

Da sempre è stato identificato come il manifesto dei diritti delle donne e del loro ruolo nella società
Scritto in Italia da Ibsen nel 1879, Casa di bambola è sempre stato identificato come il manifesto dei diritti delle donne e del loro ruolo nella società. La regia della Shammah penetra negli strati dell’affascinante universo di questa casa, per esplorare la profonda crisi di identità del ‘maschile’ contemporaneo, distanziandosi dalle facili interpretazioni che hanno spesso accompagnato il testo e il personaggio di Nora, la sua protagonista. Nora gioca a fare la bambola per imprigionare il marito nel suo ruolo di maschio, fino a quando si stufa e cambia radicalmente, facendolo precipitare in una profonda crisi. È proprio questo il momento in cui si condensa l’attenzione di Andrée Ruth Shammah che indaga il crollo del ‘maschile’ contemporaneo ponendo il suo sguardo non sulla donna che si ribella, bensì sulla solitudine dei personaggi maschili del testo, tutti interpretati dall’estro espressivo di Filippo Timi. Istrionico e poliedrico nei deversi ruoli l’attore ci regala immagini di personaggi in bilico nelle loro convinzioni, deboli difronte l’arguzia e la malizia della giovane e delicata Nora, inerti davanti allo svolgersi degli eventi.
Nora, interpretata da Marina Rocco, tiene tre uomini-pedine in scacco, appesi ai suoi fili di grande burattinaia, schiacciata dal peso di un padre ingombrante si vendica su altri esponenti del cosiddetto sesso forte, li ammansisce, fa finta di essere devota e remissiva per poi affilare le sue armi, la sua tela di ragno dove inevitabilmente restano invischiati il marito (stucchevoli vezzeggiativi che ci portano dritti a Ned Flanders, cristiano devoto e vicino di casa di Homer Simpson), il dottore, l’usuraio (lontano da Dostoevskij), tutti e tre interpretati da Timi (recentemente in tv con il freno a mano tirato tra i non memorabili “I delitti del Barlume” e “Tadà”).
Il complesso intreccio, avvincente come un thriller e intrigante come un giallo, fatto di sentimenti e passioni, truffe e calcoli, inganni, utopie e rese dei conti, è solo un pretesto che Andrèè Ruth Shammah usa per coinvolgerci in un appassionante viaggio nei rapporti tra i diversi e sofisticati ruoli maschili e femminili che popolano il testo ibseniano, tenendo però ben presente la natura ambigua di Nora, oggetto spesso di semplificazioni e banalizzazioni.
Maria Grazia Gregori, giornalista dell’Unità, dice: “l’idea è quella di guardare a Nora Helmer non come una vittima, ma come una donna, scaltra, sicuramente in lotta nel mondo degli uomini, che sa usare su di loro il proprio fascino prendendoli in contropiede. Allora perché non pensare a un protagonista maschile che li contenga in qualche modo tutti? A interpretarli è un attore da razza come Filippo Timi che siamo abituati a vedere a teatro in esibizioni molto personali e che viene circondato ma non ingabbiato dalla regista in una drammaturgia rigorosa all’interno della quale sa sempre trovare spazi di libertà cambiando vorticosamente, abiti, identità camminata, presenza”.
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