Colli Aniene, alla Sala Falconi il libro di Ennio Signorini

Il 29 settembre 2020 presentato il libro “Dal Mandrione a Torre Maura – Diario di un borgataro emancipato". L'intervento di Vincenzo Luciani (direttore di Abitare A)
Redazione - 3 Ottobre 2020

Martedì 29 settembre 2020 presso la Sala Mario Falconi in Largo Nino Franchellucci 69 a Colli Aniene si è tenuta la presentazione del libro di Ennio Signorini “Dal Mandrione a Torre Maura – Diario di un borgataro emancipato”.

Presente l’autore che ha rivolto un ringraziamento agli intervenuti, Maurizio Puggioni (segretario dell’Associazione Italiana Casa) ha condotto l’incontro nel corso del quale sono intervenuti. Fabrizio Scorzoni (presidente del Consorzio Aic), Enzo Proietti e Riccardo Farina (ex presidenti del Consorzio Aic).  In streaming è intervenuto ancheil sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut.

Hanno partecipato all’incontro Antonio Barcella (presidente dell’associazione Vivere a Colli Aniene) e numerosi soci dell’Aic.

 

 

 

Ed ecco qui di seguito una sintesi della presentazione del libro svolta da Vincenzo Luciani (direttore di Abitare A).

 

Ho letto due volte il libro “Dal Mandrione a Torre Maura – Diario di un borgataro emancipato” di Ennio Signorini e vi dirò perché merita di essere acquistato e letto.

L’autore ha dietro si sé una storia di molti decenni (87 anni) in cui si sono succeduti numerosi eventi e di questi è stato protagonista prima passivo e poi via via più attivo ricoprendo ruoli diversi da quelli più umili a quelli più prestigiosi.

Innanzitutto la guerra (con gli stenti e la fame) che nel libro sono sottolineati con estrema precisione: (p. 50) Nel giocare in strada con gli altri bambini si dimenticavano i morsi della fame, ma quando uno di noi usciva di casa con un pezzo di pane si cercava immediatamente un capannello di bambini che ne chiedevano un pezzo. Ricordo che nell’estate del 1943 mia madre insieme con altre donne era stata a raccogliere spighe di grano nei campi dopo la mietitura (si diceva “andare a spigolare. Quell’anno come pure negli anni 44-45 Andai anch’io a spigolare insieme a mia madre. Con il grano ricavato dalla spigolatura, usando il macinino del caffè, si ricavava una farina molto granellosa con la quale mia madre confezionava una pizza orribile. Ci voleva molta, ma molta fame per mangiarla.

La ricostruzione e la vita di borgata. La ricerca del riscatto familiare e personale. Il lavoro e poi la professione e la professione indipendente (contadino, artigiano, tecnico, dirigente. Cito da p. 96: Come si svolgeva la nostra attività lavorativa? Il prodotto marmoridea si realizzava in tre fasi di lavoro: la posa in opera del rivestimento, che richiedeva una squadra composta da tre a cinque persone; la stuccatura e la levigazione delle superfici rivestite ed infine la lucidatura. (…)

I segni del nostro progresso economico non erano costituiti solo dallacasa in proprietà ma anche dalla motorizzazione: Oreste e Mauro avevano la moto, Domenico l’automobile, una giardinetta (…) Un altro segnale dell’aumento del benessere era quello di organizzare dei pranzi.

L’impegno politico (con la gavetta e la progressione verso compiti più impegnativi: segretario di sezione, consigliere circoscrizionale, consigliere comunale, dirigente cooperativo).

La lotta per il diritto alla casa e dalla casa in cooperativa alla direzione di cooperative e di un Consorzio che ha realizzato numerosi programmi e dato l’impronta ad un quartiere: Colli Aniene.

E infine una vita comunque operosa anche dopo aver lasciato ruoli dirigenziali estremamente impegnativi.

 

Tutte queste fasi nel libro vengono raccontate in maniera schietta, con un linguaggio che oserei definire spietato anzi, in taluni passaggi addirittura ‘spudorato’ e che lo rende più accattivante.

Ad es. a p. 108: “Ho imparato a mie spese che la funzione del capo dirigente non è quella di comandare, ma di esercitare la direzione sugli altri facendosi carico dei loro problemi. (…) Certe volte “era un ruolo simile a quello dei preti”.

E a p. 120: “Che progresso ragazzi! Da sinistrati senza casa, la famiglia, a otto anni dalla fine della guerra, non solo si era costruita la casa per se, ma la garantiva singolarmente ad ogni figlio. Da sottoproletari che eravamo a benestanti, così era definito chi aveva la casa in proprietà.Non ci sono giri di frase, i conflitti politici e sociali vengono descritti con estrema chiarezza. Le scelte politiche errate e gli errori politici vengono onestamente riconosciuti ed anche le loro conseguenze negative per Roma e per l’Italia (una per tutte le vicende dell’abusivismo edilizio).

Il fallimento nel coinvolgere operatori e cittadini in un’azione di recupero e di ricostruzione della città di Roma e del suo patrimonio edilizio caotico in tante troppe borgate oppure nel mantenimento del patrimonio del verde urbano.

Senza perifrasi riconosce a p. 123 la sua responsabilità: Nel mio ruolo anch’io ho favorito l’abusivismo edilizio nell’agro romano, con la difesa degli immigrati e dei loro insediamenti illegali.

Uguale linguaggio schietto c’è nella descrizione delle persone che hanno incrociato e determinato la sua vita in famiglia, nel lavoro, in politica, nel movimentocooperativo.

 

E trattandosi comunque di una autobiografia viene fuori la personalità dell’autore che io definirei di un idealista pragmatico

Lo dichiara egli stesso con chiarezza e consapevolezza a pag. 262

… Ma quando mai non si sogna nel futuro? Se ci si crede certe volte si riesce. L’AIC con il grande programma non era un sogno? Se si è realizzato è proprio perché un gruppo di intransigenti ci ha creduto.

Questo gruppo di intransigenti è stato capitanato da un dirigente che ha saputo materializzare il sogno originario di un visionario quale è stato Virgilio Melandri, ha saputo circondarsi di un gruppo dirigente molto coeso perché convinto della necessità di essere solidali e cooperanti se si vuole realizzare un sogno come lo era quello della casa in proprietà in una città a misura d’uomo.

Importante la selezione nel personale dell’AIC, come si evidenzia a p. 282 … chiunque entrasse in cooperativa, sia come dirigente sia come dipendente o collaboratore doveva considerarsiun dirigente responsabile e libero nella propria iniziativa nell’interessedel collettivo. Chi non aveva queste caratteristiche doveva abbandonare.

 

Ho avuto la fortuna nel 1987 di incontrare questo uomo e il suo gruppo dirigente e fin dai primi contatti mi sono accorto che avevo a che fare con un collettivo coeso che aveva una visione che io definii AICcentrico, con l’AIC al centro del villaggio e forza motrice non solo per la edificazione di case (le migliori possibili), ma anche punto di riferimento per associazioni e movimenti operanti nei campi della cultura, del sociale, dell’ambiente, dello sport, a Colli Aniene, cittadella della cooperazione, ma anche nella galassia degli altri quartieri dei suoi programmi di edificazione.

Grazie anche al generoso contributo dell’Aic (convinto che il mio giornale era uno strumento al servizio dei quartieri periferici) ho potuto giungere al 34° anno di pubblicazione del mio giornale Abitare A che proprio qui in questa sala ha visto presentare il numero 0 nel giugno del 1987.

Ho avuto anche la ventura di realizzare per conto dell’Aic la rivista AIC Quartiere organo di collegamento con i soci del Consorzio e per me esperienza di vita importante e di conoscenza di Signorini e del suo gruppo dirigente.

 

Mi ha colpito in questo libro anche: il grande spazio dedicato alla famiglia e agli amici; il riconoscimento dei meriti altrui; il riconoscimento dei propri errori (così inedito in Italia dove la colpa è sempre degli altri e, soprattutto nel campo della sinistra, dove il non riconoscimento degli errori porta alla reiterazione degli stessi, dove ci sono troppi uomini per tutte le stagioni)

Voglio anche rivelarvi il segreto di Ennio Signorini. Lo si trova a pag. 283: Sono di carattere pessimista e colmo questa mia deficienza naturale con uno sforzo tenace nel perseguimento degli obiettivi che mi prefiggo.

 

A p. 271 c’è un importante insegnamento e consiglio per coloro che hanno a cuore l’avvenire della Capitale: Questo principio di coinvolgere gli abitanti nella gestione è una soluzione oggi indifferibile per togliere Roma dal degrado ed indirizzare le forze produttive ad investire sullo sviluppo attraverso il recupero delle periferie.

Quale futuro per l’umanità? In sintesi: Pace e socialità e a pag. 335 questo importante ammonimento conclusivo: La prima condizione per salvare la nostra esistenza è la pace tra gli abitanti del pianeta, la seconda è la riproposizione di modelli organizzativi che diano luogo a nuove forme di vita associata fra le persone. L’avverarsi della seconda è conditio sine qua non per l’affermazione della prima

 

Ennio Signorini è nato a Roma il 31 luglio 1932 in Via del Mandrione, prima periferia fuori Porta Maggiore, lungo la consolare Casilina. Nel dopoguerra, la famiglia, dopo un soggiorno di un anno a Colonna da sinistrati di guerra, si insedia di nuovo a Roma in località Torre Maura, estrema periferia sud. Completa le scuole con il diploma della terza classe di avviamento professionale. Nel 1964, dopo 15 anni da operaio dell’edilizia, contrassegnati da intenso impegno politico nel PCI, consegue il diploma di geometra. Con la nuova professione riprende l’attività politica, sarà candidato alle elezioni Amministrative di Roma nel 1966, dal 1969 subentra nel Consiglio Comunale di Roma, dove sarà rieletto nelle nuove Consiliature nel 1971 e 1976. Dal 1971 al 1993 è stato Presidente del Consorzio Cooperative di Abitazione “Associazione Italiana Casa” ed è stato promotore dell’edificazione di migliaia di alloggi per i soci delle Cooperative. Dal dopoguerra è stato uno degli esponenti di primo piano dei movimenti per la lotta e la rivendicazione della casa per le fasce sociali non abbienti che hanno portato all’approvazione della legge 167 per l’edilizia economica e popolare diventandone uno dei principali protagonisti della sua attuazione.


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