Categorie: Lavoro
Municipi: ,

Centri commerciali: giganti al collasso?

Troppi esercizi al loro interno chiudono in un'economia generale da rivedere

portadiromaLa recente chiusura del punto vendita capitolino della Fnac –  catena francese specializzata in libri, dischi ed elettronica di alto livello –  all’interno della galleria commerciale Porta di Roma, con la conseguente caduta di circa cinquanta persone nella tragedia della disoccupazione, ha puntato i riflettori su un fenomeno finora messo in ombra dall’atmosfera artificiosamente festaiola dei grandi shopping center: le difficoltà economiche che hanno abbassato per sempre le serrande di diversi altri esercizi più piccoli posti all’interno di queste strutture.

Basta farsi un giro nei due centri commerciali del Quarto Municipio – Porta di Roma appunto e il più piccolo Dima su via della Bufalotta – e fare caso a quanti box siano chiusi quasi pudicamente da pareti in cartongesso o teloni di plastica, messi come sudari a coprire la morte dei negozi che lì avevano sede. Certo, magari qualcuno è in ristrutturazione, su altri c’è specificato che l’attività prosegue e si è solo trasferita in un altro spazio nella stessa struttura, forse affittato a prezzo più conveniente.

portadiroma2Però se qualcuno si è trasferito ed i locali occupati in precedenza sono rimasti chiusi vuol dire che qualcun altro ha comunque cessato l’attività: e ognuna di queste chiusure comporta la perdita del lavoro per più persone che si trovano nell’incubo quotidiano di non saper come pagare il mutuo di casa, le rate del motorino, il cibo per sé e i propri figli. Nei negozi rimasti aperti capita di vedere commessi dal viso sempre più sconsolato in attesa di clienti che non si fanno vedere, come i tartari di Buzzati. Qualcuno entra, dà un’occhiata ma poi va via senza comprare, giusto per farsi un giro come una volta nelle vie del centro città.

E se non si vende ovviamente non si può fare fronte al pagamento di affitti dei locali che secondo voci di corridoio arrivano a toccare cifre nell’ordine dei quarantasette euro a metro quadro. Chi non compra magari consuma qualcosa in uno dei tanti punti di ristorazione, ma anche lì un segnale allarmante lo ha dato la chiusura di un grande bar che stava al piano terra di Porta di Roma. Sicuramente la presenza di un cinema multisala e di un supermercato costituisce comunque motivo di grande richiamo e allontana il pericolo di un tracollo colossale.

Ma cosa accadrà quando per pagare bollette e tasse sempre più asfissianti, saranno in molti – per dirne una – a rinunciare ai film su grande schermo? E i centri commerciali che il cinema non ce l’hanno? Si arriverà allo svuotamento e alla chiusura totale, con il decadimento a deserti da film di fantascienza postatomica?
Eppure fino a qualche anno fa era stato un fiorire di queste navi da crociera su terraferma, uno più grande e luccicante dell’altro: ogni nuovo arrivato si fregiava del titolo di “più grande d’Europa”, almeno fino all’apertura del successivo. Specialmente nei fine settimana precedenti le feste natalizie provare a entrarvi era un’impresa, con le macchine che ingorgavano anche le rampe autostradali adiacenti imbottigliando anche chi aveva la ventura di percorrerle pur essendo diretto altrove.

Adesso però qualcosa sembra si sia rotto e i parcheggi sotterranei non traboccano più come prima. Forse il rischio di implosione economica era scritto nel Dna di questi giganti sorti in un panorama, quello italiano, ormai desertificato industrialmente: se ci si riflette e si va a guardare l’etichetta “made in” dei prodotti di consumo offerti (dalla mutanda alla lavatrice) specialmente nella grande distribuzione, ben pochi saranno quelli che vantano una nascita su suolo nazionale. Molti marchi formalmente italiani si limitano a mandare disegni e progetti in Estremo Oriente o nell’Est europeo, dove la produzione costa meno grazie a diritti umani letteralmente inesistenti e a un rispetto dell’ecologia che lascia molti dubbi; ma in questo modo l’economia di una nazione si svuota, sono solo soldi che prendono la via dell’estero (quando non vengono letteralmente bruciati nelle sale slot ormai imperanti) senza essere reinvestiti in patria su qualcosa di concretamente produttivo – le fabbriche e i servizi connessi – e non in offerte bancarie che spesso si rivelano disastrose.

portadiroma3Alla fine i soldi finiscono e nessuno compra più alcunché. Se le forze politiche che attualmente appaiono preoccupate di tutt’altro non faranno qualcosa per invertire il circolo vizioso incoraggiando il ritorno a una produzione industriale italiana sarà difficile riprendere quota prima dello schianto finale collettivo.

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Un commento su “Centri commerciali: giganti al collasso?”

  1. Le liberalizzazioni delle licenze in Italia hanno prodotto più danni che benefici. In realtà molti negozi chiudono (il caso Fnac è specifico, è solo questione di prodotti) perché sono inutilmente troppi. A breve il mercato si ritarerà da solo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento