fragile.
«Siamo nel periodo delle battaglie politiche per ottenere risorse» spiega Lorenzo Marinone, presidente della commissione Bilancio. «Sì, tagli orizzontali sono possibili, e riguardano tutti. Ma è presto per parlare di piani B. Stiamo lavorando per evitare il peggio».
Intanto però l’ombra dei 20 milioni resta lì, sospesa sul 2026. E mentre in Campidoglio si fanno i conti, nei municipi c’è già chi teme il peggio: una città più povera, con meno servizi e più persone abbandonate a se stesse.
Perché quando si taglia il sociale, a pagarne il prezzo non sono i numeri. Sono le vite.
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